TOSCANA - Firenze
SCHEDA : C. di S. Croce - Cappella Pazzi 2
TITOLO : S. Andrea

Interno Cappella PazziUBICAZIONE: cappella Pazzi, scarsella, fin. E1

DIMENSIONI: cm. 118 x 324

PROVENIENZA: collocazione originaria

CRONOLOGIA: 1473 c.

AUTORE: Alesso Baldovinetti (attribuzione);

COMMITTENZA: Jacopo Pazzi

SOGGETTO/I : S. Andrea entro una edicola

NOTE CRITICHE: La attribuzione al Baldovinetti delle due vetrate della cappella Pazzi, il Padre Eterno ( v. Firenze C. di S. Croce cappella Pazzi 1), ed il sottostante S. Andrea risale allo Horne nel lontano 1903. Successivamente, trentacinque anni più tardi, nella sua monografia dedicata ad Alesso Baldovinetti, la Kennedy conferma la attribuzione al pittore dei due pannelli; attribuzione poi concordemente accettata dal Marchini e dalla critica posteriore. La ricostruzione dell’iter stilistico di Alesso condotta dalla studiosa si appunta su di una ricca documentazione in gran parte desunta dai Ricordi baldovinettiani. Tappe salienti di tale iter: nel 1452 l’esecuzione di tre pannelli a completamento dell’Armadio degli Argenti dipinto dall’Angelico; in tale collaborazione subordinata Alesso, uniformandosi allo stile angelichiano, ne assimila il gusto per la tersa luminosità e per gli effettti di sottili trapassi luminosi; poco dopo, nel 1454, il pittore eseguì per conto di Andrea del Castagno un "panno grande" con il Giudizio Universale; la familiarità, breve ma incisiva, con Andrea, in quegli anni attratto dal luminismo cromatico di Domenico Veneziano, rende il Baldovinetti attento a tersi e cristallini effetti cromatici. Nel 1460 all’Annunziata affrescò la Natività nel chiostro dei Voti, lavoro che procedette a rilento perchè l’artista era contemporaneamente impegnato a completare il ciclo di affreschi avviati da Domenico Veneziano nel coro di S. Egidio . Tali affreschi, pur ridotti a pochi lacerti, confermano la vasariana individuazione della estrema attenzione del Baldovinetti nella resa rigorosa di tutte le minuzie "che la nostra natura sa fare"; ogni elemento compositivo è esaltato dalla luce diffusa e tersa che evidenzia dalle "pietre muffate" alle foglie "d’un colore verde il ritto…d’un altro il rovescio". Un’attenzione lenticolare per le "minuzie" riconducibile a suggestioni fiamminghe; ma riassorbite nella serrata costruzione prospettica. Nei larghi e luminosi paesaggi di opere come l’Annunciazione agli Uffizi o la Madonna con il Bambino al Louvre si avverte il riflesso dell’arte di Piero della Francesca.

Nel 63 fu tra gli artisti cui Giuliano da Maiano diede l’incarico di approntare le tarsie per la "Sacrestia delle Messe" nel duomo fiorentino; di queste oltre alla Natività, al Baldovinetti sono anche ascrivibili l’intervento in alcuni cartoni disegnati da Maso Finiguerra e forse la Presentazione al Tempio.

Dal 1466 al 1473 fu impegnato ad affrescare la cappella per il cardinale del Portogallo nella chiesa di S. Miniato al Monte accanto ad Antonio Rossellino, Luca della Robbia e al giovane Pollaiolo. E contemporaneamente (1471) fu intento a dipingere nella cappella Gianfigliazzi in S. Trinita un ciclo di affreschi, lodati dal Vasari per la galleria di ritratti " di naturale"; affreschi purtroppo distrutti.

Gli ultimi anni furono dall’artista in gran parte trascorsi a restaurare i mosaici del battistero fiorentino , impegno che gli fruttò l’incarico a vita di "racconciatore e restauratore" di quei mosaici; e restaurò anche quelli di S. Miniato al Monte.

Artista autonomo iscritto alla Compagnia di S. Luca, il Baldovinetti sin dall’inizio della sua carriera ebbe consuetudine con il mosaico e con la vetrata: già nel 1450 lo troviamo impegnato con Don Lorenzo Monaco ad approntare le finestre per la biblioteca michelozziana e quelle per la cappella del Crocefisso nella chiesa dei Servi [chiesa della SS. Amnnunziata]. Nel biennio 1453-55 lavorò ai mosaici del Battistero fiorentino, e nel 1460 ricevette dall’Opera Primaziale della Cattedrale pisana la somma di 20 fiorini per il mosaico nel timpano del portale sud; mallevadore per l’artista in tale lavoro si rese Bartolomeo di Andrea Della Scarperia detto Banco; avvio questo ad un lungo sodalizio e rapporto collaborativo con i maestri vetrai di quella bottega. L’anno successivo il 61 il Baldovinetti venne pagato da Leonardo di Bartolomeo Della Scarperia, detto il Lastra per i cartoni di una vetrata imprecisata nel Camposanto pisano. E quando rientrato a Firenze si trovò impegnato per sette anni agli affreschi di S. Miniato al Monte, ad Alesso certo non sfuggì la invetriatura dipinta da Banco in quella chiesa appena nel 1459 ; il che spiega come nel 1466, quando per l’appunto aveva appena iniziato i lavori a S. Miniato, Leonardo di Bartolomeo desse proprio al Baldovinetti l’incarico di approntare i cartoni per la vetrata della cappella Gianfigliazzi nella chiesa di S. Trinita. Per questa vetrata, l’artista nei suoi Ricordi dichiara: ".. ed io Alesso l’o disegnata e dipinta loro per soldi quaranta el braccio quadro"; precisazione che autorizza a supporre e silentio che il Baldovinetti per le altre vetrate si sia invece limitato a fornire i cartoni senza intervenire direttamente. Nel 1472 in collaborazione Banco disegnò i cartoni per la vetrata nella chiesa di S. Martino a Lucca. Ed ancora nel 1494 diede quelli per la bifora della navata sinistra di S. Croce [ fin. nXII] con Santi e papi entro edicole (v Firenze S. Croce 21), nonché per le vetrate per la chiesa di S. Domenico ad Arezzo.

Perdute le vetrate documentate, la personalità di Alesso come maestro di vetrate diviene sfuggente, legata ad attribuzioni sulla base di affinità stilistiche con altri dipinti . La Kennedy all’interno del suo studio monografico ha redatto un catalogo estensivo attribuendogli, quale opera giovanile, la vetrata SS. Cosma e Damiano nella cappella del Noviziato (v. Firenze C. di S. Croce, cappella del Noviziato 1), seguita dalla vetrata Caino uccide Abele nel duomo di Pisa (v Pisa Cattedrale 8); in questa, secondo la Kennedy, la figura di Abele, ripresa da un pastore dell’affresco della Natività nella chiesa della SS. Annunziata , mostra chiara la paternità baldovinettiana. Seguono le due vetrate della cappella Pazzi (poco prima del 1473), e la Annunciazione del duomo di Prato (v. Prato Cattedrale museo dell’Opera 1). Opera quest’ultima che il Marchini espunge dal catalogo di Alesso perché troppo modesta, mentre ravvisa la mano del Baldovinetti nella vetrata absidale del duomo di Lucca (v. Lucca Cattedrale 1); vetrata dalla Kennedy invece trascurata. A queste opere secondo il Marchini va aggiunto il pannello erratico S. Fabiano(?) ora nel museo (v Firenze S. Croce museo 1), dal Salmi attribuito alla cerchia Baldovinetti. Particolarmente deplorevole per la conoscenza dello stile di Alesso quale maestro vetraio la perdita della vetrata per la cappella di Gianfigliazzi, l’unica sicuramente, come visto, dipinta dal Baldovinetti senza la mediazione esecutiva dei Della Scarperia. Né è possibile rintracciare sostanziali riferimenti nel corpus di vetrate della cattedrale pisana che la Burnam ha ricondotto a Leonardo e Bartolomeo Della Scarperia non solo su base documentaria, ma anche per i particolarissimi esiti stilistici dovuti a scelte tecniche peculiari alla loro bottega. Alla luce di documenti inediti la Burnam dimostra una frequentazione del Baldovinetti con i Della Scarperia assai diversa da quella indicata dalla Kennedy: poiché dai Registri della Primaziale raccolti dalla Burnam risulta che nel 1461, poco prima che Alesso si impegnasse a fornire all’Opera Primaziale pisana i cartoni per il mosaico della cattedrale, Leonardo Della Scarperia pagò il Baldovinetti per un suo intervento occasionale, presumibilmente al ciclo vetrario per il Camposanto pisano, quello che in quel periodo Leonardo stava eseguendo.

Quanto alla citazione baldovinettiana dall’affresco della Natività (1460) ravvisabile nel pannello Caino uccide Abele , l’esecuzione di quella al 1460 risulta tardiva rispetto alla campagna di vetrate nelle navate della cattedrale pisana (1454). Essa quindi va piuttosto ascritta ad uno degli estesi restauri effettuati da Bartolomeo di Andrea detto Banco , dal 1483 al 1503 impegnato alla "racho(n)ciatura" di numerose vetrate della cattedrale pisana.

L’attribuzione delle tre vetrate pianamente assegnate ad Alesso dalla Kennedy e dalla critica successiva si appunta dunque su analogie stilistiche con dipinti; e, per quanto riguarda le vetrate della cappella Pazzi, la Kennedy, rilevando puntuali analogie con i Patriarchi di S. Trinita, pone la datazione delle vetrate prossima a quegli affreschi, non oltre il 1473; datazione confermata anche dal fatto che la cappella nel 1473 doveva esser completata se a quella data per essa venne concessa a Jacopo Pazzi un’indulgenza. Le vetrate della cappella Pazzi si pongono dunque, all’interno dell’esiguo catalogo baldovinettiano, in un momento maturo, tra il giovanile pannello dei SS. Cosma e Damiano e la tarda Annunciazione di Prato.

Le larghe tessere vitree di colori brillanti in un incastro di verdi smeraldini, blu luminosi, rossi accesi, rendono quel senso di luminosità gemmea sottolineato dal Bartalini come qualità precipua della pittura del Baldovinetti. Tipicamente baldovinettiano il rigoroso impianto prospettico del tempietto classicheggiante , sottolineato dallo stacco contro il cielo azzurro della fiorente cupoletta embricata. E la tipologia dello squadro architettonico mostra affinità con i partiti architettonici adottati da Bernardo Rossellino e Desiderio da Settignano nei loro monumenti funerari. Quanto alla sua valenza iconografica, la del Nunzio, focalizzando la sua ricerca sulla vetrata a baldacchino , precisa che, nonostante il repertorio architettonico di derivazione classicheggiante e la rigorosità dell’impianto prospettico, permane immutata la valenza dell’architettura in rapporto alla figura del santo, e che "la funzione del tempietto si riconnette all’antico concetto del baldacchino/tabernacolo quale ‘dimora eterna’ dello spirito".

Il partito decorativo della bordura è costituito da una lista di mazzolini di fiori e boccioli alternati a ciuffetti di foglie. La Burnam nel suo volume sulle vetrate della cattedrale di Pisa ha redatto una attenta catalogazione delle bordure delle vetrate sia della cattedrale pisana che, più in generale, di quelle toscane; ed assegna questo partito al repertorio da lei denominato "Tipo E", presente non solo a Pisa e in S. Croce, ma anche in varie vetrate di S. Maria del Fiore. Pertanto riconduce tale repertorio alla presenza nel cantiere delle due cattedrali, quella pisana e quella fiorentina, di Leonardo di Bartolomeo detto Lastra: questi allievo di Francesco Giovanni detto il Lastra, ne divenne poi socio assumendone a sua volta l’appellativo di Lastra; nel 1458 , impegnato nel restauro delle vetrate di S. Maria del Fiore assieme a Francesco di Giovanni, divenuto nel frattempo suo socio, ed a Bernardo di Francesco; lavoro per cui ottenne dall’Opera di S. Maria del Fiore un proprio laboratorio.

Il riconoscere all’interno del lavoro collaborativo in S. Maria del Fiore le personalità di Bernardo di Francesco, Francesco di Giovanni detto il Lastra e Leonardo di Bartolomeo Della Scarperia, nodo attributivo tuttora irrisolto, oltre a costituire un approfondimento critico per il cantiere di S. Maria del Fiore, permetterebbe di riconoscere il reciproco apporto tra i Della Scarperia ed il Baldovinetti nel loro lungo sodalizio.

STATO DI FATTO: Presenta numerose tessere ottocentesche. Recentissimo (febbraio 2001) l’intervento condotto dal prof. Papucci dello Studio Polloni di Firenze con A. Becattini e R. Cappelletti.

I depositi di sudiciume sono stati eliminati con lavaggi con acqua distillato, impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio per quelli più resistenti e col bisturi per le cavità Papucci dello Studio Polloni di Firenze con A. Becattini e R. Cappelletti.

I depositi di sudiciume sono stati eliminati con lavaggi con acqua distillato, impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio per quelli più resistenti e col bisturi per le cavità

Sulle superfici interne – non toccate dalla corrosione – i depositi di sporco e nerofumo sono stati eliminati, previo controllo dello stato delle grisaglie, con impacchi di carbonato di ammonio.

Tutte le tessere fratturate sono state rincollate ed eliminate le eventuali ragnatele di piombi: le fratture sono state ricomposte in costola con resine fotosensibili ai raggi U.V., mentre per i casi di fratture più minute ci si è avvalsi di un supporto incolore sagomato in forno su un calco del vetro rotto e di resine siliconiche per l’incollaggio.

Tutte le integrazioni di tessere mancanti sono state eseguite dopo la campionatura delle grisaglie e delle velature e tutte le tessere nuove sono state siglate P.

Tutti gli interventi riguardanti il restauro pittorico sono stati eseguiti a freddo.

La vetrata è stata reinserita nel telaio bonificato e rinforzato, che poi è stato dotato di un controtelaio di protezione in ottone e cristalli: per creare un sistema di areazione isotermica il controtelaio è stato sigillato, mentre il telaio è stato lasciato in comunicazione con l’interno della chiesa e quindi con l’aria in essa circolante.

Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici; è stato inoltre effettuato il grafico dell’orditura dei piombi con la segnalazione di tutte le tessere sostituite durante il presente ed i precedenti restauri secondo le convenzioni CVMA.

BIBLIOGRAFIA: V. Bibl. A. Baldovinetti

REF. FOTOGRAFICHE: Foto Nicolò Orsi Battaglini, Firenze

ESTENSORE: Caterina Pirina gennaio 2001