TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 22
TITOLO : S. Matteo e l’Angelo e due Santi.

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore. Tribuna sud, finestra trib. s II, Cappella di S. Matteo (finestra: bifora, vetrata: monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: cm. 700 x 190.

CRONOLOGIA: 1441-42 (documentata: commissionata 31/10/1441).

AUTORE: Bernardo di Francesco su progetto decorativo di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: a 1-4 Santa; b 1-4 Santo; ab 5-9 S. Matteo Evangelista con l’Angelo in un baldacchino.

NOTE CRITICHE: La vetrata, che fa parte del complesso di 30 luci per le Tribune e le Cappelle del Duomo fiorentino raffiguranti gli antenati ed i precursori del Cristo (Acidini Luchinat), venne realizzata su progetto generale del Ghiberti e fu materialmente affidata all’esecuzione di Bernardo di Francesco, uno dei vetrai più attivi al seguito del Maestro, con un atto di allogagione (31/10/1441) col quale gli si assegnava contemporaneamente anche la realizzazione della vetrata con S. Barnaba (vedi finestra trib. s V) nella medesima tribuna sud.

Pur se affidate a svariati Maestri vetrai e al di là delle singole interpretazioni che possono aver dato gli esecutori alle direttive del Ghiberti –che tracciò di propria mano alcuni dei cartoni- tutte le vetrate del complesso appaiono omogenee tra loro per risoluzione dell’immagine, gamma cromatica, rimandi coloristici da una Cappella all’altra, impostazione stilistica.

Confrontando le due vetrate di Bernardo di Francesco, l’impostazione della figura principale –colta nell’atto di ricevere l’ispirazione dall’Angelo- risulta leggermente più movimentata rispetto al S. Barnaba, ma uno degli elementi di rimando –il più evidente- è costituito dal tipo di stoffato a fioroni a tre petali su fondo rosso del manto di S. Matteo che risulta come versione semplificata del tessuto del paludamento di S. Barnaba; tuttavia tale elemento non ricorre esclusivamente nelle vetrate di Bernardo di Francesco, infatti lo ritroviamo con le sue varianti di colore e nel numero dei petali nel S. Zanobi (di Francesco di Giovanni e Bernardo di Francesco), nel S. Giovanni Evangelista (di Biagio di Agnolo Lippi) e nel S. Pietro ( di Agnolo Lippi) della tribuna absidale: proprio la diversità degli esecutori è dunque conferma di quell’omogeneità di indirizzo e di adeguamento alle direttive del Maestro cui si accennava poc’anzi.

E sicuramente ad un’originale intuizione del Ghiberti risale l’insolito inquadramento architettonico dei personaggi, che riflette un po’ la complessità della cultura dell’Artista, aperto verso nuove soluzioni, ma nello stesso tempo legato alla tradizione: infatti se nella parte inferiore abbiamo un ambiente tridimensionalmente definito grazie all’uso della prospettiva lineare, nella parte superiore troviamo un più tradizionale baldacchino gotico scorciato dal basso.

Tale oscillazione compositiva pone il Ghiberti in un punto ben definito nella storia dello sviluppo della tipologia iconica a baldacchini: prima di lui c’è tutto il percorso compiuto da una tipologia francese, importata in Italia negli anni ’70 del Duecento (Assisi, Basilica Superiore, vetrate del gruppo francesizzante e del gruppo del Maestro del S. Francesco) e subito diffusa nel Trecento soprattutto in ambito francescano e domenicano , vieppiù caratterizzata nei suoi elementi in senso gotico e precocemente toccata dal problema dell’indagine spaziale e della verosimiglianza prospettica: tutto quel percorso cioè che, attraverso i grandi nomi dell’arte vetraria italiana –quali il Maestro di Figline, Taddeo Gaddi e Agnolo Gaddi in S. Croce, Nardo di Cione in S. Maria Novella, Niccolò di Pietro Gerini al Galluzzo, Antonio da Pisa nella navata dello stesso Duomo di Firenze, Mariotto di Nardo in S. Domenico a Perugia- si era svolto nel segno di un sempre più evidente adeguamento ai modelli dell’architettura reale e alla ricerca di un calibro spaziale unico e coerente per inquadramento e figura.

Dopo Ghiberti abbiamo un proseguire della tipologia fino alla fine del secolo, ma in maniera sempre più "ibrida", con contaminazioni progressive da parte del linguaggio "umanista", che condurranno gradualmente alla trasformazione delle strutture in architetture "all’antica": dunque l’esempio del Ghiberti paradigmaticamente riassume in sé tutto il senso della crisi della tipologia e dell’urgenza di pervenire a nuove forme compositive più aggiornate.

Dal punto di vista iconografico, i due Santi del registro inferiore, già interpretati in passato come un Re ed un diacono (Paatz), sono oggi invece identificati –anche grazie alla Legenda Aurea- in Egippo e Candace, sovrani dell’Etiopia, convertiti appunto da S. Matteo (Acidini Luchinat).

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo sono state in passato oggetto di vari restauri, i più estesi dei quali sono da considerarsi quelli di U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizio XX secolo) e quelli dello Studi Tolleri di Firenze (1946-1957): a tali interventi risalgono le numerose integrazioni, la sostituzione dell’orditura dei piombi originari ed il rifacimento delle teste dei personaggi, in questo caso di tutte quante le figure, con grave perdita per l’apprezzamento dell’opera nel suo complesso.

Il restauro più recente è stato condotto nel giugno 1987 dal prof. S. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze e già dall’inizio si è presentato il problema dello smontaggio della vetrata, poiché essa, come tutte le altre, appariva priva di telaio e le tensioni venutesi a creare costituivano un grave rischio di frattura per le tessere perimetrali.

La superficie esterna dei vetri presentava un processo in atto di degrado dovuto all’azione dell’umidità ed aggravato dalla presenza di depositi polverosi persistenti: tali depositi sono stati rimossi con lavaggi con acqua distillata ed impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio in soluzione, ricorrendo al bisturi per le cavità createsi con la corrosione del vetro. Le superfici pulite sono poi state protette dalla stesura di un velo di miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api.

Ugualmente le superfici interne, non intaccate dalla corrosione ma oscurate da depositi polverosi e da nero fumo, sono state pulite impiegando impacchi di carbonato di ammonio in soluzione leggera.

Nonostante non fossero più gli originali, anche i piombi mostravano dei segni di deterioramento: sono stati pertanto puliti e risaldati nei loro punti di rottura.

Le tessere fratturate sono state bonificate dalle deturpanti ragnatele di piombi aggiunti e sono state rincollate "in costola" con resine fotosensibili ai raggi U.V.: per le fratture più gravi ci si è avvalsi di un supporto di vetro incolore appositamente sagomato che fungesse da base per i frammenti ricomposti e rincollati a guazzo.

Le fratture sono poi state integrate pittoricamente a freddo. Qualsiasi altro tipo di integrazione pittorica è stato condotto a freddo.

La vetrata è stata infine dotata di un suo telaio e di un controtelaio in ottone e cristalli, atto a proteggere l’opera e ad isolarla dall’umidità esterna, grazie anche al sistema di areazione isotermico che consente la circolazione soltanto all’aria proveniente dall’interno della Cattedrale.

Tutte le fasi del restauro e le operazioni compiute sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici, nonché con la mappatura delle integrazioni dovute ai precedenti restauri.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE –GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze (Giunti editore, Firenze)

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (luglio 2000).