TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 20
TITOLO : S. Giovanni Evangelista e due Santi.

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore - Tribuna absidale, finestra abs. s II, Cappella di S. Giovanni Evangelista (finestra: bifora, vetrata: monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: cm. 700 x 190.

CRONOLOGIA: 1441-1443 (documentata: commissione del Settembre 1441).

AUTORE: Biagio di Agnolo Lippi su progetto decorativo di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: a 1-3 Santo; b 1-3 Santo; ab 4 –7 S. Giovanni Evangelista in trono in un baldacchino. Iscrizione S. IOA(n)ES EVANGELISTA.

NOTE CRITICHE: La vetrata fu commissionata nel 1441 ed eseguita entro il 1443, termine ultimo per il completamento dell’ invetriatura di tutte le Tribune e le Cappelle del Duomo, secondo un piano decorativo ideato dal Ghiberti e volto all’esaltazione della genealogia del Cristo (Acidini Luchinat).

L’opera fu realizzata da Biagio di Agnolo Lippi, forse in collaborazione col padre, poiché, sebbene la commissione risulti espressamente affidata a Biagio, il pagamento tuttavia fu effettuato in favore di Agnolo Lippi; dal resto tale maestro era anch’egli attivo nel cantiere del Duomo e risulta come esecutore della vetrata con S. Pietro (vedi), così come ricorda anche l’iscrizione leggibile alla base della vetrata.

Tutto il complesso delle 30 vetrate delle Tribune e delle Cappelle risulta fortemente omogeneo per caratteri stilistici e compositivi, frutto di un attento controllo da parte del Ghiberti, autore in prima persona di alcuni cartoni e regista dell’intero apparato, al di là dei singoli apporti tecnici offerti dagli svariati esecutori.

Controllo incardinato sulla creazione di una rete di raccordi stilistici attraverso voluti richiami visivi, come ad esempio per il particolare dello stoffato a fioroni verdi della veste rossa del Santo, che crea immediatamente un rimando agli analoghi motivi dei paludamenti che compaiono identici in alcune vetrate e con alcune varianti coloristiche e del disegno in altre (vedi ad esempio S. Barnaba, S. Zanobi, S. Pietro, S. Matteo).

Del resto il Ghiberti già in precedenza aveva fornito i cartoni per gli occhi di facciata, quello centrale con l’Assunta (1405) –concepito forse in collaborazione con Mariotto di Nardo (Boskovits). E quelli laterali con S. Lorenzo e S. Stefano (1412-15), mostrando un’accentuata sensibilità per le modulazioni cromatiche ed i raffinati accostamenti tonali.

E tale propensione è di nuovo ben manifestata nelle vetrate del capocroce, studiate e progettate senza eccessive minuzie per una visione non ravvicinata, curate soprattutto nei loro valori coloristici e nei rapporti tra toni che si istituiscono tra una vetrata e l’altra, con variazioni che appaiono dipendere dalla collocazione e dall’esposizione della finestra: raffinatezza e calcolo che dimostrano come queste opere siano "nate" come vetrate e non come semplice trasposizione su vetro di un’immagine pittorica.

E se non sul Ghiberti "artista" –uomo dalla cultura complessa ed in equilibrio tra due universi apparentemente non comunicanti, quello del mondo tardo gotico e quello dell’ambito umanistico- quantomeno sul Ghiberti "vetratista" può aver influito la conoscenza dei modi e della tradizione incarnata da Mariotto di Nardo, soprattutto sulla scelta iconografica, che, accanto a figure inquadrate in uno spazio prospetticamente "fiorentino", pone a troneggiare in Santo titolare della Cappella in un baldacchino connotato ancora in senso accentuatamente gotico: l’ispirazione dunque rimanda al testo fondamentale per la tipologia costituito dalla vetrata in S. Domenico a Perugia di Mariotto di Nardo (1411) (v. Perugia C. di S. Domenico 1), laddove studio dello scorcio e della spazialità si coniugavano alla ricerca dell’eleganza e della confrontabilità delle strutture con quelle dell’architettura gotica reale.

Ed infatti Mariotto di Nardo può essere considerato l’erede di una lunga tradizione iconografica che, introdotto in Italia attorno al 1270 (Assisi, Basilica Superiore, vetrate del gruppo "francesizzante" e del Maestro del S. Francesco), ebbe rapida fortuna e diffusione (vedi gli esempi di Grottaferrata (1300), delle Cappelle Bardi, Tosinghi Spinelli (1325) , Baroncelli (Taddeo Gaddi 1332-38) e dell’abside di S. Croce( Agnolo Gaddi 1380), di S. Maria Novella (Nardo di Cione 1360-70), della Certosa del Galluzzo (Niccolò di Pietro Gerini 1395), fino a giungere alla sua più alta perfezione nelle vetrate delle navate del Duomo fiorentino su cartoni di Agnolo Gaddi e nella vetrata di Perugia di Mariotto, esemplare per monumentalità ed al contempo leggerezza.

Il Ghiberti riprende dunque questo filone, ma ,con l’inserimento della "scatola" prospettica, ne rappresenta l’inizio della crisi, il momento di passaggio verso il successivo scardinamento, allorquando moduli architettonici di carattere "rinascimentale" andranno gradualmente a sostituirsi –con l’eccezione dell’Umbria- ai superati archi acuti, volte, costoloni, guglie e pinnacoli del repertorio formale gotico.

Dal punto di vista iconografico, i due Santi del rango inferiore sono stati identificati –grazie all’attributo delle pietre preziose che recano nelle mani, citate nella Legenda Aurea- con Atteo ed Eugenio, giovani convertiti dall’Evangelista, nell’atto di rinunciare alle ricchezze (Acidini Luchinat).

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo hanno subito estesi interventi di restauro ed integrazione nel tempo, i più consistenti dei quali appaiono essere stati gli ultimi , eseguito da U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizi XX secolo) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957).

L’intervento più recente è stato condotto dal prof. S. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze ed è stato completato nel dicembre 1988 . Molta cautela è stata posta nello smontaggio poiché la vetrata, come le altre, si presentava senza telaio.

Sulla superficie esterna dei vetri sono stati riscontrati dei depositi, talora con componenti biotiche, responsabili –con l’umidità- del processo di corrosione in atto del vetro: tali depositi sono stati rimossi con lavaggi di acqua distillata ed impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio e col bisturi per le cavità. Sulle superfici è stato poi steso un velo di miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api a protezione dei vetri.

Sulle facce interne i depositi di nero fumo e polvere sono stati eliminati con impacchi di carbonato di ammonio in soluzione.

Si è poi provveduto alla pulitura dei piombi –che sono risultati non originali ma frutto dei precedenti restauri del XIX-XX secolo- e alla relativa saldatura delle fratture.

Le fratture delle tessere di vetro sono state rincollate con resine fotosensibili ai raggi U.V., talora anche avvalendosi di un supporto in vetro incolore appositamente sagomato, e poi reintegrate pittoricamente a freddo.

Da notare che nel corso del restauro si è evidenziato come i volti delle figure siano opera dei precedenti restauri moderni, così come gran parte delle tessere delle vesti dei Santi minori.

Tutte le integrazioni pittoriche sono state eseguite a freddo.

La vetrata è stata dotata di telaio e controtelaio di protezione e di isolamento dall’umidità esterna, con la creazione di un sistema di areazione isotermico.

Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici, e con la mappatura delle precedenti integrazioni.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE –GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze (Giunti editore, Firenze)

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (ottobre 2000).