Una vetrata all’antica di epoca carolingia

Del recente pullulare di reperti importanti per la conoscenza delle arti monumentali e suntuarie dell’alto Medioevo qui ci si limiterà a dare una breve notizia di un ritrovamento che conferma l’ipotesi formulata qualche anno fa sull’adozione di vetrate a griglia nelle strutture di epoca carolingia (Dell’Acqua, 1997 b). Sino al novembre del 2001 non si era mai presentata in alcun contesto occidentale la straordinaria opportunità di vedere "fotografata" una vetrata del IX sec. con i pannelli nell’originaria posizione, paradossalmente grazie ad un evento accidentale, sigillato da un accumulo di materiali.

Dalla catalogazione dei frammenti di vetro piano per unità stratigrafiche, dal loro raggruppamento in base a caratteristiche macroscopiche era maturata la non agevole e incostantemente integrale ricomposizione di numerosi pannelli da finestra della fase carolingia. L’accostamento delle forme consentiva di ricomporre idealmente schermi a griglia dominati da figure regolari, che sono stati confrontati con quanto noto sull’epoca tardo antica. Quale principale termine di confronto spiccava per condizioni conservative ed eccezionale ambientazione monumentale l’armatura lignea scoperta nelle murature perimetrali della basilica di Sant’Apollinare in Classe, oggetto di una datazione oscillante tra la metà del VI o gli inizi del IX sec., fondata in entrambi gli estremi su legittime considerazioni storiche. Essa costituisce letteralmente, si voglia perdonare l’appropriazione di una formula nota agli archeologi, un "fossile-guida" per la ricostruzione della storia degli schermi invetriati, la cui adozione sin dall’età romano-imperiale era stata invogliata dalla loro perfetta funzionalità nella protezione ed illuminazione degli interni, alla quale si abbinava sottilmente la pretesa estetica del vetro colorato.

La conferma della validità di quel confronto tipologico è giunta dal reperimento dei resti di una finestra invetriata, crollata a causa del disastroso incendio che nell’881 investì gran parte del monastero vulturnense, in un ambiente -le cui funzioni sono ancora in corso di definizione- ricavato nel pendio del Colle della Torre, al quale si accedeva da una scala innestata sul piano in cotto dello stretto corridoio porticato che correva alle spalle della cosiddetta "Sala delle Riunioni" dei monaci. La finestra, rivolta verso Sud, sovrastava la tettoia del corridoio ed illuminava una imponente scala in legno, pure trovata combusta, che conduceva verso la sommità del colle, oltrepassando un ambiente in parte scavato nella roccia. Il complesso terrazzamento culminava in una sorta di elegante loggiato decorato con pitture murali, del quale forse prematuramente si forniscono le prime impressioni.

La combustione del legno della finestra, protrattasi all’interno dell’ambiente nominato, ha restituito un’immagine quanto più fedele possibile degli assemblaggi originari: nell’armatura a griglia trovavano posto, senza l’ausilio di piombi, pannelli rettangolari coronati nella terminazione semicircolare da forme trapezoidali con lati esterni curvi. La finestra dovette crollare un pezzo per volta, dapprima le due metà superiori lunate, quindi le parti inferiori con i pannelli rettangolari, come rivela l’accurato rilievo della loro giacitura.

Della centina lignea non sono rimaste che ombre scure sul terreno, ma le dimensioni dei suoi componenti possono essere desunte da due indizi: la lunghezza dei chiodi e il l’impronta lasciata dalle traverse sui pannelli deformati dal calore. L’oculata gestione dei metalli nel Medioevo e nella stessa San Vincenzo carolingia, che li rende rari in archeologia, è stata in questo caso prevenuta dal crollo delle murature dell’ambiente, che hanno seppellito anche i serramenti della finestra, riconsegnandoli oggi. Due chiavistelli in ferro a doppio uncino, con un anello di raccordo, chiudevano le ante della finestra, il cui scheletro di legno doveva essere un abile lavoro di incastri, come fa pensare l’esiguo numero dei chiodi. Le estremità di questi vennero tutte ribattute per garantire un più saldo ancoraggio. La misurazione della distanza tra la testa dei chiodi e la coda piegata ad "L" ha reso noto l’approssimativo spessore delle travicelle impiegate, tra gli 8-9 cm in qualche caso ai 4-5 cm in altri, per cui si può pensare che le più spesse fossero quelle del profilo esterno che appoggiavano al muro, mentre le altre dovevano essere quelle longitudinali sulle quali poggiavano le cerniere. Invece le travicelle che separavano i pannelli l’uno dall’altro erano circa di 1 cm di spessore, come desunto dalla misurazione dell’impronta lasciata su alcuni pannelli parzialmente fusi su di esse. Il raffronto con la transenna lignea di Sant’Apollinare in Classe permette di proporre la ricostruzione grafica di quella di S. Vincenzo.

Il vetro ha colori perlopiù tenui, tra il verde chiarissimo e il verde acqua; una delle lastre stondate di coronamento è verde chiaro delicatamente "marmorizzata" in rosso. Fanno eccezione alcuni pannelli rettangolari di colore blu opaco, la cui contiguità nella porzione inferiore della finestra, è stata "fotografata" dalle modalità del rinvenimento. Questo colore risulta, all’esposizione diretta alla luce solare, pressoché del tutto refrattario a lasciarsi penetrare dai raggi, donde rimangono inspiegabili le ragioni del suo impiego, peraltro non infrequente in altri ambienti della clausura.

Altro dettaglio tecnico, suscettibile di più ampie considerazioni, è l’accorta riparazione di una lastra fratturata. Uno dei pannelli ha infatti presentato la particolarità di essere costituito da due rettangolini di colore diverso -verde chiaro e azzurro- perfettamente combacianti. Il pannello quindi non venne sostituito del tutto, ma nemmeno risarcito con un frammento del medesimo colore, la qual cosa denuncia un limitato stoccaggio di lastre oppure l’affievolimento della produzione artigianale interna, in seguito alle grandi campagne di lavori di Giosué (792-817) ed Epifanio (824-42), sino divenire inadeguata alle esigenze di manutenzione delle strutture.

Dal calcolo, seppur approssimativo, della larghezza delle traversine di legno esterne, interne e del battente, e della larghezza media dei pannelli (14 cm circa), si può affermare, pur con un buon margine di oscillazione, che la finestra avesse una larghezza di circa 85-90 cm. Sull’altezza è più difficile fare ipotesi, perché la finestra è crollata in diverse porzioni che sono andate a sovrapporsi; in ogni caso l’archeologia ha mostrato una sequenza di almeno tre pannelli, dei quali due rettangolari (altezza media 15-20 cm) con un coronamento stondato (11-14 cm), ai quali va aggiunto lo spessore delle traversine interne, con il quale si arriva a calcolare un’altezza di circa 70 cm. E’ pensabile che almeno quattro file di pannelli sovrapposti più il coronamento fossero allogati nelle transenne, la cui altezza totale doveva quindi oscillare tra i 90-110 cm circa.

Da ultimo si vuole ricordare che in altri contesti prodighi di vetro da finestra, come il Refettorio dei monaci, erano stati raccolti anche listelli di piombo ad "H", che diverranno la norma nella sempre più evoluta e raffinata vetrata basso medievale, poiché duttili nel legare i pannelli con giunti più fini e favorire una maggiore penetrazione della luce. L’alternanza tra transenne interamente di buona carpenteria e altre nelle quali questa si coordinava con i piombi testimonia una diversificazione dei mezzi d’arredo, finanche in complementi marginali, a seconda dell’importanza degli ambienti. La cosa era già stata notata da Rosemary Cramp (1975: 94) a proposito del monastero sassone di Jarrow (fine VII-inizi VIII sec.), dove per fermare i piccoli pannelli di vetro colorato si alternavano piombi entro lastre di pietra forate o semplici transenne lignee. Di questa sorta di gerarchia d’arredo, per attenersi solo agli schermi da finestra, ne è stato tramandato il ricordo anche nella Roma carolingia e qualche secolo dopo nella Montecassino di Desiderio.

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