TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Chiesa di S. Croce 15
TITOLO : Santi e Imperatori

UBICAZIONE: Firenze, chiesa di S. Croce - finestra n VII, Cappella Bardi (bifora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: non rilevate

CRONOLOGIA: 1335 – 1340 ca.

AUTORE: Maso di Banco (attribuzione).

COMMITENZA: famiglia Bardi.

SOGGETTO: a 1 Graziano; b 1 S. Ambrogio; a 2 Teodosio; b 2 S. Girolamo; a 3 Traiano; b 3 S. Gregorio Magno; a 4 Costantino; b 4 S. Silvestro. Alla sommità ( ab 5) oculo con l’arme gentilizia dei Bardi. ( La numerazione corrisponde alla sequenza iconografica).

NOTE CRITICHE: La vetrata, fin dagli studi più precoci (Venturi, Suida), venne immediatamente ricollegata al nome di Maso di Banco, autore degli affreschi della Cappella volti all’esaltazione delle figure di S. Silvestro e Costantino.

Tale attribuzione venne ripresa negli studi più specifici (van Straelen, Paatz), che gradualmente assegnarono all’Autore l’esecuzione del disegno preparatorio, ma non quella materiale della vetrata.

Soprattutto il Marchini, ed in più riprese (1955, 1968, 1988), ha sottolineato il carattere complesso della vetrata, che da un lato mostra tratti affini a quelli della pittura ad affresco di Maso – soprattutto nella saldezza dei volumi, negli accenni di tridimensionalità dei suppedanei di alcune figure e nel risalto vigoroso delle forme – mentre dall’altro invece presenta spunti "arcaicizzanti", come l’inserzione delle immagini entro compassi gotici con fogliette secondo uno schema già utilizzato nella vetrata dei Re del Duomo di Strasburgo ed in alcune vetrate della Basilica di Assisi.

In effetti, da un punto di vista strettamente tipologico, la vetrata – che rientra nella categoria delle opere a carattere iconico – si presenta, assieme ad altre di S. Croce, come "ritardataria" rispetto al modello più innovativo di origine francese con figure incluse in inquadramenti architettonici a baldacchino gotico introdotto in Italia già dall’ultimo quarto del 1200 nelle vetrate della Basilica Superiore di Assisi.

Tale nuovo schema ebbe subito largo seguito e diffusione, divenendo preponderante per tutto il ‘300 e buona parte del ‘400 e caratterizzandosi come "stile dell’Italia Centrale" a causa della sua capillare diffusione in Toscana, Umbria, Emilia e Lazio: testimonianza ne sono numerose altre vetrate di S. Croce, che mostrano i vari gradi di evoluzione dello schema lungo il ‘300 (vetrate Bardi, Tosinghi Spinelli, Velluti, Baroncelli, ed absidali).

La critica successiva al Marchini (Wilkins, Long, Castelnuovo) ha condiviso l’attribuzione della vetrata a Maso, con l’unica eccezione del Ladis (1982), che ha avanzato un’ipotesi a favore di Taddeo Gaddi, datando l’opera al 1330-35 e considerandola come uno stadio di espressione più maturo rispetto alla vetrata Baroncelli in cui già apparivano le incorniciature con foglie di vite, ma meno "tridimensionali".

Se la criticasi è mostrata per lo più concorde è però da sottolineare il discorso aperto dal Castelnuovo già nel 1958, in cui l’Autore evidenziava la netta disparità di interesse da parte degli studiosi tra la tradizione pittorica su tavola o ad affresco e le specificità dell’ arte vetraria: ponendo maggior attenzione alla personalità predominante del pittore o traslando sulla vetrata i criteri di giudizio validi per la pittura, si rischia frequentemente di perdere di vista il problema centrale dei complessi rapporti tra pittore ed esecutore, cui spettavano importanti scelte tecniche ed interpretative – legate alla natura stessa del vetro e alle sue possibilità – decisive per il risultato completo dell’opera a livello formale ma anche stilistico.

Di qui la premessa metodologica, avanzata dal Grodecki e dalla Caviness, che, nell’indagine stilistica di una vetrata, venga sempre ricercata e ricostruita anche la personalità artistica dell’esecutore, rivelata ad esempio da alcune costanti nell’uso delle bordure, delle incorniciature, degli accostamenti cromatici, delle parti ornamentali e nel taglio di alcuni particolari.

Purtroppo, nonostante alcuni studi abbiano iniziato a considerare tale aspetto – come ad esempio le indagini di R. Burnam su Orsanmichele – manca a tutt’oggi nel panorama italiano un contributo analitico e comparativo che prenda in esame per classi, creando un vero e proprio repertorio ragionato, i vari tipi di bordure, le incorniciature architettoniche, i fondi stoffati etc., le relative particolarità tecniche ed esecutive e le ipotesi sulle maestranze impiegate.

A tale indirizzo sembra rifarsi anche la Thompson (1999), che analizza i dati tecnici relativi ad esempio alle bordure e alle parti decorative delle vesti, incredibilmente elaborati grazie all’uso combinato del metodo pittorico o additivo e di quello a graffito o sottrattivo: tale straordinaria abilità ha fatto avanzare all’Autrice l’ipotesi che si sia in presenza di un validissimo esecutore, al corrente delle tendenze artistiche italiane ma anche di quelle più specifiche della vetraria tedesca. Proponendo dei confronti con le vetrate di S. Nicola e di S. Martino della Basilica Inferiore di Assisi, la Thompson appare incline a pensare che l’ignoto vetraio possa anche aver lavorato proprio ad Assisi o che comunque derivi culturalmente da quell’ambito.

A tale Maestro la studiosa attribuisce poi anche l’esecuzione della vetrata della Cappella Pulci Berardi (vedi Firenze S. Croce 3), meno elaborata ma con significative assonanze formali e coloristiche con la presente opera.

Accanto all’indagine tecnica l’Autrice tocca poi l’argomento del primitivo piano iconografico del complesso vetrario di S. Croce, rintracciando le fonti letterarie, quali la Legenda Maior di S. Bonaventura: all’originario programma apparterrebbero le parti più antiche della decorazione absidale con i Profeti, Elia sul carro di fuoco, la Crocifissione e l’Apparizione di S. Francesco ad Arles (vedi Firenze S. Croce 1, 2, 12 e museo 9) e fors’anche le vetrate Bardi e Tosinghi Spinelli raffiguranti l’una i Santi francescani ed i papi canonizzatori e l’altra la genealogia della Vergine (vedi Firenze S. Croce 7 e 13) a comporre un ciclo tipologico con concordanze tra Antico Testamento, Nuovo Testamento e vita di S. Francesco con relativa esaltazione dell’Ordine, secondo una visione dai forti accenti gioachimiti che spiegano l’interruzione di tale ciclo.

STATO DI FATTO: Il rilievo, di difficile lettura in situ, è stato eseguito dalla Thompson anche attraverso il confronto fotografico tra la documentazione relativa agli interventi dell’inizio del XX secolo di Ulisse de Matteis e quelli post bellici della ditta Tolleri. Risultano completamente rifatti i due antelli inferiori con Graziano e S. Ambrogio, probabilmente dal De Matteis.

Apparirebbero sostituiti anche alcuni brani relativi alle mani e alle teste (vedi la figura di Teodosio), così come le parti di bordura sottile attorno alle figure, tranne che nel caso di S. Silvestro.

Nel 1997 sulla vetrata è intervenuto nuovamente lo Studio Polloni di Firenze guidato dal prof. Papucci: senza smontare la vetrata, si è provveduto alla pulizia delle superfici esterne con una soluzione leggera di carbonato di ammonio, alla stuccatura dei piombi, alla pulizia delle superfici interne e all’integrazione pittorica a freddo di alcuni brani.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Firenze S. Croce

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze – Nardini editore.

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (aprile 2001).