TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 29
TITOLO : La Vergine col Bambino e due Santi

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore - Tribuna absidale, finestra abs. s III, Cappella dei SS. Jacopo minore e Filippo (finestra: bifora, vetrata: monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: cm. 700 x 190.

CRONOLOGIA: 1442 (documentata: commissione 13/1/1442).

AUTORE: Domenico di Piero da Pisa su progetto decorativo di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: a 1-4 Santa; b 1-4 Santo; ab 5-8 la Vergine in trono col bambino in un baldacchino.

NOTE CRITICHE: L’opera fa parte del complesso vetrario del capocroce del Duomo, esteso alle 30 finestre delle Tribune e delle Cappelle, che fu ideato dal Ghiberti ad esaltazione della genealogia del Cristo (Acidini Lunchinat) e che venne eseguito da svariati maestri in un arco di tempo che dal 1435 giunse fino al 1443.

Per alcune delle vetrate il Ghiberti approntò il cartone di propria mano, per altre si ricorse probabilmente all’opera di collaboratori, ma il tutto nel segno della più alta omogeneità stilistica ed esecutiva , ma soprattutto nel segno della più serrata organicità dell’intero complesso, reso coerente da una fitta trama di rimandi compositivi e richiami coloristici, nonché da un controllo perfetto delle variazioni cromatiche da vetrata a vetrata dovuto al calcolo del posizionamento e dell’esposizione di ciascuna finestra.

Ma del resto il Ghiberti aveva già avuto modo di manifestare le proprie qualità di "vetratista" allorquando, con analoga sensibilità cromatica, aveva approntato i cartoni per l’occhio centrale di facciata con l’Assunta (1405)- forse in collaborazione con Mariotto di Nardo (Boskovits)- e per i due laterali con S. Lorenzo e S. Stefano (1412-15).

Nella fattispecie la vetrata della Vergine fu eseguita da Domenico di Piero da Pisa, religioso attivo come vetraio soprattutto nella propria città, nei confronti del quale l’Opera del Duomo fu costretta ad inoltrare vari solleciti, affinché il Maestro non trascurasse il suo iimpegno fiorentino.

Ma, al di là dell’apporto dell’esecutore, spicca in quest’opera l’impostazione delle figure principali che appare tipicamente ghibertiana: privilegiando la composizione basata su un andamento in scorcio – così come è possibile riscontrare anche nelle vetrate con S. Giovanni Evangelista, S. Tommaso, S. Zanobi – l’artista asseconda la torsione delle figure dispiegando ed esaltando i ritmi lineari del panneggio del manto in morbide ondulazioni; tuttavia qui riscontriamo un’evoluzione rispetto all’andamento esageratamente decorativo e tutto sommato "astratto" dei panneggi delle precedenti vetrate con l’Assunta e, soprattutto, con S. Lorenzo, quasi il Ghiberti abbia voluto sperimentare un compromesso, raggiungendo una maggior saldezza e consistenza volumetrica senza rinunciare però all’eleganza di tradizione tardo gotica.

E compromesso è anche quello che lega in coesistenza all’interno della tipologia iconica elementi diversificati: la vetrata infatti nella parte inferiore –laddove le figure appaiono "contenute" in un ambiente connotato in modo fortemente prospettico ed individuato architettonicamente in maniera sobria- sembra aprire alla misura più "classica" degli orientamenti della cultura fiorentina del ‘400, mentre nella parte superiore sembra mantenersi avvinta con prepotenza alla storica e tradizionalmente gotica immagina della vetrata a baldacchini.

Tale tipologia, introdotta in Italia negli ultimi decenni del ‘200 (Assisi, Basilica Superiore) e rapidamente estesasi lungo tutto il’300 in forme sempre più complesse e simili a quelle dell’architettura contemporanea (esempi di Assisi, Basilica Inferiore; Firenze, S. Croce, S. Maria Novella, Certosa del Galluzzo, navate del Duomo) fino a giungere agli inizi del ‘400 all’apice della sua elaborazione ( v. Perugia, C di S.Domenico 1), appare dunque col Ghiberti approdare all’inizio della crisi e del successivo declino, allorquando gradualmente architetture sempre più esemplate su modelli "all’antica" andranno a sostituirsi alle ormai superate strutture gotiche.

Dal punto di vista iconografico i due Santi del registro inferiore sono stati identificati (Acidini Luchinat) in S. Jacopo minore e S. Filippo, titolari della Cappella e legati al Bambino anche da rapporti di parentela.

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo hanno subito estesi interventi di restauro ed integrazione nel tempo, i più consistenti dei quali appaiono essere stati gli ultimi , eseguito da U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizi XX secolo) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957).

L’intervento più recente è stato condotto dal prof. S. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze ed è terminato nel luglio del 1988. Molta cautela è stata posta nello smontaggio poiché la vetrata, come le altre, si presentava senza telaio.

Sulla superficie esterna dei vetri sono stati riscontrati dei depositi, talora con componenti biotiche, responsabili –con l’umidità- del processo di corrosione in atto del vetro: tali depositi sono stati rimossi con lavaggi di acqua distillata ed impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio e col bisturi per le cavità. Sulle superfici è stato poi steso un velo di miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api a protezione dei vetri.

Sulle facce interne i depositi di nero fumo e polvere sono stati eliminati con impacchi di carbonato di ammonio in soluzione.

Si è poi provveduto alla pulitura dei piombi –che sono risultati non originali ma frutto dei precedenti restauri del XIX-XX secolo- e alla relativa saldatura delle fratture.

Le fratture delle tessere di vetro sono state rincollate con resine fotosensibili ai raggi U.V., talora anche avvalendosi di un supporto in vetro incolore appositamente sagomato, e poi reintegrate pittoricamente a freddo.

Da notare è che, mentre i volti dei due Santi si sono rivelati frutto di uno dei precedenti restauri, al contrario il volto della Vergine è tra i pochi originali sopravvissuti: al momento dell’ultimo restauro esso presentava però una serie di fratture ricomposte in passato con una ragnatela di piombi tale da travisare completamente i lineamenti della figura.

Si è provveduto perciò alla rimozione della piombatura e alla ricomposizione dei frammenti, incollandoli su di un supporto di vetro incolore, sagomato in forno su un calco del vetro originale. Con il restauro pittorico anche le attestature dei frammenti sono state annullate, donando nuovamente integrità di linea e di disegno al brano.

Tutte le integrazioni pittoriche sono state eseguite a freddo.

La vetrata è stata dotata di telaio e controtelaio di protezione e di isolamento dall’umidità esterna, con la creazione di un sistema di areazione isotermico.

Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici, e con la mappatura delle precedenti integrazioni.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE –GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze (Giunti editore, Firenze)

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (ottobre  2000).