| TOSCANA - Arezzo |
| SCHEDA : Cattedrale 1 |
| TITOLO : SS. Lucia e Silvestro |
UBICAZIONE: Arezzo, Cattedrale - Finestra n III (monofora), Cappella di S. Silvestro.
PROVENIENZA: collocazione originaria.
DIMENSIONI: cm 560 x 70 (dimensioni stimate con la vetrata in situ).
CRONOLOGIA: 1516 (documentata: allogata 1/9/1516).
AUTORE: Guillaume de Marcillat (documentato).
COMMITTENZA: Opera del Duomo (documentata).
SOGGETTO: a1 stemma Albergotti; a 2-4 S. Lucia e Angelo; a 5-6 S. Silvestro e Angelo; a 7 figura allegorica della Carità.
NOTE CRITICHE: La vetrata, eseguita dal Marcillat durante
il periodo cortonese della propria attività (1515-1519), è la prima ad essere
stata realizzata per il Duomo aretino, seguita dall’occhio con la Pentecoste
(1518) e dalla serie delle cinque bifore della navata meridionale con storie
cristologiche (1519-1524) (vedi).
L’opera, per alcuni versi appare legata alle creazioni contemporanee del
periodo cortonese e a quelle precedenti del periodo romano (1506-1515) (vedi
Roma, vetrate di S. Maria del Popolo), per altri invece sembra preludere a
soluzioni compositive e scelte tecniche poi consuete nelle vetrate del periodo
aretino (1519-1529).
Ricorda le opere romane e cortonesi l’impostazione spaziale dell’immagine,
ancora relativamente semplice, costituita da un diaframma architettonico al di
là del quale appare uno scorcio paesaggistico reso con larghe campiture di
varie gradazioni di verde, ravvivate dagli inserti più scuri degli alberi, in
una visione che potrebbe al contempo essere definita "aerea" e
"tonale". L’elemento paesaggistico tenderà col tempo a sparire,
sostituito completamente dal prevalere di complessi sfondi prospettici con
elementi architettonici "all’antica".
E sempre alle vetrate romane e cortonesi rimanda la tipologia dei personaggi,
dall’impostazione ampia, monumentale, basata su una perfetta ponderazione
delle pose e sulla rispondenza nell’atteggiamento, cui fa eco una pacata
espressione dei volti: le due figure principali –identificate dalle iscrizioni
sui cartigli recati da due Angeli- sembrano ancora essere alquanto lontane da
quella rielaborazione di spunti michelangioleschi (nelle pose dinamiche, nelle
anatomie, negli scorci) che inizierà a farsi sempre più evidente a partire
dall’occhio con la Pentecoste (vedi finestra W) per poi divenire una delle
caratteristiche costanti di tutte le opere successive.
Viceversa, alcuni elementi sembrano già preannunciare modi che diverranno in
seguito caratterizzanti: nell’architettura possiamo già riscontrare infatti
quel gusto per l’ambientazione classicheggiante, poi più compiutamente
sviluppato, che riesce a fondere realtà archeologica e invenzione creativa dell’artista;
ad esempio nella parte che fa da cornice alla S. Lucia, compare un fregio con
patere e bucrani che poi verrà ripreso e rielaborato, nella serie delle cinque
bifore, nella vetrata con la Vocazione di S. Matteo (1520-vedi finestra s VIII)
e in quella con la Cacciata dei Mercanti dal Tempio (1524-vedi finestra s VI);
ed anche la connotazione vistosamente coloristica degli elementi architettonici
antichizzanti troverà poi il suo corrispettivo e nell’ appena citata vetrata
con la Vocazione di S. Matteo e in quella con la Resurrezione di Lazzaro
(1520-vedi finestra s IV).
Per le figure poi, sarà possibile ritrovare la calma monumentalità espressa
dai due Santi nelle immagini del Cristo delle bifore, più volte raffigurato in
solenne compostezza per voluto contrasto rispetto all’animazione degli altri
personaggi, maggiormente accostabili a modelli michelangioleschi.
Parimenti, anche scelte compositive e sigle tecniche accomunano questa opera a
quelle successive, ad esempio nella scelta coloristica, basata su una gamma che
vede prevalere i rossi, i viola e i blu in contrapposizione ai verdi e ai
gialli, secondo accostamenti desueti per l’Italia e che rimandano all’educazione
di stampo franco-fiammingo dell’autore; oppure nell’impiego –non molto
comune nel nostro Paese- di vetri placcati ed incisi per simulare stoffe
damascate ed operate, impiego che troverà il suo uso più estensivo proprio
nelle cinque bifore aretine e che verrà giustamente esaltato con parole
elogiative nelle descrizioni del Vasari.
Da notare infine, oltre alla presenza della figura della Carità, rappresentata
canonicamente come una donna con i figli da nutrire, l’inserto del basamento
con lo stemma della famiglia Albergotti, titolare del patronato della Cappella
di S. Silvestro, sorretto da due putti, condotti in monocromo con la grisaille
e il giallo d’argento con un raffinatezza tale da richiamare subito alla mente
la resa prodigiosa ottenuta dal Marcillat da questi due "strumenti" in
alcuni brani delle cinque bifore, come ad esempio nelle storie in monocromo al
giallo d’argento sul basamento della Vocazione di Matteo, oppure negli inserti
in finto rilievo nell’architettura di sfondo del Cristo e l’Adultera (vedi
finestra s V) o nell’effetto di trasparenza delle aureole sempre nella
Vocazione di S. Matteo o nella vetrata col Battesimo di Cristo (vedi finestra s
VII).
Dunque, questa opera segna proprio l’inizio per il Marcillat di un percorso
più evoluto e complesso, frutto di molteplici componenti, che lo porterà verso
quei traguardi rappresentati dalle realizzazioni delle cinque bifore aretine,
che sono unanimemente considerati come il vertice della maturità dell’Artista.
STATO DI FATTO: La vetrata, gravemente danneggiata nella
sua parte inferiore da alcuni ladri che si erano così procurati una via d’accesso,
venne restaurata da Francesco Moretti nel 1907: presso lo Studio Caselli Moretti
di Perugia sono ancora conservati i rilievi grafici dell’intervento, con la
mappa delle integrazioni, prassi questa divenuta consueta per il Moretti,
accanto alla siglatura delle tessere sostituite con una M.
Diversamente rispetto ad altre della Cattedrale aretina (vedi finestre s IV, s V
e finestra W occhio della facciata), la vetrata non ha subito in tempi
recentissimi interventi conservativi; tracce però di una continua
"manutenzione" sono svelate dagli svariati piombi di frattura che si
inseriscono nella trama degli antelli, interferendo. Lo stato di conservazione
generale dell’opera appare nel complesso abbastanza soddisfacente, tuttavia la
tenuta della grisaille appare in alcuni limitati brani indebolita. L’indagine
non ravvicinata della vetrata in situ non permette di specificare ulteriormente
i danneggiamenti: si rimanda pertanto ad un prossimo intervento conservativo,
più che mai auspicabile poiché –come è emerso dal restauro delle tre
vetrate già indagate- le superfici esterne appaiono aggredite da patine di
depositi polverosi, substrato per l’innesto di batteri e funghi, coagenti
accanto all’umidità nel processo in atto di degrado del vetro fino alla
polverizzazione: è pertanto necessario sottolineare la necessità di tale
provvedimento, volto alla salvaguardia globale dell’opera, da preservare non
soltanto nei suoi valori pittorici, ma anche da isolare dall’umidità esterna
e dagli altri fattori di degrado con un indispensabile sistema di protezione e
climatizzazione.
BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo –Marcillat.
REF. FOTOGRAFICHE: Archivio A.P.T. Arezzo (Foto Ugo Baldesi)
ESTENSORE: Marina Del Nunzio (aprile 2000).