TOSCANA - Arezzo
SCHEDA :Chiesa della SS. Annunziata  8
TITOLO : Santo Vescovo.

UBICAZIONE: Arezzo, chiesa della SS. Annunziata (già S. Maria delle Lacrime). Coro, finestra n II (monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI: 218 x 73 cm.

CRONOLOGIA: inizi XVI secolo.

AUTORE:

COMMITTENZA:

SOGGETTO: Il Santo Vescovo, con libro e pastorale, è incluso in un inquadramento architettonico arcuato.

NOTE CRITICHE: La vetrata si presenta attualmente mutila nella parte inferiore e priva di ogni riferimento gentilizio, che verosimilmente doveva comparire in origine ad indicare il casato dei committenti, dal momento che nei registri della Compagnia della SS. Annunziata non risultano documenti inerenti all’allogagione e al pagamento dell’opera da parte della stessa.

La mancanza di attributi non consente poi un’identificazione certa del Santo raffigurato, sebbene la tradizione locale (Del Vita, Pasqui-Viviani, Falciai) tenda a riconoscervi l’immagine di S. Donato, vescovo e patrono di Arezzo.

Il problema dell’identificazione risulta ulteriormente ostacolato dal fatto che nel 1827 la vetrata ha subito un restauro da parte di R. Zaballi che ha portato alla sostituzione del copricapo della figura, nelle relazioni ottocentesche descritto come triregno, e dunque copricapo papale, con l’attuale tiara vescovile (Virde 1990).

Dal punto di vista stilistico, i vari autori che si sono occupati dell’opera hanno rilevato un certo arcaismo dell’immagine, soprattutto nella posa rigidamente frontale del Santo, attribuendo la realizzazione della vetrata alla prima campagna di invetriatura della SS. Annunziata, iniziata nel 1509 dal coro, e all’opera dei fratelli Sassoli su cartone di Domenico Pecori: tale attribuzione si basa presumibilmente su una certa assonanza tipologica tra questa vetrata e quelle eseguite da Stagio di Fabiano Sassoli e Domenico Pecori nell’abside del Duomo aretino dal 1513 in poi.

Più recentemente un ulteriore attento esame di tali caratteri arcaicizzanti, ne ha rivelato la natura più apparente che sostanziale, evidenziando al contrario l’attenzione riservata all’impianto volumetrico della figura e all’effetto spaziale, caratteristiche che potrebbero rimandare all’opera dei frati Gesuati (Pieri), abili maestri vetrai stabilitisi ad Arezzo dal 1504, ai quali potrebbe spettare anche la realizzazione della prima vetrata della SS. Annunziata, quella con la Vergine ed il Bambino del 1509 (Virde 1990).

Del resto i Gesuati avevano già lavorato per Arezzo prima del loro stanziamento in città, realizzando nel 1487 la vetrata per il Duomo con S. Donato ed il Cristo risorto per la Cappella del Sacramento ed introducendo la tipologia iconica con inquadramento architettonico che sarà poi condivisa dalla vetrata della SS. Annunziata e da quelle di Stagio Sassoli e Domenico Pecori per il Duomo.

Questa tipologia, che ad Arezzo si presenta con più o meno semplici baldacchini impostati su arcate o come pura arcata prospettica nel caso della SS. Annunziata, ha origini molto lontane: introdotta in Italia intorno all’ultimo quarto del Duecento (Assisi, Basilica Superiore, vetrate del gruppo francesizzante e del gruppo del Maestro del S. Francesco), la tipologia a baldacchini conosce nel corso del Trecento una rapida e capillare diffusione soprattutto nell’Italia Centrale (esempi di Grottaferrata (1300 ca.), delle Cappelle di S. Ludovico e di S. Caterina nella Basilica Inferiore di Assisi (post 1317), delle Cappelle Bardi e Tosinghi Spinelli in S. Croce a Firenze (1325 ca.)).

La tipologia subisce poi una rapida trasformazione in senso più accentuatamente gotico a partire dagli anni ’30 del Trecento, alla quale si accompagna un processo di "concretizzazione dell’immagine" teso al raggiungimento della confrontabilità con i modelli ed il tipo di spazialità dell’architettura gotica contemporanea (vedi i seguenti esempi fiorentini: Cappella Baroncelli in S. Croce di Taddeo Gaddi (1332-38); Cappella Strozzi in S. Maria Novella di Nardo di Cione (1360-70); abside di S. Croce di Agnolo Gaddi (1380); Cappella della Certosa del Galluzzo di Niccolò di Pietro Gerini (1395 ca.)).

Tale processo di monumentalizzazione e di ricerca della spazialità tridimensionale avrà il suo culmine nelle vetrate della navata di S. Maria del Fiore, e soprattutto in quella di Antonio da Pisa (1395) (vedi finestre nav. n I e II, e nav. s I e II), ed in quella per S. Domenico a Perugia di Mariotto di Nardo (1411) (vedi), per poi proseguire –in Umbria e Toscana- fin oltre la fine del secolo.

E proprio in questo filone, e forse grazie all’insegnamento di Mariotto di Nardo, si inserisce liberamente anche il Ghiberti con le vetrate per le Tribune e le Cappelle di S. Maria del Fiore a Firenze: in queste ultime egli interpreta la tipologia con creatività innovativa, inserendo elementi compositivi di raccordo –come ad esempio nella cubatura dell’ambiente corrispondente al rango inferiore, resa attraverso l’uso della prospettiva lineare- con la cultura umanistica fiorentina , senza però prescindere da un impatto visivo che è ancora di schietto sapore gotico. Ed il Ghiberti anticiperà quella tendenza, accentuatasi a partire dalla seconda metà del secolo, a rinnovare la tipologia, sostituendo gradatamente al sorpassato repertorio dell’architettura gotica i più aggiornati moduli richiamantisi alla aulicità e alla monumentalità delle strutture classiche.

Nel caso di Arezzo i baldacchini si presentano con uno schema assai semplificato nella vetrata dei Gesuati per il Duomo e con un’immagine ancora parzialmente legata – nei dettagli architettonici dei coronamenti – alla tradizione gotica in quelle di Stagio Sassoli e Domenico Pecori: nella vetrata della SS. Annunziata gli elementi compositivi sono ridotti al minimo, escludendo qualsiasi tipo di decorazione, puntando sul recupero di un equilibrio "classico" e sottolineando soprattutto l’aspetto prospettico e spaziale della struttura architettonica con mezzi semplici e di immediata evidenza.

La vetrata della SS. Annunziata si pone così tra le più tarde testimonianze della diffusione del tipo, ormai trasformato nelle sue forme esteriori prima di decadere completamente nel corso del XVI secolo: per cogliere il senso di questa graduale modificazione si può considerare il caso della vetrata con S. Silvestro e S. Lucia nel Duomo di Guillaume de Marcillat del 1516 (vedi, Arezzo, Cattedrale 1), laddove, pur mantenendosi valida la scelta iconica in contrapposizione a quella narrativa, le strutture di ambientazione architettonica si mostrano già definitivamente staccate dalla tradizione gotica e completamente recuperate all’ambito della ricostruzione "all’antica".

STATO DI FATTO: : Le vetrate della SS. Annunziata sono state interessate da vari interventi conservativi, anche in antico: al 1593 risale infatti la prima operazione generale di riassetto delle vetrate, con rintelaiatura e ripiombatura condotte per mano di Leonardo Bruschi.

Tali interventi, con l’aggiunta di vetri a risarcire le lacune, vennero ripetuti –sebbene le fonti documentarie per lo più non specifichino l’entità e spesso neanche la localizzazione dei danni e delle relative integrazioni, parlando in generale dell’intero complesso vetrario della chiesa- nei secoli successivi.

Nel caso particolare però, da un documento conservato nella Biblioteca Comunale di Arezzo (Virde 1990), sappiamo che nel 1827 la vetrata fu affidata al restauro di Raimondo Zaballi – lo stesso che eseguì il deplorato "restauro" sulla Pentecoste del Marcilllat nel Duomo – il quale sostituì la parte relativa al copricapo del Santo, che nelle relazioni contemporanee veniva esplicitamente denominato come "triregno" papale (ed infatti la figura veniva identificata con quella di S. Silvestro papa).

Successivamente, nel 1842 altri vetri vennero rimessi al "…finestrone di fianco all’organo…", ma senza ulteriori specificazioni.

L’intervento più recente è quello dei restauri del 1958 commissionati allo Studio Tolleri di Firenze: durante questa ultima campagna non vennero effettuati i grafici e le relazioni, pertanto risulta difficile valutare l’entità di tali restauri, peraltro condotti affrettatamente a causa del fallimento della ditta.

Attualmente la vetrata presenta svariate tessere fratturate e contenute da deturpanti ragnatele di piombi che sarebbe auspicabile venissero rimosse per una migliore lettura dell’immagine.

Ugualmente sarebbe necessaria una verifica sullo stato delle grisaglie e sulla loro tenuta poiché alcuni brani appaiono visibilmente compromessi nella lettura del modellato (vedi la mano sinistra del Santo).

L’analisi non ravvicinata dell’opera in situ non consente di specificare ulteriormente i danneggiamenti: si rinvia pertanto l’esame ravvicinato ad un prossimo ed auspicabile intervento conservativo.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo SS. Annunziata

REF. FOTOGRAFICHE:

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (gennaio 2001).