TOSCANA - Arezzo
SCHEDA : Cattedrale 8
TITOLO : S. Donato e il Cristo Risorto

UBICAZIONE: Cattedrale di S. Donato fin sIII, Cappella del Santissimo Sacramento. Nel documento riguardante l'allogazione della vetrata è indicata come la Cappella del Corpo di Cristo (affianca sulla destra la cappella maggiore).

PROVENIENZA: originaria

DIMENSIONI: nei documenti d'archivio braccia quadre undici e tre quarti (un braccio quadro = 0,34 mq).

CRONOLOGIA: commissionata il 15 maggio 1477, messa in opera il 14 gennaio 1478.

AUTORE: Frati Ingesuati di Firenze, conosciuti anche col nome di Gesuati.

COMMITTENZA: Opera del Vescovado di Arezzo (vedi Archivio di Stato di Arezzo, Opere di Chiese - Opera del duomo di Arezzo - Debitori e creditori 1, c. 53r)

SOGGETTO/I: pann.1a:due putti reggistemma con lo stemma della Confraternita dei Laici pann 1b: S. Donato; 1c: Cristo risorto

NOTE CRITICHE: La vetrata, ritenuta la più antica del Duomo (cfr. Alessandro Del vita, 1915, Angelo Tafi, 1978), fu eseguita a Firenze dai Frati Ingesuati, un gruppo cospicuo dei quali successivamente, nel 1504, si sarebbe trasferito ad Arezzo presso il convento annesso alla chiesa di S. Maria delle Grazie; qui avrebbero esportato quella che era la loro specialità artistica dando presto saggio delle loro abilità tecniche nel campo dell'ars fenestraria in opere come la vetrata con la Vergine e il Bambino della SS. Annunziata.

La vetrata, che fu pagata quattordici lire a braccio quadro, consta di due parti distinte racchiuse da un'unica cornice a motivi vegetali policromi (frutti, fiori, foglie). Nella parte superiore campeggia contro il fondo azzurro del cielo, ritagliato al di là di un'edicola centinata, la figura di Cristo risorto. Nella parte sottostante è raffigurato il vescovo S. Donato, patrono della città mentre benedice; egli porta tutti i simboli della sua dignità vescovile; con la mano sinistra regge il libro e opprime, con la parte terminale del suo pastorale, un drago che giace ai suoi piedi, animale che è fa riferimento alla biografia stessa del santo. La sistemazione di questa vetrata in uno dei punti focali dell'edificio è giustificata dall'essere S. Donato patrono della città e anche il santo titolare della chiesa cattedrale.

Dai documenti d'archivio si ricava che a partire dal 1511 anche nell'occhio di facciata si stagliava un'imponente figura di S Donato realizzato su cartone del pittore aretino Domenico Pecori; l'opera, sostituita nel 1518 dall'occhio con la Discesa dello spirito Santo di Guillaume de Marcillat, fu dall'artista francese ridotta di dimensioni e collocata lungo il fianco sinistro della navata maggiore, probabilmente all'altezza della terza campata.

L'abbinamento del Cristo è' facilmente intuibile qualora si consideri la particolare destinazione sacra della cappella che ospitava, come si evince dalla stessa titolazione, il Santissimo Sacramento; qui già al tempo della commissione dell'opera trovavano ricetto i vasi liturgici contenenti il pane e il vino per la celebrazione eucaristica. Il Cristo si presenta nudo, in linea con precise indicazioni della committenza; soltanto un semplice perizoma bianco, ma sontuosamente bordato d'oro, cinge i suoi fianchi, mentre le carni candide ricevono ancor più risalto dall'azzurro astratto del cielo. Attraversa diagonalmente il suo corpo una grande croce mentre ai suoi piedi trova posto un altro simbolo della passione: il calice che contiene il suo sangue e che è destinato a riceverne ulteriormente dalla ferita ancora aperta della mano. Non può sfuggire il riferimento al calice liturgico custodito proprio entro il tabernacolo della cappella destinato a contenere quel vino che per transustanziazione diventa il sangue di Cristo durante la celebrazione liturgica. Quello che si offre allo sguardo dei fedeli è sì il Cristo risorto, vestito in bianco e oro, i colori della gloria, con la croce orientata verso est dove nasce il sole, ma non troneggia dall'alto della sua vittoria, si offre invece come agnello sacrificale: il modo dimesso col quale si presenta, l'aspetto mestamente meditativo del suo volto, le ferite che ancora sanguinano, annullano il primo significato a vantaggio del secondo. Si capisce meglio adesso il ruolo di S. Donato vescovo che incarna l'istituzione e il magistero stesso della Chiesa, preposta a testimoniare la lotta che Cristo ha intrapreso contro il Male e a portarla avanti in perpetuo nel suo nome. Quello di S. Donato è il volto grave e ieratico, quasi da idolo astratto, di chi è consapevole del proprio altissimo ruolo e della infallibilità della propria missione; il suo pastorale, al pari della croce, della quale segue anche l'orientamento, ha un significato salvifico, è un elemento di offesa nei confronti del Male rappresentato dal drago che però giace vinto ai suoi piedi, come la Morte, conseguenza di quello stesso Male, che è stata vinta da Cristo.

L'edicola entro la quale il santo è inserito è impostata prospetticamente con un efficace scorcio di sotto in su, che però non coinvolge la cupola che la chiude in alto -decorata con embrici a scaglie che ho notato trovano riferimenti precisi nell'oreficeria coeva fiorentina-, né la figura del santo, monumentale nella sua saldezza plastica. L'architettura rispecchia il gusto classico fin nei suoi elementi decorativi, ma le note squillanti dei colori, talvolta sganciate dall'aderenza con la realtà, producono effetti astrattivi: dall'improbabile colore rosa dei piedritti dell'edicola, si passa all'azzurro quasi metafisico del cielo e al rubino del pavimento su cui giace il drago. Queste caratteristiche si ritrovano anche nel pannello superiore occupato dal Cristo Risorto; l'imbotte che lo sovrasta presenta una decorazione con incrostazioni policrome di gusto classico. L'effetto visivo è simile a quello di un soffitto a lacunari ed è probabile che in origine questo si dovesse vedere.

Per la figura del Santo l'esempio più stringente è quello con la vetrata che si trova nella Cappella Pazzi a Firenze rappresentante S. Andrea su probabile disegno di Alesso Baldovinetti. Il santo è raffigurato insieme al suo strumento di tortura: la croce, ma orientata secondo una diagonale opposta a quella della vetrata aretina. In entrambe le opere si ritrova il gusto per certi particolari descrittivi o decorativi, come le venature del legno della croce, i caratteri cufici che ornano le aureole, tipici della coeva produzione dei frati Gesuati ( vedi ad es. le due vetrate di S. Maria del Sasso a Bibbiena, quelle di S. Salvatore al Monte a Firenze, ecc.), la morbidezza delle chiome e della barba, la cornice costituita da fiori frutta e foglie alternati, la cupola rivestita di embrici a scaglie, anche se nella vetrata fiorentina indubbiamente l'impostazione spaziale dell'edicola è più coerente.

Salmi fa notare che l'inserimento di S. Donato all'interno di un tabernacolo segue uno schema tradizionale a Firenze fin dal Trecento, mentre Marchini trova in questo manufatto echi di Bartolomeo della Gatta.

Due puttini reggistemma occupano inferiormente la vetrata aretina: essi sorreggono una corona di foglie con all'interno il simbolo della Fraternita dei Laici, costituito da una emme (iniziale di Maria Vergine) che inscrive una effe. In questa, che è la parte più manomessa della vetrata, manca qualsiasi ambientazione e il fondo è costituito da una fitta pioggia di puntini bianchi che non permettono ai corpi altrettanto candidi dei puttini di risaltare; l'effetto visivo è simile a un monocromo se non fosse per certi dettagli in oro della corona e per il rosso vivo della sigla della Fraternita che acquista, in siffatto contesto, un particolare risalto. La sua presenza è piuttosto singolare quando si rifletta che la vetrata fu commissionata dall'Opera del Vescovado; forse la Fraternita finanziò la realizzazione della vetrata o un grosso restauro successivo. E' anche vero che talvolta gli operai che sovrintendevano alla gestione dei lavori del duomo erano membri anche della stessa.

Il trattamento a pointillisme del fondo trova analogie in certi particolari delle vetrate, sebbene più tarde, che ornano il coro di S. Maria Novella a Firenze realizzate su cartone di Domenico Ghirlandaio (cfr. il particolare dei due angioletti reggistemma nel pannello con S. Domenico).

Per il Cristo risorto noto evidenti punti di contatto, specialmente dal punto di vista iconografico, col Redentore dipinto da Mariotto di Cristofano che occupa il centro della tavola conservata nel Museo della Basilica di S. Maria delle Grazie di S. Giovanni Valdarno, città natale del pittore -a metà strada fra Firenze ed Arezzo- databile intorno al 1420-1425. Qui il sangue che esce dalla ferita del costato si riversa, insieme a quello della mano, nel calice a terra, mentre nella nostra vetrata dalla ferita del busto spurga un liquido incolore; se ciò non dipendesse da manomissioni successive o da necessità tecniche bisognerebbe supporre che in origine questo dettaglio fosse aggiunto a freddo, per quanto nel contratto fosse specificato che i vetri dovessero essere cotti a fuoco e non dipinti. Può darsi anche, a mio avviso, che vi sia un riferimento diretto, per quanto parziale, al passo di Giovanni XIX, 34 secondo il quale dal costato ferito di Cristo uscì acqua e sangue.

STATO DI FATTO: Nel 1519 Duccio di Ulivieri intervenne sulla vetrata che era rotta alla sommità. Numerosi furono nel corso dei secoli i restauri alle vetrate della cattedrale aretina.

Alessandro del Vita nella sua opera sul duomo di Arezzo del 1915 (cfr. Bibliografia) ci informa sul bono stato della vetrata all'epoca.

Attualmente non si notano perdite del corredo vitreo, né cedimenti della parte strutturale. Il degrado interessa particolarmente i vetri bianchi, quelli in particolar modo che occupano la porzione inferiore della vetrata, che è anche la più manomessa, e in parte il volto di S Donato.

BIBLIOGRAFIA:

Fonti Archivistiche:

Testi:

REFERENZE FOTOGRAFICHE: Archivio Giovanna Virde

ESTENSORE: Giovanna Virde, gennaio 2003