TOSCANA - Firenze
SCHEDA : Cattedrale 11
TITOLO : Santi entro baldacchini.

pianta cattedraleUBICAZIONE: Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.
Finestra nav. n I

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: bifora cm 1000 x 250.

CRONOLOGIA: 1395 (documentata; 23/12/1395 pagamenti ad Agnolo Gaddi per il cartone).

AUTORE: Antonio da Pisa (documentato; ricordato nel documento del 23/12/1395). Iscrizione mutila …ME FECIT.

COMMITTENZA: Opera del Duomo.

SOGGETTO: a 1-3 Santo martire; b 1-3 Santa; a 4 –6 S. Anna; b 4 –6 Santo monaco (S. Benedetto abate?); a 7-9 S. Ludovico di Tolosa; b 7-9 S. Giovanni Evangelista. Ciascun Santo è racchiuso in un baldacchino. La vetrata è incorniciata da due bordure: quella interna a motivi floreali, quella esterna con i gigli di Francia.

NOTE CRITICHE: La vicenda delle quattro finestre delle navate della chiesa di S. Maria del Fiore –accomunate dalla medesima tipologia iconica con baldacchini- è piuttosto lunga e travagliata: come ricordano i documenti (Poggi), la decisione di far realizzare tali opere risale al 1388, ma l’esecuzione delle prime due –quelle del lato Sud, realizzate da Leonardo di Simone su cartoni di Agnolo Gaddi- poté dirsi effettuata ed ultimata soltanto nel 1394.

A tale data risale anche la commissione a Nicolò di Piero Tedesco per l’esecuzione –sempre su cartone di Agnolo Gaddi- delle altre due finestre del lato Nord: a causa dell’inadempienza del vetraio, le due opere risulteranno poi eseguite di fatto una da Leonardo di Simone (finestra nav. n II) e l’altra appunto da Antonio da Pisa, "tecnico" specializzato in tale arte e "teorico", autore di un trattato dedicato alla realizzazione di vetrate legate al piombo, fonte di importanti informazioni sui procedimenti del tempo, sulle tecniche, sull’uso di vetri particolari come il rosso tedesco placcato e poi inciso, sull’impiego corretto del giallo d’argento e su tutte le soluzioni pratiche e compositive del caso, dalle più semplici alle più raffinate.

Ed infatti il livello di esecuzione della vetrata appare molto elevato: le linee dei piombi seguono docilmente il ductus del disegno, assecondandolo, e la scelta cromatica è molto vasta ed accurata, -e si distingue per profondità ed intonazione da quella delle altre tre vetrate "gemelle"- con un’evidente ricerca della preziosità nell’uso –praticamente unico- del rosato per la veste del S. Ludovico di Tolosa e del viola-porpora per il manto di S. Anna, qui raffigurata con il modellino della città di Firenze a ricordare la storica cacciata del Duca di Atene avvenuta proprio nel giorno della festività della Santa.

La maestria e la perizia tecnica nell’esecuzione e nella rifinitura appaiono sorprendenti poiché l’Autore ha addirittura indugiato in particolari miniaturistici, come nel medaglione verde che chiude il manto del S. Ludovico, nonostante la vetrata fosse destinata ad un tipo di visione non ravvicinata, che dunque rende tali particolari praticamente non percepibili.

Originariamente firmata (iscrizione mutila ME FECIT), la vetrata appartiene alla tipologia iconica con figure entro baldacchini, molto diffusa in Italia Centrale –in opposizione a quella di genere narrativo preferita nell’Italia Settentrionale- soprattutto grazie all’opera di divulgazione svolta dall’Ordine Francescano, come testimoniato dagli esempi di Assisi e S. Croce a Firenze.

L’introduzione della tipologia in Italia risale infatti alle vetrate del "gruppo francesizzante" della Basilica Superiore di Assisi (1270 ca.) e a quelle del gruppo del Maestro del S. Francesco –sempre nella chiesa Superiore- derivate dalle precedenti; passando per la preziosa testimonianza di un primo radicamento e redazione in "volgare" italiano costituita dall’esempio di Grottaferrata (1300 ca.) (vedi), le enunciazioni più evolute del tipo risalgono alle vetrate delle Cappelle di S. Caterina e di S. Ludovico nella Basilica Inferiore di Assisi (post 1317), seguite poi dalle vetrate sovrastanti le Cappelle Bardi e Tosinghi Spinelli in S. Croce, databili attorno al 1325, fino a giungere agli esempi compiuti della vetrata Baroncelli, sempre in S. Croce, di Taddeo Gaddi (1332-38), di quella Strozzi in S. Maria Novella di Nardo di Cione (1360-70) ed infine di quelle dell’abside di S. Croce, anch’esse di Agnolo Gaddi (1380 ca.) e di quella pressoché contemporanea alla nostra di Niccolò di Pietro Gerini alla Certosa del Galluzzo.

Si può notare attraverso questi esempi il graduale processo di goticizzazione dell’immagine e di conquista della spazialità tridimensionale, secondo un procedimento di "concretizzazione" degli elementi teso alla ricerca della confrontabilità con i modelli dell’architettura reale contemporanea.

In questo filone si inserisce appunto Agnolo Gaddi, fondendo l’ormai culturalmente acquisito dato monumentale della ricerca plastica, di ascendenza giottesca, con più aggiornate tendenze ricollegabili al Gotico Internazionale e con una più evidente ricerca del decorativismo formale e coloristico.

Tale percorso di monumentalizzazione – che porterà poi a realizzazioni complesse e di dimensioni inusitate come la vetrata in S.Domenico a Perugia di Mariotto di Nardo (1411) (vedi)- manterrà vitale la tipologia in Umbria e Toscana (come dimostrato dalle stesse vetrate del Ghiberti per le Cappelle di S. Maria del Fiore, pur con degli spunti innovativi) fino alla fine del Quattrocento, con un progressivo adattamento delle strutture architettoniche a schemi non più gotici, ma –seguendo un’evoluzione in senso rinascimentale- dipendenti dalla tradizione classica.

STATO DI FATTO: Accanto a continui interventi di manutenzione ed integrazione succedutisi nei secoli e non sempre ricostruibili dalle fonti, le vetrate del Duomo sono state interessate in tempi più recenti da restauri condotti da U. de Matteis della vetreria Bruschi (fine XIX - inizi XX sec.) e dallo Studio Tolleri di Firenze (1946-1957), che hanno portato alla sostituzione integrale dei piombi e al rimpiazzo di alcuni brani importanti come ad esempio i volti dei due Santi del primo rango, di S. Ludovico e del Santo monaco, e della prima parte dell’iscrizione ove compariva il nome dell’autore.

A questi interventi si affianca l’attestazione di un restauro anteriore: sulla faccia esterna di una tessera della veste del S. Ludovico è stata rintracciata durante l’ultima campagna conservativa la scritta graffita RESTAURATA 1769 DA JACOPO TOFANI E COMPAGNI.

L’ultimo intervento è stato realizzato dal prof. S.Papucci e da A.Becattini e R.Cappelletti dello Studio Polloni di Firenze tra il luglio 1996 ed il gennaio 1997: l’analisi dei pannelli ha evidenziato sulle facce esterne dei vetri un processo in atto di corrosione, unito alla presenza di depositi e croste, talora con delle componenti biotiche (fungine); la rimozione dei depositi è stata ottenuta con lavaggi di acqua distillata, impacchi di E.D.T.A. e carbonato di ammonio per le incrostazioni più resistenti e con bisturi per le cavità create dalla corrosione.

E’ stato poi steso un velo protettivo consistente in una miscela di olio di lino cotto e cera vergine d’api.

Sulle facce interne dei vetri, non toccate dalla corrosione, i depositi di nero fumo, previo controllo della grisaille, sono stati eliminati con impacchi di carbonato di ammonio.

Si è poi provveduto alla pulitura dei piombi, con relativa saldatura delle rotture e nuova fasciatura esterna.

Tutte le tessere fratturate sono state rincollate ed eliminate le ragnatele dei piombi di frattura: nel caso della mano destra del Santo monaco ci si è avvalsi di un supporto incolore appositamente sagomato e le tessere rincollate sono state integrate pittoricamente a freddo.

Tutte le integrazioni di vetri mancanti sono state realizzate dopo la campionatura delle grisaglie e delle velature per adeguamento all’originale: gli inserti sono stati siglati P.

Il pavimento dell’edicola del Santo martire (S. Barnaba?), frutto di un malinteso restauro precedente, è stato sostituito con nuove tessere che riproducono l’effetto della pavimentazione originale presente negli altri baldacchini.

Tutti gli interventi infine riguardanti il restauro pittorico sono stati eseguiti a freddo.

La vetrata è stata reinserita nel telaio originale bonificato e isolata dall’esterno con un controtelaio di protezione, in ottone e cristalli, sigillato: il telaio della vetrata è invece stato lasciato in comunicazione con l’interno della chiesa per creare un sistema isotermico di circolazione dell’aria.

Tutte le fasi del restauro sono state documentate con relazioni e rilevazioni grafiche e fotografiche.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. FIRENZE – ANTONIO DA PISA.

REF. FOTOGRAFICHE: Foto Nicolò Orsi Battaglini, Firenze

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (giugno 2000).