TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 18
TITOLO : S. Bartolomeo e due Santi.

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore - Tribuna nord, finestra n II, Cappella di S. Bartolomeo (finestra: bifora, vetrata: monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: cm. 700 x 190.

CRONOLOGIA: 1442 (documentata: commissione 28/8/1442).

AUTORE: Domenico di Piero da Pisa su progetto decorativo di Lorenzo Ghiberti.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: a 1-4 Santo; b 1-4 Santo; ab 5-10 S. Bartolomeo in trono in un baldacchino. Iscrizione S(an)C(tu)S BARTOLO.

NOTE CRITICHE: La vetrate, facente parte del complesso di 15 luci progettate da Lorenzo Ghiberti per le Cappelle del Duomo ad esaltazione – con le altre 15 delle Tribune – della genealogia del Cristo (Acidini Luchinat), fu eseguita da Domenico di Piero da Pisa, autore nel periodo 1442-43 anche delle vetrate con la Vergine ed il Bambino della Tribuna sud e con S. Mattia sempre in quella nord.

L’intero complesso venne eseguito tra il 1435 ed il 1443 da svariati maestri vetrai guidati dal Ghiberti stesso, che per alcune vetrate aveva approntato i cartoni di propria mano: e nonostante la molteplicità di autori nella realizzazione, la serie delle vetrate delle Cappelle è molto omogenea e rispetta l’impostazione del Ghiberti e le peculiarità del suo stile.

Ad esempio l’impostazione stessa della figura di S. Bartolomeo, percorsa da una tensione lineare che sembra attraversarne il corpo in diagonale dal ginocchio sinistro al braccio destro –non limitandosi a ricamare eleganti percorsi in superficie ma "costruendo" plasticamente l’immagine – si ritrova simile e nella figura del S. Mattia sempre di Domenico di Piero e in quella del S. Tommaso della Tribuna sud, pur se eseguita da Guido di Niccolò e bottega nel 1443.

Ulteriori conferme sul rispetto delle direttive ghibertiane provengono anche da singoli dettagli, come ad esempio l’estremo allungamento del braccio destro del Santo che sorregge l’attributo: tale "deformazione" è infatti riscontrabile, in maniera addirittura più accentuata, amche nelle vetrate con S. Barnaba, S. Andrea, S. Stefano (pur se molto integrato), S. Jacopo, S. Mattia e S. Paolo, eseguite in tempi diversi da Bernardo di Francesco, da Guido di Niccolò, da Domenico di Piero stesso e da Lorenzo di Antonio; ed il medesimo particolare ricorre inoltre negli occhi laterali di facciata del Duomo raffiguranti S. Lorenzo e S. Stefano, eseguiti tra il 1412 ed il 1415 da Niccolò di Pietro Tedesco, quasi a confermare l’autografia ghibertiana della concezione delle figure portanti, al dl là degli apporti tecnici dei singoli maestri vetrai di cui l’Autore si servì nel tempo.

Sempre all’originale ideazione del Ghiberti rimanda poi l’impianto spaziale dell’opera, da classificare generalmente all’interno della tipologia iconica con inquadramento architettonico a baldacchini, tipologia che aveva goduto di largo favore nell’Italia Centrale fin dal suo momento di iniziale introduzione negli ultimi decenni del XIII secolo (Assisi, Basilica Superiore) per giungere – attraverso una lunga rielaborazione in chiave sempre più realistica durante il ‘300 come si può evincere dalle testimonianze in S. Croce e S. Maria Novella a Firenze, alla Certosa del Galluzzo, nelle stesse navate del Duomo fiorentino – agli inizi del ‘400 con l’insuperata opera di Mariotto di Nardo a Perugia (S. Domenico, 1411) (V Perugia C. di S. Domenico 1).

E proprio a tale esempio pare riallacciarsi il Ghiberti, che probabilmente conosceva Mariotto di Nardo fin dai primi anni del secolo (è del Boskovits l’ipotesi che i due abbiano collaborato all’ideazione dell’occhio di facciata del Duomo con l’Assunta del 1405), denunciando tuttavia la sua posizione di uomo di frontiera tra tardo gotico e umanesimo: nella parte inferiore della vetrata infatti non troviamo più il solito inquadramento tradizionale, ma le due figure sono contenute in uno spazio perfettamente individuato dalla prospettiva lineare e reso in maniera sobria ed essenziale; il Ghiberti pertanto indica già quelli che saranno gli sviluppi successivi della tipologia, che nella seconda metà del XV secolo pervenne alla sostituzione delle strutture gotiche con quelle che si richiamavano alla tradizione classica.

Dal punto di vista iconografico i due Santi del registro inferiore non sono ancora stati identificati, anche perché la Legenda Aurea non aiuta con particolari: potrebbe trattarsi genericamente di due personaggi tra quelli convertiti da S. Bartolomeo (Acidini Luchinat).

STATO DI FATTO: Tutte le vetrate del Duomo hanno subito estesi interventi di restauro ed integrazione nel tempo, i più consistenti dei quali appaiono essere stati gli ultimi , eseguito da U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX- inizi XX secolo) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957).

L’intervento più recente è stato condotto dal prof. S. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze ed è terminato nell’ottobre del 1986. Molta cautela è stata posta nello smontaggio poiché la vetrata, come le altre, si presentava senza telaio.

Sulla superficie esterna dei vetri sono stati riscontrati dei depositi, talora con componenti biotiche, responsabili –con l’umidità- del processo di corrosione in atto del vetro: tali depositi sono stati rimossi con lavaggi di acqua distillata ed impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio e col bisturi per le cavità. Sulle superfici è stato poi steso un velo di miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api a protezione dei vetri.

Sulle facce interne i depositi di nero fumo e polvere sono stati eliminati con impacchi di carbonato di ammonio in soluzione.

Si è poi provveduto alla pulitura dei piombi –che sono risultati non originali ma frutto dei precedenti restauri del XIX-XX secolo- e alla relativa saldatura delle fratture.

Le fratture delle tessere di vetro sono state rincollate con resine fotosensibili ai raggi U.V., talora anche avvalendosi di un supporto in vetro incolore appositamente sagomato, e poi reintegrate pittoricamente a freddo.

Le tessere della targa col nome del Santo si sono rivelate autentiche, ma probabilmente interessate da un precedente restauro che ha mutato il nome del personaggio in Bartolo, mentre la dedicazione della Cappella e l’attributo del coltello indicano chiaramente di come si tratti in realtà di S. Bartolomeo.

Tutte le integrazioni pittoriche sono state eseguite a freddo.

La vetrata è stata dotata di telaio e controtelaio di protezione e di isolamento dall’umidità esterna, con la creazione di un sistema di areazione isotermico.

Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e fotografici, e con la mappatura delle precedenti integrazioni.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE – GHIBERTI.

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze (Giunti editore, Firenze)

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (luglio 2000).