TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Chiesa di S. Croce 11
TITOLO : Apparizione degli Angeli

UBICAZIONE: Firenze, chiesa di S. Croce - finestra s III, Cappella Bardi (ivi collocata dopo la Seconda Guerra Mondiale) (bifora).

PROVENIENZA: Firenze, chiesa di S. Croce - Finestra s VII, Cappella Velluti.

DIMENSIONI: non rilevate

CRONOLOGIA: 1321 – 1330 ca.

AUTORE: Jacopo del Casentino (attribuzione).

COMMITTENZA: famiglia Velluti.

SOGGETTO: a 1 Michele; b 1 Costantino (tali figure sono state interpretate anche come Michele e Giosuè (Offner 1984) o Eraclio e l’Angelo (Marchini 1983); l’identificazione proposta è del Ladis (1982)); a 2 Tobia; b 2 Raffaele; a 3 Gabriele; b 3 la Vergine Annunciata; ab 4 nell’oculo arme gentilizia della famiglia dei Morelli, patroni della Cappella nel XVII secolo. ( La numerazione corrisponde alla sequenza iconografica).

NOTE CRITICHE: Non studiata dalla van Straelen poiché al tempo (1938) ancora occultata dalle murature del campanile, la vetrata fu considerata dal Paatz come opera degli esordi del XIV secolo, ma fortemente integrata da restauri.

E’ il Marchini (1968, 1973) a notare l’assoluta omogeneità della vetrata con il programma iconografico degli affreschi della Cappella di provenienza, dedicati agli Arcangeli; evidenziando poi alcune caratteristiche nordiche come le bordure che ricordano i compassi gotici ed i nastri con tessere geometriche con colori alternati, elementi spesso già impiegati nelle vetrate della Basilica di Assisi, l’Autore giunge a datare l’opera entro i primi decenni del ‘300 e - grazie all’analisi stilistica delle figure – ad assegnarla a Jacopo del Casentino.

Il Conti (1972) nota assonanze con Jacopo del Casentino, ma attribuisce il cartone ad un anonimo pittore giottesco, facendo risalire la commissione della decorazione dell’intera Cappella a Monna Gemma de’ Velluti intorno al 1321.

Di parere diverso è l’Offner (1984), che ritiene l’opera eseguita intorno al 1315-1320, prima del patronato di Gemma de’ Velluti, e riconducibile al corpus del Maestro del Crocefisso Corsi.

Infine il Ladis (1984), tornando all’attribuzione a Jacopo del Casentino, gli assegna vetrata ed affreschi della Cappella (1321-1330), considerandoli frutto della commissione di Gemma de’ Velluti in memoria del proprio figlio Alessandro morto nel 1321.

Accanto a questo orientamento stilistico degli studi prevalentemente incentrato sulla figura del pittore fornitore del cartone (già indicato come parziale ed insufficiente dal Castelnuovo nel 1958), un altro filone di indagine, facente capo alle ricerche di Grodecki e della Caviness, pone l’accento sull’importanza parallela di uno studio più specifico, volto a chiarificare i complessi rapporti tra pittore ed esecutore e ad evidenziare l’estrema importanza del ruolo svolto dal Maestro vetraio: dalle sue scelte tecniche, dalla sua sensibilità interpretativa, dal suo bagaglio professionale dipendeva per buona parte la riuscita più o meno felice dell’opera.

In tale ottica perciò anche elementi spesso trascurati come secondari quali le bordure o le incorniciature assumono un’importanza che travalica l’aspetto "tecnicistico" per approdare in quello "stilistico".

Purtroppo, nonostante alcuni studi abbiano iniziato a considerare tale aspetto – come ad esempio le indagini di R. Burnam su Orsanmichele – manca a tutt’oggi nel panorama italiano un contributo analitico e comparativo che prenda in esame per classi, creando un vero e proprio repertorio ragionato, i vari tipi di bordure, le incorniciature architettoniche, i fondi stoffati etc., le relative particolarità tecniche ed esecutive e le ipotesi sulle maestranze impiegate.

A criteri analoghi si rifà anche lo studio della Thompson (1999), la quale, notando somiglianze tra le bordure della vetrata e quelle impiegate ad Assisi e nel Duomo di Orvieto ed analogie nella scelta dei colori e nella conduzione dei panneggi con quanto visibile nei testi umbri, sviluppa la tesi che l’opera sia stata realizzata proprio da un Maestro vetraio umbro, analogamente a quanto proposto per la vetrata Giugni ora nella Cappella Peruzzi (vedi Firenze S. Croce 9).

Da un punto di vista strettamente tipologico la vetrata Velluti appare – come la Bardi e la Giugni (vedi Firenze S. Croce 15 e 9) – ritardataria poiché sviluppa ancora il motivo nordico dei medaglioni a compasso e non appare partecipe della rivoluzione del tipo iconico iniziata con l’introduzione nel XIII secolo di incorniciature architettoniche a baldacchino gotico, così come è possibile vedere in altre vetrate di S. Croce, come quelle Bardi e Tosinghi Spinelli e quelle dell’abside (vedi Firenze S. Croce 7, 13, 4, 5).

In effetti tale innovazione, introdotta in Italia dall’ultimo quarto del Duecento nelle vetrate della Basilica Superiore di Assisi, ebbe largo sviluppo nelle regioni centrali del nostro Paese per tutto il Trecento e buona parte del Quattrocento, producendo esemplari sempre più complessi e sempre più attenti all’imitazione delle reali strutture dell’architettura contemporanea ma soprattutto sempre più raffinati nell’impostazione prospettica tridimensionale scorciata dal basso, fino a giungere ai citati brani dell’abside stessa di S. Croce, di Agnolo Gaddi (1380) (vedi Firenze S. Croce 4 e 5), della Certosa del Galluzzo di Niccolò di Pietro Gerini, delle navate di S. Maria del Fiore di Antonio da Pisa e Leonardo di Simone su cartoni sempre del Gaddi (vedi Firenze Cattedrale 11-14) e di S. Domenico a Perugia di Mariotto di Nardo del 1411 (vedi Perugia S. Domenico 1).

Tale assetto perdurerà fino alla metà del Quattrocento circa, allorquando inizieranno a manifestarsi le prime esigenze di aggiornamento del repertorio, così come testimoniato ad esempio dalle vetrate delle Cappelle di S. Maria del Fiore (1441-1443) su cartone del Ghiberti, che porteranno in seguito alla graduale sostituzione delle obsolete forme gotiche con i più attuali moduli dell’ architettura all’antica.

STATO DI FATTO: Il rilievo, difficile in situ, è stato condotto dalla Thompson con l’ausilio della documentazione fotografica relativa al restauro postbellico eseguito dalla ditta Tolleri, durante il quale la vetrata fu trasferita nella sede attuale della Cappella Bardi.

La vetrata non appare in cattive condizioni; alcune integrazioni si notano nella mano levata dell’Arcangelo Raffaele, nei manti della Vergine e di Gabriele, nelle bordure e soprattutto nella figura e nello sfondo di Michele.

Evidente è la perdita di integrità delle grisaglie dei volti, fors’anche a causa di un eccessivo zelo nella pulitura delle superfici durante il restauro.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Firenze S. Croce

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Cassa di Risparmio di Firenze – Nardini editore.

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (aprile 2001).