TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 5
TITOLO : Presentazione al Tempio.

UBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore. Tamburo della cupola, finestra ta 4 (occhio).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: ø m. 4,70

CRONOLOGIA: 1445 (documentata).

AUTORE: Bernardo di Francesco su cartone di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: La Presentazione di Cristo al Tempio. La vetrata è circondata da una larga bordura con motivi geometrici.

NOTE CRITICHE: L’opera, ricordata come tutte le altre precedenti dal Ghiberti nei suoi Commentari, rappresenta la testimonianza finale della lunga collaborazione del Maestro con il Duomo di Firenze in qualità di vetratista e fornitore di cartoni.
Tale carriera era iniziata quaranta anni addietro con l’ideazione dei tre occhi di facciata, prima quello con l’Assunta (1405) e poi i due laterali con S. Lorenzo e S. Stefano (1412-15), per continuare in seguito con la realizzazione del vasto ciclo di trenta vetrate per le Tribune e le Cappelle del capocroce (1435-43) raffigurante gli antenati ed i predecessori del Cristo, ed infine per concludersi nei tre occhi per la cupola (1443-45), tutti eseguiti da Bernardo di Francesco, noto maestro vetraio già attivo in precedenza col Ghiberti durante la realizzazione del ciclo delle Cappelle.
Una lunga attività dunque, spesso non valorizzata dalla critica e comunque meno nota rispetto a quella scultorea, ma ad essa legata da rimandi nei modi e nei tempi della progressiva maturazione dell’Autore.
Seguendo lo snodarsi delle opere per S. Maria del Fiore si conosce un Ghiberti dapprima –nella fase iniziale degli occhi di facciata- a pieno titolo coinvolto in quel movimento di rinnovamento della cultura fiorentina che, tra XIV e gli inizi del XV secolo, tentava di far evolvere la tradizione di stampo ancora giottesco verso i nuovi modelli e la nuova sensibilità del tardo gotico.
A questa componente –ricercata ed elegante, e che rimarrà comunque di sottofondo a tutta la carriera del Maestro- si mescoleranno col tempo, nella fase del ciclo del capocroce, nuovi elementi più aggiornati, volti a conferire maggior saldezza alle figure e maggior esattezza nella misurazione dello spazio.
Giungendo infine all’ultima fase, quella dagli occhi della cupola, si nota un’ulteriore attenzione del Ghiberti all’evoluzione delle figure in senso più ampio, mentre si delinea al contrario una maggiore ambiguità nella raffigurazione dello spazio.
In questo caso, come già notato dal Marchini, la profondità prospettica dello spazio è data dall’esatta rappresentazione dell’altare e della balaustra marmorea in scorcio: sembra pertanto che il Ghiberti abbia approfondito quanto preannunciato nei ranghi inferiori delle vetrate delle Cappelle (1439-43), laddove apparivano ambienti "cubici" perfettamente resi attraverso l’uso della prospettiva lineare.
Altrove però le situazioni appaiono diverse, come ad esempio nell’occhio per la cupola con l’Orazione nell’Orto (vedi Firenze, Cattedrale 4), di un anno precedente alla Presentazione, dove invece troviamo un non-spazio, vale a dire che il senso della profondità non è stato indagato scientificamente ma è stato sostituito dalla raffigurazione degli elementi paesaggistici ed architettonici secondi i principi dell’ "enumerazione tardo gotica", dunque al di fuori di qualsiasi rapporto matematico e proporzionale.
Tale discordanza di soluzioni non deve sorprendere poiché è possibile riscontrarla anche nelle opere scultoree del Maestro: ad esempio nella pressoché contemporanea Porta del Paradiso (1425-52) si notano alcuni episodi che manifestano sicura padronanza del mezzo prospettico da parte dell’Autore (vedi l’episodio dell’Incontro di Salomone con la Regina di Saba ambientato nella sezione prospettica di S. Maria del Fiore), mentre in altre scene tutto ciò viene abbandonato, affidando il senso della suggestione spaziale alla mutevolezza del rilievo (alto, basso, stiacciato) che genera effetti pittorici e di superficie molto eleganti e quasi "atmosferici", ma assolutamente non oggettivi.
Nella nostra vetrata invece, alla perentorietà spaziale corrisponde anche una nuova visione monumentale della figura, anticipata per alcuni critici nell’analoga rappresentazione in Orsanmichele, attribuita nel disegno al Ghiberti e nell’esecuzione a Francesco di Giovanni e Bernardo di Simone (Finiello Zervas).
Come già notato dal Marchini, lo schema simmetrico sembra amplificare la cadenza delle figure, le espressioni ed i gesti delle quali si sono fatti più drammatici e solenni, forse per influsso della vicinanza con Andrea del Castagno, anch’egli attivo nel cantiere per gli occhi della cupola e autore di quello con la Deposizione del Cristo (1444).
E tuttavia le figure del Ghiberti non sanno rinunciare all’eleganza lineare, alla tensione dei contorni, alla sinuosità delle ricadute dei panneggi, ultimo retaggio dell’educazione tardo gotica ricevuta presso Mariotto di Nardo (Boskovits): quanta strada però sia stata compiuta dal Maestro appare evidente da un confronto tra quest’opera finale e quelle iniziali, i tre occhi di facciata, laddove i manierismi lineari erano tra gli elementi predominanti, addirittura preponderanti sulle figure.
Ciò che appare costante è invece la gamma cromatica profonda, brillante, basata su contrasti accesi (rosso, verde, blu, viola), che attraverserà tutta l’opera del Ghiberti conferendole –insieme agli altri elementi più evidentemente ricorrenti, quali l’amore per i dettagli preziosi, l’uso di artifici illusionistici per simulare la ricchezza delle stoffe, la ricercatezza delle pose, il carattere dinamico delle figure, e non ultimo l’alto tenore del livello di tecnica esecutiva grazie alla scelta di maestri vetrai competenti e sensibili - un carattere di unitarietà pur all’interno di un processo di evoluzione stilistica e formale.

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo hanno subito estesi interventi di restauro ed integrazione nel tempo, i più consistenti dei quali appaiono essere stati gli ultimi, ossia quelli eseguiti da U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizi XX secolo) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957).
L’intervento odierno di restauro delle vetrate del tamburo è stato realizzato dalla ditta G. Polloni & C e presentato nel settembre 2003. L’intervento è consistito nella rimozione dei depositi di corrosione - sulle due facce esterna ed interna - mediante lavaggi con acqua distillata ed impacchi di carbonato d’ammonio; nel risanamento della impiombatura ; nell’incollaggio delle tessere fratturate con resine siliconiche e epossidiche; nella reintegrazione degli episodi pittorici perduti con grisagliatura e velature a freddo. Per una documentazione dei vari interventi v. Grafico dei restauri .

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE –GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Electa Editrice, Milano

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (dicembre 2000). Aggiornamento aprile 2004.