TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Certosa di Val d'Ema 1
TITOLO : Grottesca con Storie di S. Brunone – Funerali di Raymond Diocrés (a)

 

Pianta del Chiostrino dei Monaci

UBICAZIONE: Certosa di Val d’Ema [Certosa di Firenze] Chiostrino, Colloquio dei monaci. Fin. nII a

DIMENSIONI: monofora cm. 182 x 80; medaglione centrale cm. 31 x 21

PROVENIENZA: ubicazione originaria

CRONOLOGIA: Come le altre vetrate istoriate: 1559 (ovale centrale) – 1560 (parti decorative); datazione confermata dall’iscrizione entro cartiglio nella metà interiore della cornice esterna su ambo i lati in questa vetrata e in quella contigua (n.4).

AUTORE: ovali istoriati: autore ignoto cartoni; Paolo di Brondo vetraio esecuzione. Cornici decorative: autore ignoto cartoni; Gualtieri di Fiandra vetraio esecuzione.

COMMITTENZA: Capitolo dei Certosini

SOGGETTO/I: La scena istoriata fa parte del ciclo delle sei vetrate (FIRENZE Certosa di Val d’Ema 1, 2, 3, 4, 5, 6) che narra episodi salienti della vita di San Bruno fondatore dell’Ordine certosino. Questa è la prima di tre che raffigurano momenti dei "Funerali del Dottor Raymond Diocrès" svoltisi a Parigi, e nel corso dei quali si narra che la salma si alzò tre volte gridando frasi significative della giustizia divina. Le frasi, che sormontano gli ovali, sono le seguenti: in questa "JUSTO DEI JUDICIO ACCUSATUS SUM" e nelle due successive (v FIRENZE Certosa di Val d’Ema 2, 3): "JUSTO DEI JUDICIO JUDICATUS SUM" , "JUSTO DEI JUDICIO CO(N)DEMNAT(US) SUM" Nella vita di San Bruno si racconta che il santo avendo assistito a questo evento ne rimase talmente colpito che decise di ritirarsi a vita ascetica.

Il ciclo prosegue con la vetrata ( v. FIRENZE Certosa di Val d’Ema 4) in cui è rappresentato il sogno di Ugo vescovo di Grenoble, nel quale vide sette stelle d’oro innalzarsi al cielo e volare sulle montagne del Delfinato in una località denominata "Désert de Chartreuse", luogo predestinato alla fondazione della prima certosa; le sette stelle simboleggiavano Bruno ed i suoi compagni che si erano rivolti al vescovo per ottenere da lui un luogo solitario. Nella vetrata successiva (v FIRENZE Certosa di Val d’Ema 5), Ugo di Grenoble, dopo aver accompagnato personalmente i sette eremiti nel Désert de Chartreuse, indica loro il luogo adatto veduto in sogno. Nella vetrata conclusiva del ciclo

(FIRENZE Certosa di Val d’Ema 6), Bruno e i suoi compagni sono intenti all’edificazione della prima certosa.

Le parti decorative delle vetrate si presentano a coppie affini fra loro (v. FIRENZE Certosa di Val d’Ema 1-2, 3-4, 5-6, 7-8) .

In questa vetrata e nella 2 il decoro che incornicia l’ovale consta di un motivo a cartiglio con due grottesche sormontato da una coppia di putti affrontati; a tergo di questi un elemento architettonico a timpano curvilineo spezzato con al centro un vaso e all’interno il cartiglio con l’iscrizione. Inferiormente un motivo a doppia voluta su una protome alata dalle sembianze femminili da cui pendono due festoni.

TelaioIl decoro più esterno è composto da maschere grottesche alternate ad elementi vegetali stilizzati. Al centro del decoro laterale, su entrambi i lati, l’emblema cartusiano e al di sotto, entro un cartiglio, la data "1560". E’ di estremo interesse per la storia della vetrata manieristica annotare come la particolare struttura del telaio sia elemento determinante del ductus disegnativi della monofora.

E’ di estremo interesse per la storia della vetrata manieristica annotare come la particolare struttura del telaio sia elemento determinante del ductus disegnativo della monofora.

Lo sfondo è costituito da tessere rettangolari e a losanga in vetro incolore che formano una scacchiera.

NOTE CRITICHE: Il primo ad aver consultato le fonti d’archivio e ad annullare la vecchia attribuzione a Giovanni da Udine che le avrebbe realizzate su disegno di Raffaello (Guida 1861, p.34), fu Giuseppe Bacchi, nella sua Guida del monastero; questi dedusse che l’autore fosse Maestro Paolo di Brondo da Genova vetraio, ad eccezione delle due vetrate che recavano la data 1560, opera di Gualtieri di Fiandra (Bacchi, 1930, pp.113-116).

Il Marchini (Marchini, 1958, pp. 56-57, 232) nota come il Vasari, affidandosi ai maestri nell’arte del vetro provenienti dalle Fiandre, trasportò il motivo della grottesca nelle vetrate facendo di esse un ornamento prezioso, e cita al riguardo le vetrate della Biblioteca Laurenziana ( v FIRENZE Biblioteca Laurenziana, del Colloquio della Certosa e di alcuni ambienti di Palazzo Vecchio ( v FIRENZE Palazzo Vecchio Grottesca1). Una rilettura comparata dello stile dei manufatti e dei documenti relativi al ciclo del colloquio, va oltre anche le considerazioni fatte in precedenti studi dalla scrivente (Chiarelli, 1982, pp. 279-281) e conduce alle considerazioni che presentiamo qui di seguito.

Tralasciando per il momento le due vetrate incomplete (V FIRENZE Certosa di Val d’Ema 7, 8)), nelle altre sei si possono individuare due mani e un terzo intervento molto più recente di restauro integrativo più che conservativo. Alla prima mano si devono i sei ovali centrali istoriati: di ispirazione raffaellesca, stilisticamente non lontani dai modi di Giulio Romano, sono caratterizzati da una certa ingenuità espressiva, evidente dal modo talvolta un po’ goffo di rappresentare le figure soprattutto di scorcio; come vedremo, risultano essere opera di maestro Paolo di Brondo, vetraio genovese, come conferma il cognome ‘Brondi’, famiglia la cui presenza è documentata anche ad Altare, centro di produzione vetraria, dal XVII secolo (cfr.: Malandra, 1983, p.20).

Ad un secondo maestro, che identificheremo in Gualtieri di Fiandra, si attribuiscono le parti decorative e figurate intorno agli scudi centrali, Questo maestro rivela una straordinaria fluidità e freschezza di tratto: lievi tocchi di grisaglia rossiccia e forse anche di sanguigna rilevati da lumeggiature in giallo d’argento danno vita a figure e motivi a grottesca da ricondurre stilisticamente e iconograficamente nell’ambito del Manierismo fiorentino maturo della cerchia dello stesso Vasari. Va anche annotato l’abilità contrappuntistica nell’uso del giallo d’argento nel delineare le due cariatidi sul vetro cilestrino in pasta, e, soprattutto nell’uso della tecnica risparmiata lungo la bordura.

Per quanto riguarda la tecnica esecutiva, la provenienza del maestro trova conferma nel confronto con i manufatti che i maestri vetrai fiamminghi nel XVI secolo esportarono in tutta Europa.

Questa rilettura stilistica viene convalidata da una ulteriore revisione dei documenti d’archivio: Paolo di Brondo appare impegnato in un grosso lavoro di realizzazione di vetrate soprattutto nella chiesa e nella foresteria della Certosa e viene pagato per lavori, materiali e strumenti dal 19 ottobre 1658 al dicembre 1659 (21, cc.178r, 184v, 191r, 194v, 195r, 195v, 197v, 201r); il 9 dicembre 1559 egli percepisce un pagamento per aver portato da Genova, su richiesta degli stessi monaci, "sei figure ovate di vetro" (Ibid. c. 13v; n.45 c.25d). Dal gennaio 1560 gli subentra Gualtieri maestro vetraio citato "fiandrese" (in 22, c. 37v, 85 c.47s) che risulta continuativamente salariato fino al luglio dello stesso anno (22, cc.15r, 17r, 26v, 27r 35v, 37v,40r, 44r, 47v; 45 cc. 20, 24, 28, 29, 35, 36, 38, 42,48,53); lavora con lui il cugino Giorgio (22. c.37v).

Se consideriamo che fino all’inverno del 1559 si stava ancora lavorando alle parti strutturali del colloquio (22, cc. 11r-v), che soltanto nel primo semestre del 1560 viene realizzato l’arredo ligneo (22 c.37r) ed infine il 9 giugno di detto anno Antonio di Salvi "fabbro al Galluzzo" viene pagato "per libbre 287 fati in telaio per le ramate delle finestre, cioè il finestrone sopra il coro, sei finestre per il colloquio, …" (22. c.38v), si ha la conferma del fatto che l’incarico di realizzare le vetrate non può essere conferito ad altri che a Gualtieri di Fiandra, lo stesso maestro di cui parla il Vasari nelle "Vite" citandolo, proprio insieme al cugino Giorgio, come valente esecutore di "vetrate a fuoco" per il granduca, su disegno del Vasari stesso (Vasari, ed. 1881, VII. P.588).

Quanto alle prime due vetrate incompiute, sembra che originariamente non fossero previste (per la loro trattazione rimandiamo alle schede nn. 1 e 2).

STATO DI FATTO: In buone condizioni, presenta alcune fratture rimpiombate che appartengono ad un intervento di restauro con ogni probaibilità ascrivibile al De Matteis, maestro vetraio della Ditta Bruschi che intorno al 1907-10 lavorò alla Certosa sicuramente non solo come esecutore di vetrate (di lui è la monofora dietro l’altare principale nella Cappella di Santa Maria; cfr. Bacchi, p. 85), ma anche, come fece in molte altre chiese fiorentine (cfr. Orsanmichele, Santa Croce), in qualità di restauratore. Che il Bruschi abbia avuto una approfondita familiarità con le vetrate del Colloquio è dimostrato dal gruppo di vetrate già nella Coll. Kress ed ora nel Birmingham Museum of Art, che sono una sensibile parafrasi di quelle fiorentine. V CONSERVAZIONE/ L’atelier De Matteis  e COLLEZIONI STRANIERE/ BIRMINGHAM Museum of Art. Funerali di Raymond Diocrés a, b, c , e Il sogno di Ugo di Grenoble.

BIBLIOGRAFIA: v Bibl. Certosa di Val d’Ema

REF. FOTOGRAFICHE: Foto Niccolò Orsi Battaglini, Firenze

ESTENSORE: Caterina Chiarelli (novembre 2001)