TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Chiesa di S. Croce 8
TITOLO : Stigmate di S. Francesco e Santi.

UBICAZIONE: Firenze, chiesa di S. Croce - finestra s VIII, Cappella Baroncelli (bifora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: non rilevate

CRONOLOGIA: 1328 sgg. (1328 – 1332 ca.).

AUTORE: Taddeo Gaddi (attribuzione).

COMMITTENZA: famiglia Baroncelli.

SOGGETTO: a 1) S. Giovanni Evangelista (S. Luca per Gardner 1971); b 1) S. Bartolomeo; a 2) S. Ludovico di Tolosa; b 2) S. Silvestro; a 3) S. Pietro; b 3) S. Giovanni Battista; a 4) S. Francesco inginocchiato riceve le stigmate; b 4) Il Cristo crocifisso, con ali di Serafino, imprime le stigmate al Santo; ab 5) nell’oculo arme gentilizia dei Baroncelli.( La numerazione corrisponde alla sequenza iconografica).

NOTE CRITICHE: La critica si è mostrata unanime nell’attribuire la vetrata a Taddeo Gaddi, autore degli affreschi della Cappella.

Per prima la van Straelen (1938) ha ritenuto che la vetrata fosse stata eseguita a seguito degli affreschi e, notandone l’intonazione chiara e brillante dovuta ad un esteso utilizzo del vetro bianco nelle incorniciature a baldacchino, ha proposto un accostamento ad opere più tarde, come la vetrata della Sagrestia di S. Maria Novella, avanzando un’ipotesi cronologica attorno al 1345 anche per confronto con le vetrate Bardi e Pulci Berardi (vedi Firenze S. Croce 15 e 3), considerate anteriori (1330 –45) proprio per l’aspetto coloristico più arcaicizzante.

In seguito il Marchini (1955), datando la vetrata entro il terzo decennio del Trecento, ne ha evidenziato la coerenza con gli affreschi della Cappella e ha colto il senso di rinnovamento dell’opera: staccandosi dalla tipologia a medaglioni, la vetrata introduce infatti l’incorniciatura delle figure con elementi architettonici a baldacchino gotico, secondo un uso importato dalla Francia negli ultimi decenni del Duecento e testimoniato dagli esempi in Assisi e, in S. Croce, dalle vetrate Bardi e Tosinghi Spinelli (vedi Firenze S. Croce 7 e 13): rispetto a queste due ultime vetrate il Marchini coglie però in quella Baroncelli un maggior gusto decorativo, dato dall’esuberanza delle cornici fogliacee e dalla studiata preziosità degli accostamenti cromatici; tali osservazioni sono state ribadite dal Marchini anche in successivi interventi (1968, 1983), nei quali l’Autore ha accostato la soluzione delle bordure vegetali, unite ai baldacchini, ad esempi quali le vetrate della Cappella di S. Martino nella Basilica Inferiore di Assisi da lui attribuite a Simone Martini.

Favorevole all’attribuzione al Gaddi si è mostrato anche il Gardner (1971), che ha notato come i Santi raffigurati potrebbero rappresentare i patroni della famiglia committente.

Concordando con questa ultima notazione, R. Janson la Palme (1976) ha osservato come le figure della vetrata appaiano più elaborate nelle vesti e nei volti rispetto a quelle degli affreschi, attribuendo questa maggior cura proprio al contributo dell’esecutore

In seguito il Ladis (1982), ferma restando l’attribuzione al Gaddi, ha antedatato la vetrata in base all’iscrizione del monumento funerario dei committenti Bivigliano, Bartolo e Salvestro Manetti e Vanni e Piero Bandini de’ Baroncelli che riporta la costruzione del luogo e l’inizio della decorazione al 1328: l’iscrizione dunque confermerebbe anche l’ipotesi secondo cui i Santi raffigurati rappresenterebbero i patroni dei committenti, data l’identità dei nomi tranne che per Bivigliano che non trova corrispondenza né in S. Giovanni Evangelista né in Ludovico di Tolosa.

L’Autore infine ritiene che la vetrata sia antecedente a quella Bardi (che egli attribuisce anch’essa a Taddeo Gaddi, mentre il resto della critica la assegna a Maso di Banco) perché qui gli intrecci di foglie delle bordure appaiono più statici e meno tridimensionali.

Tale diversità è stata invece spiegata dalla Thompson (1999) ricorrendo all’analisi dei dati tecnici delle due vetrate, che, a causa delle loro differenze intrinseche nella fattura, si rivelano come opere di due distinti esecutori con caratteristiche proprie e peculiari.

Lo studio della Thompson in un certo senso riprende quanto già indicato dalla tradizione che fa capo a Grodecki e alla Caviness – ed in questo caso – a quanto sottolineato anche da Janson la Palme circa il ruolo decisivo dell’esecutore nel risultato finale dell’opera, che non si alimenta soltanto del contributo del pittore autore del cartone, ma anche di una serie di scelte operative e formali determinanti - a seconda della sensibilità interpretativa oltreché tecnica del vetraio – poi anche a livello stilistico.

Dal punto di vista tipologico, come già accennato, la vetrata appartiene alla famiglia delle opere a carattere iconico con inquadramento architettonico a baldacchini gotici: introdotta dall’Oltralpe negli ultimi decenni del ‘200 (Assisi, Basilica Superiore) e rapidamente diffusasi in tutta l’Italia Centrale nel corso del ‘300 (Assisi, Basilica Inferiore; Firenze, S. Croce, vetrate Bardi e Tosinghi Spinelli), la tipologia accentua il proprio processo di evoluzione dalla seconda metà del XIV secolo, mostrando più apertamente i segni di un percorso graduale di "concretizzazione dell’immagine", stimolato dalla ricerca della verosimiglianza degli elementi di inquadramento rispetto ai moduli dell’architettura contemporanea, ed in seguito dall’indagine spaziale volta a suggerire un credibile effetto tridimensionale.

E’ dunque con la generazione di Nardo di Cione (Firenze, S. Maria Novella, Cappella Strozzi), di Agnolo Gaddi ( Firenze, S. Croce, abside), di Niccolò di Pietro Gerini (Certosa del Galluzzo) e degli esecutori più validi del momento, quali Antonio da Pisa e Leonardo di Simone (Firenze, Cattedrale, navate), che il tipo si avvicina per gradi al raggiungimento del vertice massimo del perfezionamento - per eleganza e monumentalità – rappresentato dalla vetrata absidale di S. Domenico a Perugia di Mariotto di Nardo (1411).

Nel corso del ‘400 la tipologia subirà, seguendo i tempi, un’ulteriore trasformazione: i modelli gotici verranno gradualmente abbandonati e sostituiti con più attuali inquadramenti architettonici "all’antica", secondo un processo già anticipato dal Ghiberti nelle 15 vetrate per le Cappelle del Duomo fiorentino (1439-43), laddove accanto all’immagine tradizionale del trono-baldacchino gotico iniziavano a comparire strutture più semplici, lineari, rese con esattezza prospettica.

STATO DI FATTO: Il rilievo, difficoltoso in situ, è stato compiuto dalla Thompson anche grazie al materiale documentario e fotografico relativo alle campagne di restauro di Ulisse de Matteis (fine XIX – inizi XX secolo) e della ditta Tolleri (dopo la Seconda Guerra Mondiale).

Risulterebbero restaurate le teste di S. Giovanni Evangelista, S. Silvestro e S. Bartolomeo (originali sarebbero invece quelle del Battista e di S. Ludovico di Tolosa), parte delle bordure bianche, le mani di S. Pietro e parte della bordura bianca della sua veste, le mani e i piedi del Battista e parte delle vesti, il piede sinistro di S. Ludovico e la parte inferiore del pastorale così come l’allaccio del manto e la striscia blu sempre del manto a sinistra.

Anche la mitra, le mani e parte delle bordure della veste di S. Silvestro risulterebbero di restauro, così come la mano sinistra di S. Giovanni Evangelista ed entrambe le mani di S. Bartolomeo.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Firenze S. Croce

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze – Nardini editore.

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (maggio 2001