TOSCANA - Firenze
SCHEDA : C. di S. Croce 17
TITOLO : Deposizione

UBICAZIONE: Firenze, chiesa di S. Croce. Facciata, finestra W I (occhio).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI:

CRONOLOGIA: 1444.

AUTORE: Giovanni di Marco detto Giovanni dal Ponte (precedente attribuzione: Lorenzo Ghiberti).

COMMITTENZA: Opera di S. Croce.

SOGGETTO: La Deposizione di Cristo dalla Croce. [particolare1] [particolare2] [particolare3]

NOTE CRITICHE: Quest’opera è stata più volte sottoposta al vaglio della critica a causa di un problema attributivo. Fino agli inizi del XX secolo infatti la vetrata veniva comunemente assegnata a Lorenzo Ghiberti, anche sulla base dei suoi scritti contenenti la rivendicazione della paternità dell’opera.

Del resto il Ghiberti fin dal 1405 si era costantemente dedicato all’arte vetraria, espressa nel Duomo fiorentino in tre distinti cicli: quello dei tre occhi di facciata, il centrale con l’Assunta (1405) e i due laterali con S. Lorenzo e S. Stefano (1412-15), caratterizzato da uno stile prezioso, molto studiato nella sequenza dei percorsi lineari e ritmici e vicino allo spirito e alla sensibilità della cultura tardo gotica; il secondo ciclo, costituito dalle trenta vetrate per le Tribune e le Cappelle del capocroce (1435-43), in cui accanto agli elementi tradizionali iniziano a comparire nuove soluzioni spaziali che porteranno al rinnovamento della tipologia iconica con strutture architettoniche di inquadramento delle figure di lontana ascendenza medievale; ed infine il terzo ciclo, quello dei tre occhi per il tamburo della cupola (1443-45), in cui è possibile riscontrare un nuovo senso di ponderazione nelle figure ed un’aspirazione alla monumentalità ed alla solennità dei gesti inedita.

Dunque, in quest’ultima ottica, anche l’occhio di S. Croce apparterrebbe alla fase estrema dell’attività del Maestro e si porrebbe pertanto in parallelo con gli occhi della cupola di S. Maria del Fiore.

Questa linea tradizionale è stata fortemente rivoluzionata prima dal Toesca e poi da altri autori, come ad esempio il Marchini, per i quali invece – in base a considerazioni di carattere stilistico – l’attribuzione deve essere spostata sul nome di Giovanni di Marco detto dal Ponte, un artista la cui carriera è stata oggetto di studi più vasti volti a ricostruire l’attività del maestro e come pittore e come vetraio.

Oltre alle attribuzioni tradizionali, più di recente è stato inoltre approfondito il rapporto di Giovanni dal Ponte con l’Opera del Duomo fiorentino e la sua opera resa come autore del monumento funebre ad affresco del cardinal Corsini (1422) – opera in cui compaiono strette assonanze, quasi citazioni, col Ghiberti, a suggerire una stretta familiarità tra i due (Frosinini) – e degli affreschi con Santi delle Tribune absidali condotti nel 1435-36 con altri colleghi in occasione della solenne consacrazione del Duomo da parte di papa Eugenio IV: e proprio a partire da questa fase più tarda accanto agli echi ghibertiani inizieranno a comparire nella sua opera elementi di richiamo all’arte di Lorenzo Monaco.

Parallelamente l’interesse si è esteso ad una sua possibile attività di vetratista (forse per suggerimento del Ghiberti stesso), cui parrebbero alludere alcune citazioni dei documenti relativi alle vetrate del capocroce del Duomo (Poggi) e come avanzato più in particolare dalla Neri Lusanna a proposito della vetrata con S. Giovanni Battista, Simone e Taddeo dell’omonima Cappella della Tribuna Nord del Duomo: dunque un lavoro di stretta collaborazione col Ghiberti, ideatore del ciclo di vetrate, che non può dunque che aver rafforzato i legami stilistici di Giovanni nei confronti del Maestro.

E tali legami riappaiono nell’occhio di S. Croce, laddove l’attenzione ai ritmi lineari, ora tesi e spezzati, ora morbidi ed ondulati, è tipicamente ghibertiana. Altri echi ed assonanze possono essere letti nella scelta di alcune tipologie umane, come negli astanti a destra che possono ricordare, anche per la foggia fantasticamente orientaleggiante degli abbigliamenti, i Re ed i Profeti ghibertiani delle vetrate delle Tribune, ed anche la gamma cromatica – pur se meno brillante – può ricordare quella del Maestro, basata su contrasti netti di colori profondi, così come l’uso di alcuni preziosismi quali il "tono su tono" delle tuniche azzurre che paiono confondersi col colore di fondo del cielo, ricercatezza già nota ai vetratisti della prima campagna di Orsanmichele e felicemente impiegata anche dal Ghiberti fin dai tempi degli esordi con i tre occhi di facciata per il Duomo.

Ciò che invece allontana quest’opera da Ghiberti – che pur doveva ammirarla, tanto da attribuirsela – è l’evidente aspirazione alla drammaticità, ottenuta con gesti plateali ed espressioni patetiche, in egual misura lontani e dalla ricerca della levità del Ghiberti prima maniera e dall’equilibrio raggiunto dal Maestro nelle opere dell’ultima fase.

E’ proprio in questo senso del dramma che possiamo individuare il fattore di avvicinamento a Lorenzo Monaco, forse il più liricamente dolente tra i pittori del rinnovamento culturale tardo gotico a cavallo tra il XIV ed il XV secolo: tuttavia nell’occhio di S. Croce la tragicità si traduce in un dinamismo concitato ed un po’ confuso che sottrae intensità all’immagine.

Dal punto di vista iconografico si sottolinea l’estrema rarità nel panorama italiano dell’episodio raffigurato inteso come immagine a sé stante e non come parte di una vetrata narrativa, e la sua lontana parentela con le rappresentazioni transalpine dei Calvari, molto diffuse in età gotica.

STATO DI FATTO: La vetrata è stata sottoposta nel Gennaio 2000 ad un primo intervento conservativo condotto dal prof. Papucci e da A. Becattini e R. Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze, in concomitanza con lavori di manutenzione e restauro della facciata dell'edificio.

Sulla vetrata pertanto è stato compiuto un lavoro di pulizia delle superfici esterne dai depositi, responsabili con l’umidità del processo di degrado che si innesca sul vetro, di pulitura delle reti esterne di protezione e di consolidamento generale. La vetrata ha riacquistato così un aspetto più luminoso e brillante.

Il restauro vero e proprio delle superfici interne, comportante lo smontaggio ed il trasferimento in laboratorio, avverrà in un secondo momento e ad esso si rimanda per le ulteriori informazioni sulle metodologie e le tecnologie impiegate.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE – Giovanni Dal Ponte .

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze (Nardini editore, Firenze)

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (dicembre 2000).