MOLISE - S. Vincenzo al Volturno
SCHEDA : S.Vincenzo al Volturno 0
TITOLO: Cenni storici del sito

La zona dove sorse il cenobio vulturnense, oltre ad essere nei pressi del confine tra ducato beneventano e spoletino, era lungo un'importante via di comunicazione.

In epoca longobarda infatti l'altopiano delle Mainarde divenne un punto di passaggio obbligato per chi avesse voluto evitare le ex-vie consolari romane e le coste battute dai Bizantini. Seguendo un percorso che dal chietino andava verso Valva-Sulmona e Isernia, piegando verso Est si poteva giungere nelle Puglie, verso Ovest a Capua e verso Sud a Benevento. Tutto ciò dovette essere ben chiaro al duca Gisulfo I (689-706), che in seguito ad una vittoriosa campagna di conquista verso i territori bizantini e spoletini per ridefinire i confini settentrionali del ducato, favorì l'istituzione del cenobio di S.Vincenzo donando un nucleo di terre comprese tra le odierne Castel di Sangro e Venafro (circa 300 Km2). Questo nucleo non venne molto accresciuto dai successori di Gisulfo, e ciò ha fatto credere che questi ultimi non avessero tenuto conto dell'importanza strategica della fondazione, diversamente dal re longobardo Desiderio, che nel 760 ca. gli donò parte della Valle Trita (in Abruzzo), al fine di controllare sia il dominio spoletino che quello beneventano (Wickham, in Hodges, 1995: 138 e ss.).

Fino al 780 S.Vincenzo rimase una fondazione di orizzonti limitati, anche perché, in un certo senso, trascurata dai beneventani. Il primo duca dopo di Gisulfo I che tentò di far rientrare S.Vincenzo nell'orbita beneventana fu infatti Arechi II (758-87).

L'altopiano di S.Vincenzo, dall'epoca repubblicana sino all'ultimo quarto dell'VIII sec. e di nuovo dall'840 ca. al XII sec., fu probabilmente soltanto un centro di importanza regionale, la cui lunga storia deve molto alla posizione geografica nel punto più alto della valle del Volturno, al confine tra una fascia climatica in cui ancora era possibile la policoltura (cereali, vino, olio) e quella più rigida dei rilievi appenninici abruzzesi in cui l'unica fonte di sostentamento era la pastorizia. Lo scambio dei prodotti tra la comunità montana e quella valligiana quasi certamente è avvenuto per molti secoli sul sito in questione, sebbene non sia possibile rintracciare tracce materiali delle fiere che stagionalmente lì avvenivano.

L'unico momento in cui S.Vincenzo può considerarsi davvero proiettato in un ambito internazionale è tra la fine dell'VIII e gli anni '40 del IX sec., quando gli investimenti di capitali carolingi gli fornirono una base economica tale da diventare uno dei più grandi e potenti insediamenti monastici del regno franco. Tali investimenti non dovettero essere dettati da motivazioni devozionali -perlomeno non si devono considerare le principali- quanto pittosto politiche. Carlo Magno aveva compreso l'importanza della posizione geografica di S.Vincenzo, al confine tra il ducato Spoletino (sul quale già aveva esteso il suo controllo) e l'indipendente principato beneventano, su una via di comunicazione tra Adriatico e Tirreno, interessata dai flussi commerciali che dal Medioriente giugevano nell'Europa Meridionale.

L'instaurazione del patrocinio franco sulle sorti del monastero iniziò con una serie di privilegi che Carlo concesse da Capua nel 787 all'abate Paolo (783-92): non solo venivano confermati i beni già posseduti, ma veniva concesso di eleggere liberamente il proprio abate e di godere di immunità fiscale e giudiziaria. E' necessario sottolineare quindi che il re franco non elargì terre, bensì immunità e forse anche grossi capitali in denaro. Il duca Ildeprando di Spoleto donò invece terre nella Marsica, nei pressi del confine meridionale del suo ducato e nella pianura paludosa di Capua: tutto ciò rientrava comunque nella strategia politica carolingia.

All'epoca di Giosué, come ha affermato Hodges, S.Vincenzo stava diventando la "Fulda del Sud", ovvero la materializzazione -in gigantesche proporzioni- della volontà di Carlo Magno di controllare, attraverso la Chiesa, l'indipendente principato beneventano, soprattutto in virtù della posizione strategica che esso rivestiva al confine con l'Impero e al centro del Mediterraneo, ovvero al centro dei traffici commerciali che interessavano i porti mediorientali, quelli della laguna veneta e gli empori nordici (Hodges, 1994: 123-24).

Paradossalmente proprio mentre la famiglia reale carolingia creava vincoli con l'importante abbazia, la nobiltà longobarda iniziava ad elargire terre a suo favore, non soltanto in aree rurali, ma anche nelle principali città del dominio: Benevento, Salerno, Capua, Venafro, Telese. Soprattutto negli anni '30 del IX sec. assunse il ruolo di principale donatore il principe Sicardo di Benevento, e così alla metà del secolo il monastero godeva di un patrimonio fondiario distribuito tra Abruzzo centrale, Puglia, Campania (in particolare l'area beneventana, casertana e salernitana), Basilicata, Calabria, per una estensione stimata intorno ai 650 Km2. Così la lunga serie di donazioni longobarde è stata interpretata quale reazione all'intromissione franca da parte dell'aristocrazia locale, al fine di preservare sia S.Vincenzo che Montecassino nell'orbita politica beneventana.

I nuovi rapporti di natura più prettamente politica, che legavano la comunità a potenti franchi o longobardi, determinarono la necessità di produrre raffinati oggetti da donare in cambio dei favori ricevuti e di creare uno spazio degno di accogliere gli illustri ospiti laici. Ciò è quanto è stato possibile riscontrare durante le indagini archeologiche, che hanno individuato nella prima metà del IX sec. il momento "aureo" della produzione artigianale a S.Vincenzo (ad es. sul vasellame e i monili in vetro, Stevenson, 1997). La protezione franca, maturata nell'ambito della cosidetta "Klosterpolitik" di Carlo mirata al controllo delle istituzioni religiose per meglio controllare i potenti laici (Hodges, 1995: 170), fu perpetuata dai suoi successori, tra i quali Ludovico il Pio e Ludovico II, che nell'866 riconfermò a Montecassino e a S.Vincenzo le immunità e il patrimonio fondiario posseduti.

Naturalmente, nei decenni successivi alla fuga dei monaci a Capua i diritti su molte terre andarono perduti e l'originario patrimonio fondiario si ridusse a ben poco. L'analisi dei documenti riportati dal Chronicon relativi alla seconda metà del X sec. rivela una lenta ricostituzione di questo e una sua diversa gestione: lo sfruttamento divenne sistematico grazie ad un controllo più diretto dei coloni che ormai vivevano in nuclei fortificati non troppo lontani dal monastero; furono venduti gli appezzamenti di terra a quegli stessi aristocratici che se ne erano appropriati indebitamente; giunsero numerose donazioni nel territorio spoletino, sulla costa adriatica, nel dominio longobardo meridionale. Con queste risorse si crede che gli abati Giovanni IV (998-1007) ed Ilario (1011-45) abbiano potuto procedere a varie ristrutturazioni del complesso monastico.

La narrazione del monaco Giovanni si interrompe all'abbaziato di Ilario, così quanto è avvenuto in seguito rimane piuttosto oscuro. Verso la fine dell'XI sec., a causa della fame di terre degli aristocratici locali e dei nuovi conquistatori Normanni, due terzi della proprietà fondiaria andarono nuovamente perduti, per cui rimaneva effettivamente soltanto l'alta valle del Volturno.

Wickham ha scritto che nel momento di definitivo declino delle risorse del monastero sicuramente non si sarebbero potuti intraprendere i grandiosi lavori di ricostruzione del complesso che furono invece attuati da Gerardo (1076-1109). La fonte della liquidità che questa volta supplì ai fabbisogni della fondazione fu quasi certamente Montecassino, da dove provenivano Gerardo e alcuni dei suoi successori. E' molto probabile che l'abbazia madre dell'ordine considerasse S.Vincenzo una sorta di filiazione, in una fase in cui le fortune di questo iniziavano a declinare e le proprie erano in forte ascesa. La sequenza archeologica dell’Abbazia Nuova ha rivelato una tendenza ad emulare l'ampia scala e la ricchezza decorativa dell'insediamento del IX sec. con l'impiego di abilità artigianali piuttosto raffinate, per le quali si pone la questione se queste fossero state reintrodotte oppure fossero in qualche modo sopravvissute alle alterne vicende che interessarono la fondazione. Contemporaneamente all'erezione di questo nuovo complesso, veniva varata dallo stesso abate un'altra iniziativa molto significativa che seguiva in parallelo quanto fatto dall’abate cassinese Oderisio con Leone Ostiense, ovvero la commissione dell'opera cronachistica menzionata (Chronicon Vulturnense) atta a ricostruire il prestigio storico-politico-spirituale dell'abbazia.

L'edificio chiesastico si presenta attualmente nella ricostruzione guidata negli anni '60 da Angelo Pantoni, monaco e antiquario cassinese, che provvide anche ad effettuare le prime indagini archelogiche. Del complesso abitativo originario non rimane nulla in elevato.

Le fasi archeologiche del sito e indagini intraprese dalla missione archeologica inglese hanno contraddetto l'immaginosa descrizione di Giovanni circa l'arrivo di Tato, Paldo e Taso in una landa boscosa e deserta ("silva densissima"). L'horrendum desertum era spesso un topos letterario tipico nelle vite dei santi fondatori di monasteri, la cui solitudo doveva ricordare quella dei primi cenobiti nei deserti mediorientali. Infatti il sito ha rivelato una fitta sequenza di frequentazione dall'epoca sannitica-repubblicana sino a quella tardo imperiale, nei cui ruderi venne istituito il cenobio, animato sino al Basso Medioevo (Hodges, 1993: 7).

Fase Tipo d'insediamento

0a1:

Santuario Sannitico (IV-I sec.a.C.), datato dai reperti ceramici.

0a2: 

Villaggio d'età repubblicana (I sec.a.C.-I sec. d.C.), datato dai reperti ceramici e scultorei.
0b: Villa d'età imperiale (I-IV sec.d.C.) sulla riva orientale del fiume Volturno datata dai reperti ceramici.
1a:

Villa tardo-imperiale (400-50 d.C.), sulla riva occidentale del fiume datata da monete, gioielli, sigillata africana rossa.

1b:

Modifiche alla casa-torre e costruzione della Chiesa Sud e della Chiesa Nord (450-550 ca.).

1c:

Addizioni alla Chiesa Sud.

2:

Fase di abbandono. Poche tombe inserite nel pavimento del piano terra della casa-torre e nella Chiesa Sud (tardo VI-VII sec.).

3a:

Piccolo monastero entro edifici della fase 1. La Chiesa Sud viene utilizzata quale prima chiesa abbaziale (702-03 ca.).

3b:

Creazione di un rozzo deambulatorio nel S.Vincenzo Minore. Costruzione di una nuova navata nella Chiesa Nord.

3c:

Ristrutturazione del deambulatorio del S.Vincenzo Minore e dell'abside della Chiesa Nord.

4a: Ristrutturazione del S.Vincenzo Minore quale Foresteria per gli ospiti di riguardo, creazione di due corridoi per collegare il nucleo del monastero alla nuova chiesa abbaziale, S.Vincenzo Maggiore, iniziata da Giosué (792-817).
4b: Ristrutturazione del piano terra dell' ex-S.Vincenzo Minore.
5a: Costruzione del nartece, dell'atrio e della cripta della Chiesa Nord da parte di Epifanio (824-42). Ristrutturazione di vari edifici della fase 4.
5b: Tracce del terremoto dell'848.
5c:

Attacco arabo dell'881, che ha lasciato un livello di bruciato e punte di frecce.

6a :

Occupazione provvisoria delle rovine del monastero (inizi X sec.-XI sec.?).

6b:

:Demolizione delle rovine per servire alle ricostruzioni dell'XI sec.

7:

Tracce del monastero dell'XI sec., con un forno per laterizi e un nuovo chiostro.

8:

Terrazzamento sull'area del vecchio monastero e costruzione di un nuovo insediamento sulla riva orientale del Volturno all'epoca di Gerardo (1076-1109).

Sulle vicende edilizie del complesso monastico si vedano le Ricostruzioni virtuali del sito archeologico realizzate da D. Monaco e F. Valente su direttive dei direttori degli scavi R. Hodges e F. Marazzi