TOSCANA - Prato
SCHEDA : Pieve di S. Stefano 1
TITOLO : Il miracolo del sacro Cingolo

 

Nota alla pianta della Pieve di S. Stefano

L’orientamento dell’edificio è sfalsato rispetto a quello tradizionale con l’abside ad est cui fa riferimento il CVMA per la sua numerazione.

UBICAZIONE: Pieve di S. Stefano [duomo], cappella maggiore

DIMENSIONI: cm. 940 x 310

PROVENIENZA: collocazione originaria

CRONOLOGIA: 1452 allogazione – 1459 (17 dic.) 1460 (maggio) montaggio della vetrata - 1464 conclusione del ciclo di affreschi

AUTORE: Filippo Lippi - cartoni (documentato) Lorenzo di Antonio da Pelago- esecuzione (documentato)

COMMITTENZA: Comune di Prato, Ceppo vecchio del Datini, l’Opera del Sacro Cingolo

SOGGETTO/I : La vetrata è composta da 9 pannelli rettangolari e, quale cimasa , da un lunettone a sesto acuto. Nei registri inferiori 9 santi entro edicole: a 1) Santa; b 1) Santa; c 1) Santa ( tre pannelli moderni; ; a 2) S. Paolo; b 2) S. Pietro; c 2) S. Andrea; a 3) S. Giovanni Battista, (contitolare della chiesa e protettore del dominio fiorentino); b 3) S. Stefano (titolare della chiesa) ; c 3) S. Lorenzo; abc 4) La Vergine Assunta consegna il sacro Cingolo. Il miracolo della sacra Cintola raffigurato nel lunettone , episodio nodale della vetrata, appartiene alla religiosità della cittadinanza pratese che venera la cintura conservata nella cattedrale.

Le scelte iconografiche della vetrata sono intimamente correlate al programma iconografico svolto negli affreschi dedicati alle Storie di S. Stefano (parete destra) e Storie di S. Giovanni Battista (parete sinistra). Ai lati della vetrata sono affrescati S. Alberto, fondatore dell’ordine carmelitano e S. Giovanni Gualberto, fondatore dell’ordine vallombrosano.

NOTE CRITICHE: L’interesse critico per questa vetrata è stato adombrato dall’attenzione rivolta al celebre ciclo pittorico eseguito dal Lippi a decorazione dell’intera cappella e non molto numerosi sono gli apporti critici specifici.

Le vicende della decorazione della cappella sono state ricostruite dai vari contributi critici e documentari; tra questi quello conclusivo della Borsook apparso nel 1975, frutto di una ricerca sistematica, ha precisato ridefinendoli i rapporti tra artista e patroni. La studiosi ha infatti dimostrato che i numerosi ritardi nel realizzare il progetto sono non solo attribuibili a contrattempi tecnici ed amministrativi, ma anche a nuovi impegnativi incarichi.

La commissione di tale ciclo, inizialmente offerta all’Angelico e da lui rifiutata, venne affidata al Lippi cui nel 1542 venne assegnata l’allogazione contemporanea sia degli affreschi che della vetrata. I vari successivi spostamenti dei ponteggi all’interno della cappella risultanti dai documenti permettono di ricostruire le fasi dei lavori: nel 1456 l’impalcatura dei ponteggi venne una prima volta abbassata alla quota del registro mediano, segno evidente che la dipintura dei riquadri superiori era conclusa. Successivamente, sospesi i lavori (sospensione dovuta secondo la giustificazione ufficiale alla mancanza di fondi, ma forse provocata dalle drammatiche vicende personali dell’artista), il Lippi si impegnò in altre commissioni. Altri due spostamenti dei ponteggi sono registrati nel 1461 e nel 1464; e l’anno successivo, alla fine del 1465, le impalcature vennero definitivamente smontate.

A sostituzione di una vetrata commissionata nel 1413 a Niccolò di Piero Tedesco su cartoni di Lorenzo Monaco e raffigurante una Maiestas Domini, l’esecuzione della nuova vetrata su disegno del Lippi venne affidata a Ser Lorenzo di Antonio da Pelago, "cappellano di San Pier Maggiore a Firenze", maestro vetraio assai apprezzato nell’ambiente fiorentino che aveva già collaborato negli anni precedenti alla realizzazione delle vetrate della tribuna di S. Maria del Fiore ( v. Firenze cattedrale 24). Un pagamento datato 16 luglio giugno 1452, riguarda un disegno per la figura di S. Stefano che fu portato da Prato a Lorenzo di Antonio che risiedeva a Firenze: " Et adì 16 lulglio [sic] per uno dì [Bernardo di Bandinello] andò a Firenze a Ser Lorenzo a portarlgli [sic] il disegnino di Santo Stefano per soldi [....] il dì L.--- S. 16". E ancora; dalle note documentarie risulta che il maestro vetraio venne pagato lire 1964, al costo di lire 14 per 76 braccia quadre equivalenti all’intera superficie della vetrata; pagamento che autorizza ad attribuirgli la esecuzione dell’intera vetrata

Il Marchini che già nel suo volume sulle vetrate italiane edito nel 1955 aveva confermato la paternità lippesca della vetrata, venti anni dopo, nel 1975, nella monografia sull’artista, pur soffermandosi sul significato iconografico di quella, ha dedicato la sua attenzione critica agli affreschi della cappella ed all’appartenenza iconologica della vetrata al programma iconografico della cappella. Senza dunque ulteriori chiarimenti, lo studioso conclude sostenendo che "montata la vetrata alla fine del 1459, da allora in poi il pittore [F. Lippi] lavorerà con luce naturale assai scarsa

Che il grandioso pannello archiacuto della Assunta, pur dipendendo da celebri precedenti iconografici (tabernacolo in Orsanmichele, porta della Mandorla), vada ricondotto all’ideazione del Lippi, è ormai criticamente assodato; evidenti sono infatti le analogie compositive e stilistiche tra la vetrata e la tavola dello stesso soggetto eseguita verso il 1460 dalla bottega del Lippi e destinata probabilmente a S. Margherita di Prato. Il linguaggio del Lippi è ravvisabile anche nelle sottostanti figure di S. Lorenzo (assai prossimo al S. Girolamo della tavola di Torino) e di S. Stefano, ambedue caratterizzate da stilemi peculiari alle figure lippesche; mentre si avvertono disparità stilistiche con le altre figure di santi; figure esili, avvolte in ondosi mantelli di gusto tardogotico, e riconducibili quindi a Lorenzo di Antonio. Né appartengono alle quadrature del Lippi i baldacchini. La ipotesi avanzata dal Badiani che Lorenzo abbia riutilizzato parti della precedente vetrata gotica non convince il Martin, che giustamente attribuisce tale disparità stilistica al riuso da parte di Lorenzo di cartoni immagazzinati nella sua bottega. Nel perseguire l’evoluzione della quadratura a baldacchino nella vetrata iconica la Del Nunzio puntualizza il ruolo di Lorenzo in tale evoluzione: .".. i baldacchini di Lorenzo...già palesano i sintomi di modificazioni strutturali: sebbene ancor memori di quelli del Ghiberti, i tabernacoli mostrano un’enumerazione degli elementi del lessico gotico più ridotta, non esuberante e limitata alle strutture primarie verticali".

Quanto alle bordure dei pannelli centrali a fogliette avvitate che il Martin rileva estranee al contesto lippesco, la loro tipologia appartiene al "Tipo C" individuato dalla Burnam I raffronti fatti dalla Burnam nelle pagine dedicate alle bordure pisane e fiorentine sono illuminanti circa la circolazione tra le varie ‘botteghe’ toscane di repertori ornamentali ed evidenziano il complesso rapporto di imprestiti e scambi avvenuti tra maestri vetrai che spesso si sono avvicendati nei vari cantieri. Il tema delle bordure fiorentine, già affrontato dalla Burnam nel suo testo sulle vetrate pisane, costituisce tuttora un problema aperto e stimolante nell’ambito delle attribuzioni che attende nuove proposte dal volume che la studiosa ha in corso di stesura.

STATO DI FATTO: In discrete condizioni, la vetrata ha subito nel 1975, in occasione del restauro condotto alle pitture della cappella, un intervento conservativo. Dal resoconto del Marchini (1976) risulta che, presentando la figura dell’Assunta estese cadute di grisaille, le tessere della raggiera della mandorla "butterate", da microcrateri. dei raggi sono state "ripassate" con grafite stesa a mano e fissata con vernice [sic].

BiBLIOGRAFIA:

REF. FOTOGRAFICHE Foto Nicolò Orsi Battaglini, Firenze

ESTENSORE: Caterina Pirina gennaio 2003