DANIELE (storie di)

Milano - Duomo - 38, 41, 42, 85, 99

Note agiografiche

Secondo la sequenza della Bibbia cristiana è il quarto dei profeti maggiori, mentre in quella ebraica è l’autore del quintultimo libro degli Scritti. Il libro nella sua prima parte presenta un nobile della tribù di Giuda deportato giovanissimo in Babilonia verso l’anno 597 a. C. ed educato alla corte babilonese come paggio del re Nabucodonor.Per la sua saggezza e grazie alla sua capacità di interpretare i sogni del re, egli fu posto a capo dei saggi babilonesi e di una provincia. Il tema centrale del testo è la trascendenza del vero Dio che sulle rovine degli empi trionfa.
Di non facile identificazione ne è l’autore. Si ritiene alquanto probabile l’opera sia stata scritta da un profeta vissuto nel sec. II a. C. il quale avrebbe rielaborato materiale più antico con il proposito di sostenere spiritualmente gli eroi del periodo maccabeico. Lo stile apocalittico del libro corrisponde all’atteggiamento degli ultimi secoli precedenti l’era cristiana.
Il testo consta di due parti: una scritta in lingua ebraica ed aramaica, l’altra in lingua greca.
Nei primi sei capitoli sono narrati in terza persona alcuni episodi della vita di Daniele; tra questi il miracoloso salvataggio di Daniele e dei suoi tre compagni Azaria, Anania, e Misaele: i quali, rifiutandosi di adorare la statua eretta da Nabucodonor vennero gettati in una fornace ardente, ma rimasero miracolosamente illesi. Un secondo intervento miracoloso è descritto esser avvenuto durante il regno di Dario: Daniele avendo continuato ad adorare il proprio Dio contro il divieto regale, per punizione venne gettato in una fossa di leoni; ma intervenne Dio che lo salvò chiudendo le fauci delle belve. I tratti deuterocanonici sono costituiti da due canti dei giovani nella fornace in cui tra l’altro si narra la storia di Susanna moglie di Joakim. La notevole fortuna del testo è dovuta alla ricchezza di episodi narrativi e dal genere letterario apocalittico.

Antico Testamento Libro di Daniele