| TOSCANA - Arezzo |
| SCHEDA : Basilica di S. Francesco 1 |
| TITOLO : Onorio III e S. Francesco |
UBICAZIONE: Arezzo, chiesa di S. Francesco - Finestra W, occhio della facciata.
PROVENIENZA: collocazione originaria.
DIMENSIONI: diam. 320 cm.
CRONOLOGIA: 1524 (documentata: allogata 19/1/1524; terminata 6/10/1524).
AUTORE: Guillaume de Marcillat (documentato).
COMMITTENZA: Opera della chiesa di S. Francesco (iscrizioni OPERA e O P(er) A).
SOGGETTO: S. Francesco, in gennaio, offre delle rose al pontefice Onorio III.
NOTE CRITICHE: Il 1524 fu un anno tra i più intensi per
il Marcillat, per numero di opere condotte e per l’elevatissimo livello
compositivo e tecnico raggiunto, segno di un’ormai pienamente conseguita
maturità artistica e creativa.
In quell’anno il Maestro si trovò a completare le ultime due bifore per la
Cattedrale di Arezzo (vedi Arezzo, Cattedrale, finestre s V e s VI),
unanimemente considerate come i capolavori della produzione dell’autore, a
condurre gli affreschi per le volte sempre della Cattedrale, a realizzare la
presente vetrata –di qualità analoga a quelle del Duomo-, ad eseguire l’occhio
per la chiesa di S. Agostino a Monte San Savino raffigurante il Santo con due
Angeli, ed infine ad accettare la commessa per la vetrata con l’Assunzione
della Vergine per la chiesa della SS. Annunziata (vedi finestra H I): dunque un
impegno febbrile, che non ha però portato a cedimenti, bensì si è tradotto in
un’inesauribile vena inventiva ed in tensione creatrice.
Dal punto di vista iconografico, è stato notato (A. Tafi) come sia erroneo
considerare l’episodio raffigurato il momento della conferma da parte di
Onorio III della regola francescana, così come suggerito anche dal Vasari: si
tratterebbe invece di un avvenimento leggendario (S. Francesco offre a Onorio
III, in gennaio, delle rose sbocciate dai rovi sui quali egli si era gettato per
vincere le tentazioni) ben noto fin dal Trecento, collegato ad un fatto storico,
ossia l’effettiva concessione, nel 1216, dell’ Indulgenza plenaria (detta
della Porziuncola).
Dal punto di vista compositivo, la scena si svolge in uno spazio colonnato e
recinto al di là del quale compare il cielo: i singoli elementi richiamano gli
ordini antichi ed i modelli dell’architettura aulica classicheggiante (si veda
ad esempio il dettaglio del soffitto cassettonato con rosette) e la preziosità
dei materiali e dei marmi è perfettamente resa in maniera mimetica. Tuttavia,
rispetto alle coeve bifore per il Duomo (Cacciata dei Mercanti dal Tempio;
Cristo e l’Adultera) –caratterizzate da un impianto prospettico più
complesso, scandito anche in altezza- qui il discorso architettonico si è fatto
più pacato ed equilibrato; analogamente, anche la fastosità coloristica e la
proliferazione decorativa delle ambientazioni delle vetrate del Duomo si è qui
placata in una visione più sobria e meno "manierista".
Sembra dunque che il Marcillat stia procedendo per via di chiarificazione e
semplificazione, tentando di avvicinarsi ad un ideale di "antico" più
composto, e tale percorso appare richiamato anche nella vetrata di Monte San
Savino e nelle successive per la chiesa della SS. Annunziata (vedi ad esempio lo
Sposalizio della Vergine): percorso che sembra addirittura rimandare a quella
serena ma solenne concisione che aveva dominato nelle prime opere del Maestro:
un simile rapporto più equilibrato tra figure e architetture è possibile
ritrovare infatti nelle vetrate per S. Maria del Popolo a Roma (1508-1510
ca.)(vedi) e nelle opere del periodo cortonese, anche in quelle –come l’occhio
con la Pentecoste (1518)(vedi finestra W)- eseguite per il Duomo di Arezzo.
All’interno di tale spazio le figure appaiono ampie, ma ben calibrate ed anche
in questo caso all’agitazione e alla tensione dinamica delle vetrate del Duomo
fanno qui invece riscontro cadenze più pausate e ponderate; le figure degli
astanti, partecipanti al concistoro papale, appaiono morbidamente paludate in
ampie vesti che creano nette campiture di contrapposizione coloristica tra il
rosso e il blu, tra le quali si inseriscono in contraddittorio i gialli e i
verdi. Magistrale, in termini di conduzione tecnica, la realizzazione del ricco
manto papale, che per complessità e ricercatezza ricorda gli analoghi inserti
nelle varie vetrate del Duomo.
A tanta preziosità si contrappone la semplice povertà delle vesti di S.
Francesco e dei confratelli, ma la povertà è solo apparente: infatti, a
livello esecutivo, tutti gli effetti volumetrici e chiaroscurali sono stati
ottenuti grazie ad una raffinatissima tecnica di conduzione della grisaille
–ove più robusta, ove più delicata- che pone questi brani allo stesso
livello qualitativo dei tanto più celebrati inserti di vetri placcati ed
incisi, ad imitazione di damaschi e velluti operati, che sono considerati uno
dei "simboli" di riconoscimento delle opere della Cattedrale aretina.
Pari raffinatezza, memore dell’educazione di tipo nordico del Maestro, è
riservata al trattamento delle fisionomie e dei volti, specialmente quelli del
Santo e del Pontefice, laddove l’uso della grisaille in varie sfumature
e del giallo d’argento crea delicati e complessi giochi luministici che –da
soli- sarebbero sufficienti a riassumere l’articolata natura dell’arte del
Marcillat, spesso, come in questo caso, manifestatasi in tutta la sua
completezza, anche dal punto di vista pittorico.
STATO DI FATTO: La vetrata è stata restaurata nel
1987-88 per opera del prof. S .Papucci e di A. Becattini e R. Cappelletti dello
Studio Polloni di Firenze (soprintendente dr. A.M. Maetzke). Già molto delicata
si è rivelata la fase dello smontaggio dell’opera, poiché la vetrata si
presentava con i pannelli murati nella pietra, senza telaio, con grave rischio
di fratture per i vetri.
Liberata la vetrata, si è poi provveduto alla pulitura delle superfici: all’esterno
esse presentavano depositi oscuranti e responsabili del processo in atto di
degrado del vetro, che sono stati rimossi con lavaggi con acqua distillata e
carbonato di ammonio, impacchi e con l’uso del bisturi; all’interno i vetri
erano offuscati da uno strato untuoso formato da polvere e nero fumo, rimosso
con lavaggi con acqua distillato e carbonato di ammonio in soluzione leggera.
Sono stati quindi rimossi i raddoppi di vetro posti dietro le teste dei
personaggi principali per poter eliminare i depositi accumulatisi nell’interstizio.
Tutta la struttura è poi stata rinsaldata, con la bonifica e la saldatura dei
piombi, e con la stuccatura a guazzo.
I vetri frantumati sono stati rincollati con resine reversibili ed eliminati i
deturpanti piombi di frattura.
Le poche tessere vetrarie sostituite sono state siglate con una P per
permetterne l’individuazione.
Si è poi provveduto al restauro pittorico, con il fissaggio ed il
consolidamento della pittura, con la ringranatura delle grisaglie e con l’applicazione
di leggere velature per restituire l’integrità pittorica originaria dell’opera.
A seguito del restauro, la vetrata è stata esposta –assieme a quella con la
Resurrezione di Lazzaro della Cattedrale (vedi)- nell’ambito della mostra,
curata dalla Soprintendenza ai Beni A.A.A.S. di Arezzo e dalla Diocesi di
Arezzo, Cortona e Sansepolcro, "Guillaume de Marcillat pittore della luce.
Due vetrate dopo il restauro" (Arezzo, Cattedrale, 16 novembre – 17
dicembre 1989).
Per la ricollocazione dell’opera è stata infine creata una controvetrata con
telaio in ottone e cristalli di protezione per isolare la vetrata dall’umidità
esterna, causa del processo di degrado del vetro.
Tutte le operazioni sono state documentate con relazioni e rilevamenti grafici e
fotografici.
BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo –Marcillat.
REF. FOTOGRAFICHE: Archivio A.P.T. Arezzo (Foto Ugo Baldesi)
ESTENSORE: Marina Del Nunzio (aprile 2000).