MOLISE - S. Vincenzo al Volturno
SCHEDA: Monastero di S.Vincenzo al Volturno 1
TITOLO: Frammenti di vetro piano (circa 7000); moltissimi scarti di lavorazione, tra cui tessere musive colorate di epoca romana, crogioli, frammenti di fritta, etc.

UBICAZIONE: Laboratorio Archeologico, Comune di Castel S. Vincenzo, Molise

DIMENSIONI: I frammenti appartenevano a pannelli da finestra di forma rettangolare (le cui dimensioni standard oscillano tra cm 9-12 x 15-16) o di triangoli rettangoli (cm 14-16 x 8-12 circa) o di trapezi rettangoli (cm 15 x 13 circa), e, in un caso, di forma circolare (disco di vetro a corona, diametro cm 13) come è evidenziato nel Grafico di ricostruzione della tipologia dei pannelli. Spessore variabile da mm 1 a mm 6. v.

PROVENIENZA: I reperti sono stati rivenuti a più riprese durante le campagne di scavo iniziate nel 1980 e tutt’ora in corso. Durante le prime campagne di scavo i resti delle vetrate di età carolingia furono ritrovati prevalentemente nel Nucleo più antico del monastero. ossia presso la cosiddetta Chiesa Nord con la Cripta di Epifanio (Trincee B, C, EE); la Foresteria per gli ospiti di riguardo (Trincee A e G); il Refettorio dei monaci e quello per gli ospiti di riguardo (Trincea D/X); la Sala d'ingresso (Trincea D/X) e il Vestibolo (Trincea D); la Sala delle Riunioni (Trincea D); il Refettorio dei monaci e Giardino (Trincea D/X); nell’area di fronte ai due arcosoli nel cimitero sul Colle della Torre (Trincee S e T). Una certa quantità di frammenti di vetro sono stati ritrovati lungo il muro perimetrale nord del Refettorio concentrati in sacche, (fase 5c), e in macerie di demolizione del sec.XI (fase 6b). Essi probabilmente costituiscono quanto resta in situ delle vetrate dopo l’incendio dell’881 che vennero demolite nel sec.XI assieme al muro perimetrale. Una notevole percentuale è stata ritrovata in quattro sacche entro il canale di scolo D 552 (fase 6) nel chiostro. La distanza tra ogni concentrazione di vetro di circa m.2 ha permesso l’individuazione ed il posizionamento di 13/15 finestre che si aprivano nella muratura ed il calcolo approssimativo del loro numero V. Pianta dei ritrovamenti lungo il muro nord del Refettorio.

In successivi scavi condotti nell’area del corridoio voltato antistante la grande basilica di S. Vincenzo Maggiore (trincea FF) sono stati rinvenuti numerosi pannelli integri di piccole dimensioni e svariate forme nonché scarti di lavorazione e tracce di fornaci. Pianta delle officine poste dinanzi e lungo il fianco meridionale della basilica di S. Vincenzo Maggiore. Sono stati anche ritrovati molti piccoli pannelli (tra questi un pannello a losanga) ben conservati ; tessere per arredi liturgici, transenne o lampade.

Altri frammenti, quelli di più tarda datazione, sono stati trovati nell’area dell’"Abbazia Nuova" durante le ricognizioni e gli scavi del 1981-82 e 1994-96; inoltre rinvenimenti accidentali sono occorsi durante l’aratura del sito nel 1991.

CRONOLOGIA: Il vetro da finestra, assente nelle fasi archeologiche 0-3 è stato ritrovato in strati riferibili alle fasi archeologiche 4 e 5 dello sviluppo edilizio del monastero, ovvero in un periodo compreso tra l’abbaziato di Giosuè (792-817), Talarico (817-24) ed Epifanio (824-42) e l’attacco saraceno dell’881. Sulla storia stratigrafia del sito Il principio della manifattura vetraria può essere legato all’impianto di officine funzionali al cantiere di Giosué, essa si protrasse comunque nel corso del IX, sia pure in scala minore, per fornire il materiale necessario alla ordinaria manutenzione del complesso abitativo. In alcuni casi il vetro piano è stato rinvenuto con altro materiale di riporto in buche scavate nel corso dell'XI sec. (fase 6b), allorquando il terreno venne livellato in seguito alla demolizione degli edifici per ricavarne materiale da costruzione. Il monastero venne abbandonato in seguito all'assalto arabo dell'881 per alcuni decenni, quando uno scarso numero di religiosi tornò alle fonti del Volturno. Essi occuparono piccole porzioni del complesso che vennero ristrutturate alla meno peggio, prima del definitivo abbandono a favore del sito sulla riva opposta del fiume, dove sorse la cosiddetta Abbazia Nuova per volere dell’abate Gerardo (1076-1109). Per recuperare materiali utili al cantiere, le più antiche strutture vennero spoliate anche del vetro e del piombo, facilmente riciclabili.

AUTORE: difficile stabilire la provenienza delle maestranze che misero in opera le vetrate in epoca carolingia o nella fase romanica. La regione non aveva una tradizione nella manifattura del vetro piano, per cui si ritiene che essi siano giunti presso il monastero dietro specifica richiesta dell’abate franco Giosué e qualche secolo dopo dell’ex-monaco cassinese Gerardo.

COMMITTENZA: gli abati del monastero

SOGGETTO/I : la maggior parte dei frammenti di tardo VIII-IX sec. è senza traccia di pittura, ed include esempi di vetro marmorizzato. Nel gruppo dei 279 frammenti appartenenti all’Abbazia Nuova (fine XI-inizi XII sec.), 55 di essi (pari al 19,7%) recano motivi fitomorfi, geometrici, forse anche antropomorfi, ottenuti con l’applicazione di una grisaille chiara v. Grafico dei pannelli dell’Abbazia Nuova.

NOTE CRITICHE: Il monastero di San Vincenzo al Volturno è stato teatro di scoperte di primaria importanza per la storia della produzione vetraria occidentale, contraddistinte dal raro vantaggio di essere molteplici nella tipologia, qualitativamente distinte, e circoscrivibili senza sbavature sostanziali nella scansione cronologica riconosciuta. Il grande complesso monastico era dotato di ampie e coloratissime vetrate, che sono state confrontate con quanto noto nel panorama occidentale altomedievale. Dal paziente lavoro di ricostruzione svolto sul vetro ad oggi scoperto è apparso che nelle vetrate fosse preponderante l'uso di pannelli di forma geometrica: a Monkwearmouth e Jarrow i pannelli ricostruiti sono rettangoli, triangoli, losanghe, mentre alcuni di forme varie sono stati interpretati quali parti di una figura umana aureolata (Cramp, 1975). Le loro dimensioni e il loro spessore sono decisamente inferiori a quelli dei grandi rettangoli impiegati in epoca romana (Baatz, 1991; Whitehouse, 2001) o anche a S.Vincenzo nel IX sec. (Dell’Acqua, 1997 b). La ricostruzione di numerosi frammenti vulturnensi risalenti alle fasi d'occupazione 4 e 5 ha permesso di scoprire che le vetrate erano formate in prevalenza da pannelli rettangolari e, nella sommità verosimilmente semicircolare delle finestre, da pannelli trapezoidali, rettangolari o pannelli a sezione di cerchio, aventi un bordo ad andamento curvilineo. I triangoli rettangoli, ricomposti a coppie del medesimo colore con vetro proveniente da stessi contesti), erano probabilmente uniti in composizioni simmetriche. Ipotesi confermata dalla scoperta nel novembre del 2001 di una vetrata caduta durante l’incendio che colpì il monastero il 10 Ottobre 881 e rimasta indisturbata nella giacitura originaria; (v. Una vetrata "all’antica" di epoca carolingia)

I pannelli appaiono essere stati lavorati con diverse tecniche. La maggior parte dei frammenti (99,46 %) mostra le tipiche caratteristiche della lavorazione a cilindro: bolle gassose allungate in file parallele e la superficie più o meno liscia su un lato e corrugata sul'altro. Lo spessore misurato oscilla tra 1,8 e 5,6 mm, e appare notevole specialmente in relazione alle ridotte dimensioni dei pannelli. I bordi esterni sono arrotondati dal fuoco o tagliati (anche se in alcuni casi i lati apparentemente tagliati sono fratture di pannelli più grandi riutilizzati in pezzetti) o rozzamente scheggiati con il grisatoio. Tale strumento sembra essere stato applicato con minore cura rispetto ai pannelli del IX sec., dove si notano lati scheggiati più finemente. Si potrebbe pensare che la lavorazione del vetro non fosse così raffinata come al tempo dei grandi cantieri di Giosué, Talarico ed Epifanio, nella prima metà del IX sec.

E' interessante registrare anche una certa quantità di vetro lavorato a corona. E' nota la scarsità di esempi di vetro a corona nell'Occidente medievale. Tuttavia nel monastero vulturnense, in strati associati a strutture di sicura datazione entro il IX sec., sono stati rinvenuti frammenti prodotti con tale metodo; il più significativo esempio è un disco blu quasi integro. Alcuni frammenti dalla basilica di San Vincenzo Maggiore rimangono invece di datazione incerta tra l'inizio del IX e la fine dell'XI sec. Questa tecnica conobbe una diffusione maggiore nei secoli basso medievali, ma in genere non prima del XIII-XIV sec., per cui anche la scoperta dei pezzi provenienti dall'Abbazia Nuova è di rilievo per la storia della tecnologia vetraria. A S.Vincenzo i pannelli sembrano quasi tutti essere stati tagliati dal cosiddetto bull's eye o omphalos, ovvero il centro del disco, e proprio per tale motivo non è stato possibile calcolare il loro diametro originario. Lo spessore varia tra 1,8 e 5,9 mm. Nel tardo Medioevo, quando esso divenne molto diffuso in particolare nel Nord Europa, la parte centrale dei dischi veniva scartata nelle vetrate degli edifici più prestigiosi, sia per ragioni estetiche, sia perché permetteva che poca luce filtrasse; di conseguenza veniva venduta a prezzi molto bassi e impiegata solitamente in abitazioni private. Nel caso del monastero vulturnense dell'XI-XII sec., si può ipotizzare che essi siano stati impiegati nelle vetrate degli ambienti della clausura, ovvero non di rappresentanza.

Nell'Europa altomedievale il vetro dipinto sembra essere stato piuttosto raro, a giudicare dai pochi esempi noti. Tuttavia alcuni riferimenti letterari fanno credere che le vetrate istoriate o figurative esistessero già in epoca tardo-antica. Sidonio Apollinare, descrivendo una basilica di Lione consacrata nel 470, dice che essa risplendeva per i rivestimenti marmorei, per i mosaici e per le finestre tutte ornate con figure dei più svariati colori (Ep. II, 10, 4, Sidonius Hesperio suo salutem). Nella vita del santo vescovo di Münster in Westfalia (Vita III. sancti Liudgeri (lib. II, cap. 31) scritta nel IX sec. si parla di una ragazza cieca che per miracolo acquista la vista, e la prima cosa che vede sono le figure che ornano le finestre di una cappella illuminata dalla luce mattutina. Non possono essere dimenticati gli eccezionali frammenti dipinti d'epoca carolingia di Paderborn (Gai, 2001), di Rouen (Le Maho, 2001) e di Farfa (Newby, 1991), che vanno ad attestare la comparsa della vetrata dipinta in un’epoca insospettata sino a pochi anni fa: quella di Carlo Magno.

L'area su cui venne spostata alla fine dell'XI sec. l'abbazia di San Vincenzo al Volturno ha offerto nel corso degli ultimi anni numerosi frammenti di vetro da finestra variamente colorato e con tracce consistenti di grisaille, che da vita a motivi geometrici, fitomorfi e probabilmente anche antropomorfi. Questo va riconosciuto come il dato tecnologico più significativo che si registri nel vetro dell'Abbazia Nuova, infatti essi sono per ora tra gli esempi più antichi di vetro dipinto dell’Italia medievale. Dagli scavi sono emerse tracce della lavorazione del vetro, che hanno indotto a credere nell'esistenza di un'officina vetraria, sebbene essa non sia stata localizzata. Dal momento che l'abbazia venne fondata da Gerardo, monaco cassinese contemporaneo del grande abate Desiderio, non è da escludere che le sue scelte estetiche siano state influenzate da quelle desideriane, facendo così di S. Vincenzo uno splendido riflesso della rinnovata casa madre benedettina (Dell’Acqua, 1999). Anche per le chiusura delle finestre Gerardo dovette trarre spunto dalla casa-madre, dove le aperture erano schermate con lastre di vetro e piombi oppure con transenne di stucco traforate (Leone Ostiensis, Chronica Monasterii Casinensis, lib. III, capp. 10, 27, 28, 33). Nessun frammento di vetro dipinto è stato rinvenuto nel monastero vulturnense in contesti databili al IX sec., per cui se ne deduce che la tecnica di dipingere i pannelli venne introdotta soltanto tra XI-XII sec., al momento della ricostruzione operata da Gerardo. Proprio intorno a questi decenni le vetrate dipinte iniziarono ad essere ampiamente diffuse negli edifici ecclesiastici di tutta Europa. Di epoca contemporanea, in Italia, si conoscono unicamente i frammenti dalla Torre Civica di Pavia datati intorno al 1100 (v. Pavia Musei Civici del Castello visconteo 1). e quelli rinvenuti sul sito della SS.Trinità di Mileto Vecchia in Calabria v. (Mileto Museo Statale 1), fondazione cluniacense istituita intorno al 1060-80. Questi esempi appaiono molto interessanti in quanto attestano, insieme a quelli coevi di S.Vincenzo, l'adozione della grisaille in Italia già alla fine dell'XI sec. La decorazione più diffusa doveva essere di tipo fitomorfo o geometrico, dal momento che soltanto due frammenti vulturnensi di difficile interpretazione e uno di Mileto -dove forse lavorarono maestranze francesi- presentano tratti che potrebbero riferirsi ad elementi antropomorfi. Sui frammenti vulturnensi vi è una sorta di grisaille biancastra trasparente, che ha lasciato ombre chiare, quasi corrodendo la superficie del vetro. Dal momento che le analisi chimiche complete di questi reperti non sono state ancora compiute, non è possibile dire se la "pittura" abbia una composizione paragonabile a quella descritta da Teofilo, ottenuta mescolando in parti uguali rame, vetro verde e blu polverizzato, urina o vino. Tuttavia, ugualmente a questa, ha la caratteristica di non staccarsi dal supporto vitreo nemmeno graffiandola con l'unghia, prova che Teofilo suggeriva di fare per verificare se la tempratura dei pannelli dipinti fosse andata a buon fine (De diversis artibus, cfr. Dodwell, 1986: 49-53). Al fine di uno studio degli aspetti formali dei pannelli dipinti vulturnensi, si è cercato di istituire dei confronti con oggetti sia pertinenti all'arte vetraria che ad altre tecniche artistiche, di datazione oscillante tra l'XI e il XII sec. Tuttavia si ha la piena consapevolezza che tali confronti rimangono puramente indicativi, dal momento che la decorazione pittorica, i codici dello scriptorium, e ogni altra testimonianza artistica della fondazione gerardiana sono andati perduti.

I bordi perlinati dei tipi che compaiono su alcuni pannelli erano molto comuni nelle più antiche vetrate dipinte occidentali. A S.Vincenzo il motivo è complicato da tratteggi rettilinei che corrono paralleli al di sopra e al di sotto della sequenza di cerchi e da un puntino "risparmiato" al centro dei dischi maggiori. Da segnalare è un pannello in condizioni di integrità, blu intensissimo, su cui è stato dipinto un tralcio d'acanto con ampie volute.

In alcuni frammenti si osservano tratti che potebbero essere pertinenti a panneggi, non molto distanti nella resa dai quelli osservati sui resti della decorazione pittorica di S.Vincenzo Maggiore dell'XI sec., dove le ombreggiature sono ottenute stendendo il colore con tratti più o meno spessi, con motivi a pettine. Questi motivi "a pettine", originati dalla pratica delle arti suntuarie medio-bizantine, ricorrono spessissimo nel trattamento dei panneggi della pittura e miniatura dell'Italia meridionale tra XI-XII sec., come si vede nel più vasto e ricco ciclo di minature cassinesi, quello del Lezionario commissionato da Desiderio per la consacrazione della propria basilica (ms. Vat. lat. 1202). I motivi dipinti di due pannelli appaiono piuttosto problematici da interpretare, infatti sono gli unici che presentano tracce che potrebbero riferirsi al modellato di volti umani e che potrebbero attestare la presenza di figure umane nel complesso decorativo delle vetrate vulturnensi dell'abbazia di Gerardo. Con molta cautela si potrebbe vedere nel n.38 la parte esterna di un occhio, mentre nel n.102 una fronte con una ruga che la attraversa e l'attacco delle sopracciglia. Oltre ai pannelli dipinti si registra anche un certo insieme di rettangoli o sezioni di dischi integri, di vari colori, che dovevano formare le bordure delle vetrate. Secondo una consuetudine protrattasi per secoli un pò dovunque nella composizione delle vetrate, le parti esterne -ovvero quelle più soggette a rotture essendo a contatto con il cemento che le legava all'incavo delle finestre da dove venive tolte per restauri e reintegrazioni- erano solitamente fatte con pannelli non decorati, appunto di forma rettangolare o a sezione circolare per assecondare la forma delle aperture.

Purtroppo le distruzioni a cui è andata incontro Montecassino, con il bombardamento dell'ultima guerra, hanno impedito di trovare dei termini di confronto per le vetrate vulturnensi ed elementi di conferma all'attestazione di Leone Marsicano. Probabilmente non si potrà mai provare che gli stessi vetrai abbiano operato nei due siti oppure che quelli cassinesi abbiano istruito quelli vulturnensi, ma si crede che senza l'esperienza cassinese, non è possibile spiegare la ripresa dell'attività vetraria a S.Vincenzo. Infatti appare fin troppo significativo che ad oggi le uniche notizie documentarie e archeologiche che attestino la presenza di vetrate nell'Italia centro-meridionale tra la fine dell'XI e gli inizi del XII sec. riguardino i due monasteri gemelli di Montecassino e S.Vincenzo e di S.Benedetto a Capua. Rimane da accertare, mediante studi archeologici approfonditi, la presenza di vetrate presso altre architetture estremamente significative nell’Italia centromeridionale del tempo -il Duomo di Salerno e S.Angelo in Formis- al fine di stabilire se esse costituissero, come pare, uno dei tratti distintivi delle architetture di influenza desideriana (Dell’Acqua, 1999 e 2002 b, in c.s.).

STATO DI FATTO: Il vetro da finestra proveniente dagli strati databili entro il IX sec. è in buone condizioni, non presentando fenomeni di corrosione. Le analisi hanno evidenziato che si tratta di vetro di tipo sodico la cui composizione si differenzia da quello romano per la percentuale di piombo inferiore all’1% . Anche il vetro proveniente dall’area dell’Abbazia Nuova appare in buono stato di conservazione. Soltanto su alcuni frammenti dai colori molto chiari -grazie all'impiego del decolorante, l'ossido di manganese- si osserva un sottile strato di gel di silice, che rappresenta un tipico sintomo di degrado dello strato superficiale del vetro con una certa percentuale di potassio. In effetti recenti analisi hanno rivelato che la composizione del vetro dell'Abbazia Nuova è piuttosto durevole, con la Soda quale principale elemento alcalino, che contribuisce alla stabilità del reticolo vetroso; tuttavia la presenza di una percentuale di potassio -2-3%- in quantità più elevata rispetto al vetro vulturnense del IX sec., può spiegare alcune differenze nello stato di conservazione dei pezzi più antichi rispetto ai più recenti. Questa incrementata presenza di potassio attesta che vetro di nuova produzione venne impiegato nell'attività vetraria dell'Abbazia Nuova. E' possibile che frammenti di vetro del IX sec. recuperati tra le macerie del monastero e -insufficienti ad alimentare la nuova attività vetraria- siano stati impiegati soltanto per accelerare il processo di fusione del nuovo composto. Del resto questa era una pratica da sempre seguita dai vetrai per far sciogliere il vetro a temperature più basse.

REF. FOTOGRAFICHE: Hodges-Mitchell, 1996; Dell’Acqua-James, 2001; Dell’Acqua, 2002.

ESTENSORE: Francesca Dell’Acqua aprile 2002