| TOSCANA - Arezzo |
| SCHEDA :Chiesa della SS. Annunziata 2 |
| TITOLO : Sposalizio della Vergine. |
UBICAZIONE: Arezzo, chiesa della SS. Annunziata. (già S. Maria delle Lacrime) - Finestra s VII.
PROVENIENZA: collocazione originaria.
DIMENSIONI: diametro 176 cm.
CRONOLOGIA: 1526 (documentata: allogata 9/10/1525; terminata 30/6/1526).
AUTORE: Guillaume de Marcillat (documentato).
COMMITTENZA: Compagnia della SS. Annunziata (documentata); iscrizioni: A M V, stemma della Compagnia, e Y H S, monogramma di Cristo.
SOGGETTO: Sposalizio della Vergine.
NOTE CRITICHE: L’opera, appartenente alla fase più
tarda dell’ attività del Marcillat, venne eseguita dopo che il Maestro aveva
già realizzato per la chiesa dell’Annunziata le vetrate con S. Girolamo
(1520; vedi finestra N IV), con S. Antonio Abate (1521; vedi finestra S VI ),
con l’Annunciazione per la serliana di facciata (1524, perduta), con l’Assunzione
della Vergine (1525; vedi finestra W) e con la Maddalena (1525; vedi finestra N
V).
La vetrata, per semplicità d’impostazione, sembra inserirsi in quel
particolare processo di chiarificazione dell’impianto già manifestatosi a
partire dall’occhio della chiesa di S. Francesco (1524) (vedi): tale esigenza
di maggior sobrietà distingue le opere rimaste della fase più tarda della
produzione del Maestro, e diversifica l’impostazione degli elementi presenti
rispetto alla complessità architettonica e al fasto decorativo che avevano
invece caratterizzato soprattutto le cinque bifore per la Cattedrale aretina
(1519-1524) (vedi ad esempio la Vocazione di S. Matteo, la Cacciata dei Mercanti
dal Tempio, Cristo e l’Adultera).
Dopo tanta libertà creativa ed inventiva, le opere del Marcillat paiono
ritrovare una misura più ponderata, simile all’intimo classicismo che aveva
ispirato la primissima produzione italiana del Maestro, quella del periodo
romano (1506-1515) (vedi Roma, chiesa di S. Maria del Popolo) e degli inizi del
periodo cortonese, allorquando semplici elementi o diaframmi architettonici
separavano le figure dallo spazio aperto.
In questo caso l’avvenimento si svolge all’interno del Tempio, in un
ambiente sobriamente connotato all’antica dagli stessi elementi portanti,
senza decorazione alcuna, e parcamente ravvivato dal contrasto coloristico dei
vari marmi simulati: la rigidità dell’impianto ortogonale è alleggerita sul
fondo dall’inserzione di una nicchia prospettica che conferisce movimento e
luminosità al prospetto. Spontaneo è quindi l’accostamento con il partito
analogo presente nel fondale della vetrata con Cristo e l’Adultera (vedi
Arezzo, Cattedrale, finestra s V), laddove tutti gli elementi architettonici,
decorativi, coloristici presenti concorrevano invece a creare un’immagine di
sapore nettamente più "manierista".
Anche lo schema di disposizione dei personaggi è lineare e pacato, lontano dai
complessi percorsi dinamici delle vetrate della Cattedrale, e sembra recuperare
il senso della ponderazione delle figure: il parallelo più evidente è nell’analoga
scena dello Sposalizio della Vergine che compare in una delle vetrate romane di
S. Maria del Popolo, laddove troviamo un simile isolamento delle figure
principali entro uno schema a triangolo ed un posizionamento confrontabile degli
astanti, soprattutto del gruppo delle donne a destra che paiono commentare tra
loro l’avvenimento.
L’attenzione al particolare, la scelta cromatica (prevalenza dei rossi, viola
e blu in contrasto con i gialli ed i verdi), le soluzioni tecniche, la perizia
nel condurre il modellato a grisaille rimandano con coerenza a tutta la
produzione precedente del Maestro, ma anche qui troviamo toni più misurati: ad
esempio, l’uso dei vetri placcati e incisi a simulare stoffe damascate o
operate, così largamente impiegato nelle vetrate della Cattedrale tanto da
diventarne uno dei segni distintivi più evidenti, viene qui invece riservato,
quasi con modestia, ai soli personaggi principali (si noti ad esempio nella
veste della Madonna l’effetto di trapuntatura simile a quello presente nelle
vesti di S. Matteo, nella vetrata della Vocazione, e dell’Adultera della
vetrata omonima), mentre le altre figure vestono paludamenti sobri senza più
connotazioni orientaleggianti.
Particolare è il dettaglio iconografico dell’uomo a sinistra in atto di
colpire S. Giuseppe con un pugno: tale gesto, ammesso da una certa ritualità
giuridica popolare che considerava la percossa come mezzo mnemonico, appare
diffuso in tale genere di rappresentazioni a partire da Giotto e viene
sottolineato dallo stesso Vasari.
Parte della critica più recente (Atherly) ha voluto vedere in questa opera un
ampio intervento degli allievi del Maestro, generatore di un livello qualitativo
inferiore rispetto alle altre vetrate: in realtà l’opera è stata più volte
integrata e proprio alcuni di quegli inserti che appaiono più carenti sono
stati riconosciuti, grazie anche ad una più attenta rilettura dei documenti
(Virde), quali frutto di sostituzioni (ad esempio la testa della Vergine,
creduta opera di Michelangelo Urbani, uno dei collaboratori del Marcillat,
risulta invece essere stata una sostituzione operata nel 1582 da Urbano Urbani,
figlio di Michelangelo) e pertanto non dimostrativi.
Del resto appare singolare che il Marcillat si sia potuto servire in modo
insolitamente estensivo di aiuti proprio per una vetrata che, per contratto, la
Compagnia richiedeva fosse eseguita "bene et diligente"(sic) e per la
quale venne pagato un prezzo di 16 lire al braccio, il più alto mai pattuito,
superiore anche a quello erogato per le vetrate del Duomo e per l’occhio di S.
Francesco.
STATO DI FATTO: La vetrata è stata oggetto di veri
interventi, anche in antico: tra questi il più significativo è stato quello
del 1582 allorquando Urbano Urbani da Cortona –figlio di quel Michelangelo
Urbani collaboratore del Maestro- provvide a sostituire completamente la testa
della Vergine con un inserto di qualità nettamente inferiore al resto della
vetrata.
In seguito, nel 1593, tutte le vetrate dell’Annunziata vennero riassettate,
rintelaiate, ripiombate ed integrate da Leonardo Bruschi. Dopo probabili episodi
sostitutivi genericamente citati dalle fonti documentarie in data 1812 (Lodovico
Novatti sostituisce 18 vetri alle finestre, senza ulteriori specificazioni), nel
1823 interventi integrativi, dei quali è difficile stabilire l’entità,
vennero eseguiti sulla vetrata per opera di Santi Pasqui, fino a giungere ai
restauri commissionati nel ‘900 allo Studio Caselli Moretti di Perugia e a
quelli, nel 1958, dello Studio Tolleri di Firenze: interventi, questi ultimi,
difficilmente quantificabili poiché, forse anche a causa del fallimento della
ditta, non risulta siano stati effettuati relazioni e rilevamenti grafici dello
stato di fatto e delle integrazioni apportate.
La vetrata mostra evidenti problemi di danneggiamento della grisaille,
riscontrabili soprattutto nel gruppo degli astanti, e segnatamente nelle donne a
destra, con conseguente perdita e ridotta leggibilità del modellato.
Numerosi appaiono anche i piombi di frattura, inseriti per saldare parti di un
vetro lesionato, che spesso deturpano, come nel caso del volto della Vergine,
parte dell’immagine, e si inseriscono a modificare la corretta percezione del
disegno originario dei piombi.
L’esame non ravvicinato della vetrata in situ non permette di proseguire più
dettagliatamente nell’analisi dei danneggiamenti: si attende perciò di poter
esaminare da vicino la vetrata in occasione di un prossimo –ed auspicabile-
intervento di restauro.
BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo –Marcillat
REF. FOTOGRAFICHE: Archivio A.P.T. Arezzo (Foto Ugo Baldesi)
ESTENSORE: Marina Del Nunzio (aprile 2000).