TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 23
TITOLO : S. Mattia

 

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore - Tribuna nord, finestra trib. n V, Cappella di S. Mattia (finestra: bifora, vetrata: monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: cm. 400 x 190 (misure stimate con la vetrata in situ).

CRONOLOGIA: 1442-43 (documentata: commissioni gennaio 1442 e 28/8/1442).

AUTORE: Domenico di Piero da Pisa su progetto decorativo di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: ab 5-9 S. Mattia in trono in un baldacchino. Iscrizione S. MATH..S APOS.(tolus).

NOTE CRITICHE: A partire dal gennaio 1442 venne commissionata dall’Opera del Duomo l’esecuzione dell’ultimo lotto di vetrate per le Cappelle della Cattedrale, comprendente tutte le luci della Tribuna nord: come le altre già realizzate, anche queste vetrate si basavano su un progetto decorativo elaborato da Lorenzo Ghiberti ad esaltazione della genealogia del Cristo (Acidini Luchinat) e per il quale l’artista stesso fornì alcuni dei cartoni, svolgendo poi un ruolo direttivo volto ad assicurare al complesso omogeneità stilistica e compositiva.

In particolare, questa vetrata venne allogata nel gennaio 1442 alla bottega di Guido di Niccolò, vetraio largamente predominante con la sua opera nella Tribuna nord, ma il 28 agosto sempre del 1442 gli Operai del Duomo preferirono stornare la commissione a favore di Domenico di Piero da Pisa, assegnandogli contemporaneamente anche la vetrata con S. Bartolomeo sempre della Tribuna nord.

E molti punti di contatto possono essere rintracciati tra le due opere, a partire dall’impostazione stessa delle figure dei Santi, percorse da una tensione lineare che sembra attraversare i corpi in diagonale dal ginocchio sinistro al braccio destro, amplificata dalle sventagliate oblique delle pieghe dei manti che accentuano il senso del dinamismo: tensione lineare costruttiva che si ritrova anche nel S. Tommaso della Tribuna sud, eseguito da Guido di Niccolò nel 1443, a conferma del rispetto da parte dei vari esecutori delle direttive impostate sui cartoni del Ghiberti.

E sempre in tal senso si può notare come anche in questa vetrata, pur se meno accentuato rispetto ad altrove, ricompaia il dettaglio ricorrente della posa innaturale del braccio destro allungato e della mano scorciata a sorreggere l’attributo, molto evidenziato anche nel brano con S. Bartolomeo, ed altrettanto evidente in quelli con S. Barnaba, S. Andrea, S. Stefano, S. Jacopo e S. Paolo (seguite in tempi diversi da Bernardo di Francesco, Guido di Niccolò e Lorenzo di Antonio): la presenza di tale "manierismo" – peraltro già annunciato negli occhi di facciata del Ghiberti con S. Lorenzo e S. Stefano (1412-15) nonché in brani scultorei quali il S. Stefano per Orsanmichele del 1428 – è indice del severo controllo esercitato dal Ghiberti sul rispetto delle direttive da parte dei vari esecutori, spinto sino a dettagli "sigla" dello stile del Maestro.

E sempre al proposito si può notare come il manto del Santo rientri nella tipologia dominante per tutte le vetrate di drappeggio con decorazioni a colori contrastanti, ma introduca una variante – come anche ad esempio nelle figure di S. Paolo, S. Andrea, S. Bartolomeo e S. Stefano, pur se molto rifatto – rispetto al preponderante stoffato a fioroni (S. Barnaba, S. Matteo, S. Giovanni, S. Zanobi, S. Pietro e maggioranza dei Santi minori): nella ricerca dell’omogeneità e della continuità, il Ghiberti non tralascia mai il perseguimento della varietà, ma soprattutto concepisce ogni singola vetrata con attenzione ai valori cromatici in relazione all’ubicazione e all’illuminazione di ciascuna finestra: egli progetta cioè partendo dallo specifico della vetrata e dalla natura delle componenti, rifiutando di adattare semplicemente al medium trasparente un’immagine pittorica.

La vetrata si presenta oggi mutila nella parte inferiore che, per analogia con le altre, doveva presentare due Santi ospitati in un ambiente "tirato" con la prospettiva lineare e fortemente contrastante nella sua essenzialità con l’immagine fastosa del trono gotico a baldacchino della parte superiore: immagine ancora strettamente legata ad una lunga tradizione tipologica che, attraverso gli esempi umbri (Assisi, Basilica Superiore ed Inferiore), laziali (Grottaferrata) e toscani (Firenze, S. Croce, S. Maria Novella, Certosa del Galluzzo, Duomo) aveva coperto un arco di tempo che va dagli ultimi decenni del ‘200 fino agli inizi del ‘400 per culminare nel capolavoro di Mariotto di Nardo in S. Domenico a Perugia (1411).

Il Ghiberti anticipa quella che sarà la crisi della tipologia, che nella seconda metà del XV secolo perverrà alla sostituzione graduale degli obsoleti apparati gotici con le più aggiornate architetture di ispirazione classica.

Dal punto di vista iconografico il Santo, benché da molti identificato con S. Matteo, è invece più probabilmente da ritenersi S. Mattia, il discepolo che prese il posto di Giuda Iscariota tra gli Apostoli, essendo il S. Matteo già presente nella Tribuna sud (finestra trib. s II).

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo hanno subito estesi interventi di restauro ed integrazione nel tempo, i più consistenti dei quali appaiono essere stati gli ultimi , eseguito da Ulisse de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizi XX secolo) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957).

L’intervento più recente è stato condotto dal prof. S. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze ed è terminato nel novembre del 1989. Molta cautela è stata posta nello smontaggio poiché la vetrata, come le altre, si presentava senza telaio.

La parte inferiore della vetrata, perduta quella originale, appare oggi sostituita con dei pannelli rettangolari di vetro chiaro tessuti al piombo.

Sulla superficie esterna dei vetri sono stati riscontrati dei depositi, talora con componenti biotiche, responsabili –con l’umidità- del processo di corrosione in atto del vetro: tali depositi sono stati rimossi con lavaggi di acqua distillata ed impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio e col bisturi per le cavità. Sulle superfici è stato poi steso un velo di miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api a protezione dei vetri.

Sulle facce interne i depositi di nero fumo e polvere sono stati eliminati con impacchi di carbonato di ammonio in soluzione.

Si è poi provveduto alla pulitura dei piombi –che sono risultati non originali ma frutto dei precedenti restauri del XIX-XX secolo- e alla relativa saldatura delle fratture.

Le fratture delle tessere di vetro sono state rincollate con resine fotosensibili ai raggi U.V., talora anche avvalendosi di un supporto in vetro incolore appositamente sagomato, e poi reintegrate pittoricamente a freddo.

Tutte le integrazioni pittoriche sono state eseguite a freddo.

La vetrata è stata dotata di telaio e controtelaio di protezione e di isolamento dall’umidità esterna, con la creazione di un sistema di areazione isotermico.

Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici, e con la mappatura delle precedenti integrazioni.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE –GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE:

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (ottobre 2000).