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Lezioni di petrografia applicata 2008
R. Bugini - L. Folli
LAVORAZIONE DELLE PIETRE DA COSTRUZIONE
Fino alla metà dell'Ottocento
esisteva solamente la lavorazione manuale. Progressivamente sono stati
introdotti macchinari adatti alle diverse operazioni che garantiscono
maggior sicurezza nel lavoro e permettono la riduzione dei tempi di esecuzione.
Attualmente solo le attività di scultura sono effettuate a mano,
mentre le altre attività sono effettuate con macchine a controllo
numerico.
LAVORAZIONE MANUALE
Il materiale lapideo veniva cavato in blocchi con sistemi diversi a seconda
della natura e della giacitura della roccia. Trascurando le tecniche per
la ricerca del materiale adatto e per l'apertura di una cava, si ricordano
i due metodi principali di coltivazione: a cielo aperto, in galleria.
Nel primo caso la cava si estende e si approfondisce, asportando tutto
il materiale e sconvolgendo la morfologia del territorio interessato;
nel secondo caso la cava segue un determinato livello o strato nel suo
sviluppo e lascia quasi integra la morfologia del territorio. Lo scavo
a cielo aperto, applicabile soprattutto alle rocce magmatiche, si appronta
quando il materiale da asportare, in quanto inutilizzabile, è di
spessore ridotto. Lo scavo in galleria, spesso adoperato per rocce sedimentarie
e marmi, si appronta quando il materiale da asportare è in quantità
tanto elevata da non rendere conveniente la coltivazione a cielo aperto.
La coltivazione in galleria è più impegnativa e laboriosa
per i diversi problemi che si devono affrontare quali il sostegno del
"tetto" delle gallerie, lo smaltimento delle acque dal fronte
di cava, la movimentazione dei blocchi (più difficoltosa ancora
se il fronte di cava è ad altezza diversa rispetto all'imbocco
della galleria), l'illuminazione.
La separazione dei blocchi "dal monte" dipende dalle condizioni
di giacitura della roccia. Nel caso più semplice si sfruttano i
giunti naturali (fessure per le rocce magmatiche, stratificazioni per
le rocce sedimentarie, scistosità per le rocce metamorfiche) aprendoli
con cunei battuti da una mazza; nel caso più complesso si scavano
solchi intorno al blocco da cavare, con piccone oppure con mazza e punta
ed infine lo si distacca dalla roccia inserendo cunei in apposite fessure
praticate lungo l'ultima superficie da staccare. Casi intermedi prevedono
l'utilizzo di giunti naturali e di solchi appositamente scavati al "contro"
(vedi infra).
L'estrazione di grandi blocchi richiede tecniche diverse secondo la natura
della roccia. In presenza di rocce tenere si scava una larga trincea fino
a raggiungere le dimensioni desiderate del blocco; in presenza di rocce
dure, l'estrazione di un grande blocco è preceduta dall'estrazione
di blocchi più piccoli ai lati, in tal modo si riducono il lavoro
e lo scarto.
Il blocco deve essere diviso in pezzi delle dimensioni
desiderate mediante spaccatura o segagione a seconda della natura geologica
della roccia.
Nella divisione dei blocchi è importante riconoscere il verso,
il secondo, il contro (figura 15).

Nelle rocce magmatiche (es. granito)
sono evidenti: una direzione (verso) lungo la quale la roccia si divide
più facilmente rispetto alle altre direzioni; un'altra (secondo)
normale al verso, lungo la quale la divisione è più difficile;
una terza (contro) normale alle altre lungo la quale la divisione è
nettamente più difficile.
Nelle rocce sedimentarie il verso è identificato dalle superfici
di stratificazione. Il secondo e il contro sono individuati di conseguenza.
Nelle rocce metamorfiche il verso è identificabile con i piani
di scistosità.
Gli strumenti necessari per dividere i blocchi sono: cunei, battuti da
una mazza in file di fori paralleli appositamente scavati (utilizzati
per rocce dure – Figura 16 a,b,c) e seghe, a denti oppure senza denti
in cui l'azione di taglio è dovuta al trascinamento di granuli
di sabbia (utilizzate per rocce tenere).
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| Figura 16a - Fori d'inserzione dei cunei per la
separazione dei blocchi (granito rosso di Assuan, Egitto) |
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| Figura 16b - Fori d'inserzione dei cunei (Uadi
Hammamat, Egitto) |
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| Figura 16c - Sistemi di divisione dei blocchi
(Fantiscritti) |
I pezzi ottenuti mediante divisione vengono in seguito sbozzati e portati
a compimento sia per la forma che per l'aspetto superficiale.
Gli strumenti per lo sbozzo di pietre dure sono: la subbia (o punta),
su grandi estensioni; lo scalpello, su piccole superfici piane; la gorbia,
per piccole superfici curve. Per lo sbozzo delle pietre tenere si utilizzano:
asce; scalpelli a taglio largo o pialle.
Per dare compimento si utilizzano: la subbia fine; la gradina; la martellina,
la bocciarda e lo scalpello. In caso di lavori di scultura vengono anche
impiegati ugnetti, raschietti, lime e trapani. Subbia, gradina, scalpello,
ugnetto e gorbia, detti ferri, necessitano dell'uso di un mazzuolo; gli
altri sono strumenti a manico. Nelle figure 17 a,b,c,d sono illustrati
alcuni degli strumenti appena citati.
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Figura 17a - Mazzuolo in legno |
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Figura 17b - Scalpello a taglio largo e subbia
o punta |
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Figura 17c - Gradina e due diversi scalpelli |
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Figura 17d - Ugnetto e sgorbia |
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La lavorazione delle facce dei conci per muratura deve essere perfetta
sulle superfici di appoggio; le superfici laterali sono invece rifinite
solo per una ristretta fascia lungo i bordi, il resto viene lasciato grezzo.
Un sottile strato di malta favorisce lo scivolamento dei conci facilitandone
la messa in opera definitiva.
Come ultima operazione, i graniti, i marmi o alcuni calcari ricevono il
cosiddetto pulimento ottenuto attraverso l'azione abrasiva di determinate
sostanze che riducono le asperità superficiali. A seconda del grado
di pulimento si distinguono: l'arrotatura (con pezzi di arenaria), la
levigatura (con la pomice), la lucidatura (con limatura di piombo). La
superficie lavorata si definisce pelle (pelle grossolana, mezzana, liscia,
levigata, lucidata). Le caratteristiche che contraddistinguono una roccia
lucidabile sono: la coesione, l'omogeneità mineralogica, l'uniformità
nella durezza dei componenti e la bassa porosità.
Tutte queste lavorazioni necessitano di un continuo controllo e di misurazioni;
si utilizzano la riga graduata, la squadra, il compasso, il filo a piombo
e l'archipendolo.
LAVORAZIONE MECCANICA
Attualmente, il distacco dei blocchi dal monte viene effettuato con il
filo diamantato oppure con tagliatrici a nastro. L'allineamento dei tagli
è assicurato da laser segnataglio.
Per la trasformazione dei blocchi si procede con seghe a disco diamantato
o con telai multilama ottenendo pezzi o lastre grezze di diverso spessore,
lastre che possono essere quindi lucidate a nastro continuo.
Finiture speciali, come ad esempio la lucidatura di superfici toriche,
si effettuano con utensili appositamente sagomati. Macchine particolari
vengono impiegate per incidere lettere o motivi decorativi sulle lastre.
Per opere di decorazione o di scultura si procede allo sbozzo mediante
carotatura e fresatura per eliminare il materiale in eccesso. Per lavori
delicati, tutte le operazioni successive vengono effettuate con gli utensili
tradizionali (subbia, scalpello, gradina, ecc.) mossi da martelli pneumatici.
Per i lavori di commesso (realizzati giustapponendo pietre di colori diversi
secondo motivi ornamentali) si utilizzano tagliatrici ad acqua con pressioni
di circa 4000 bar e con orifizio di 0,1 mm di diametro.
PRODOTTI DELLA LAVORAZIONE
In relazione alla natura geologica e petrografica dei materiali lapidei
si possono ottenere diversi tipi di manufatti: blocchi, lastre, ecc.
Blocchi di grandi dimensioni si ricavano da graniti o rocce magmatiche
in genere, da rocce sedimentarie in stratificazione massiccia (alcuni
calcari - Botticino), da rocce metamorfiche prive di scistosità
e venature (quasi tutti i marmi). Sono adatti per fusti di colonne, architravi,
statuaria.
Blocchi di piccole dimensioni si ricavano da rocce sedimentarie (calcari,
dolomie, arenarie, tufi) in stratificazione media. Sono adatti alla preparazione
di conci per muratura.
Blocchi di piccole dimensioni adatti alla preparazione di elementi decorativi
ricchi di ornamentazione, si ottengono da rocce sedimentarie tenere (calcari
teneri, pietra di Lecce).
Lastre di vario spessore si ricavano, mediante rottura, da rocce sedimentarie
a stratificazione sottile (calcari, calcari marnosi). Sono adatte alle
murature e alle coperture.
Lastre di grande estensione molto resistenti all'usura e alla flessione
si ricavano, mediante fenditura, da rocce metamorfiche di natura silicea
con elevata scistosità (gneiss, serpentiniti). Sono adatte alle
pavimentazioni esterne ed alle coperture.
Lastre di grandi dimensioni si ricavano, per segagione, da rocce compatte
di diversa natura (graniti, calcari, marmi). Sono adatte al rivestimento
di pareti ed alle pavimentazioni interne.
ANTICHI METODI DI TRASPORTO E
DI MESSA IN OPERA
La discesa dei blocchi dal fronte di cava ai laboratori era effettuata
o con caduta libera o con "lizzatura" o con carri a trazione
animale. Nel primo caso, molto primitivo, si sfruttava semplicemente la
forza di gravità facendo rotolare i blocchi sul pendio; nel secondo
caso i blocchi, caricati su slitte di legno, scendevano lungo piani inclinati
scivolando su traverse di legno trattenuti da squadre di uomini mediante
robuste funi; nel terzo caso i carri avevano un assetto particolare (ruote
posteriori più piccole delle anteriori) per mantenere il carico
orizzontale e non gravare troppo sugli animali. L'uso dei diversi metodi
era dettato dalle particolari condizioni sia del materiale cavato che
della morfologia della cava e del territorio circostante.
La preparazione di semilavorati nei laboratori presso le cave permetteva
di ridurre il peso dei pezzi da trasportare ai diversi cantieri di messa
in opera. Il trasporto dal laboratorio al cantiere seguiva metodi diversi
a seconda dell'ubicazione della cava e delle dimensioni dei semilavorati.
Venivano usati carri a trazione animale oppure si utilizzavano vie d'acqua
sia naturali che costruite all'uopo (come il Naviglio dal Ticino a Milano).
Il caricamento avveniva mediante apposite macchine (vedi infra).
In casi particolari (Vitruvio X,2), soprattutto fusti giganteschi di colonne,
questi venivano trainati sfruttando la loro possibilità di rotolamento
(con opportune ruote fissate alle estremità) oppure, soprattutto
per grandi blocchi prismatici, si utilizzava lo spostamento su rulli di
legno.
La messa in opera dei conci per la costruzione di un
edificio richiedeva l'impiego di macchine più o meno complesse
a seconda del peso dei conci stessi. La macchina più semplice,
detta capra, adatta al solo sollevamento verticale, era costituita
(Vitruvio, X, 2) da tre travi in legno, riunite in alto a sostenere il
paranco; il sollevamento dei pesi era reso possibile da verricelli mossi
a braccia, per pezzi piccoli o da gigantesche ruote (tamburi)
mosse da uomini che camminavano al loro interno, per pezzi grandi.
L'ancoraggio della pietra era effettuato in diversi modi:
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Figura 18 -
Sistemi di
sollevamento
dei blocchi |
- con corde che imbracavano il concio sfruttando alcune protuberanze lasciate
sulle superfici ed eliminate a messa in opera avvenuta;
- con olivelle, costituite da tre elementi metallici a "coda di rondine",
che, agganciate alla fune di sollevamento, si inserivano in apposite cavità,
più larghe sul fondo che in superficie, praticate nel concio stesso
(Figura 18, in alto);
- con tenaglie che si inserivano in due fori praticati su una superficie
del concio o su due superfici opposte, il peso stesso della pietra faceva
sì che le tenaglie, tirate dalla corda, si chiudessero consentendo
il sollevamento (Figura 18, al centro e in basso).
Macchine più complesse permettevano non solo il sollevamento verticale,
ma anche lo spostamento laterale dei conci. Un tipo primitivo consisteva
in una trave o in una coppia di travi di legno divaricate (capra),
sostenute da corde fissate al terreno e inclinate nella direzione voluta
(Vitruvio X, 2) alla testata delle travi era fissato il paranco; in seguito
furono sviluppate vere e proprie gru costruite con travi di legno che
potevano ruotare su una base fissa. Anche in questi casi il sollevamento
dei pesi era reso possibile da funi comandata da verricelli o da ruote.
La costruzione di edifici con conci di pietra poteva richiedere l'applicazione
di chiavelle metalliche fissate con piombo per rendere più salda
la giustapposizione dei conci stessi; la forma delle chiavelle poteva
essere a doppia coda di rondine o a "U" rovesciata. L'alloggiamento
delle chiavelle era scavato parte in uno dei conci da accostare e parte
nell'altro, il piombo liquefatto veniva versato nello spazio rimasto.
Anche le basi ed i fusti delle colonne erano collegati con chiavelle disposte
verticalmente, il piombo poteva fluire attraverso appositi canalicoli
incisi nella base.
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