TOSCANA - Arezzo
SCHEDA :Chiesa della SS. Annunziata 11
TITOLO : Stemma dei Centeni

UBICAZIONE: Arezzo, chiesa della SS. Annunziata (già S. Maria delle Lacrime). Finestra s V sup. (monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI:

CRONOLOGIA: fine XVI – inizi XVII secolo.

AUTORE:

COMMITTENZA: famiglia Centeni di Arezzo.

SOGGETTO: vetrata a losanghe bianche con stemma araldico dei Centeni, raffigurante tre monti a sei cime su fondo azzurro.

NOTE CRITICHE: La vetrata appartiene ad un piccolo nucleo di opere a carattere araldico o con riferimento al tema ben evidenziato ancora esistente nella chiesa della SS. Annunziata, e comprendente inoltre l’analoga vetrata a rulli con arme Pecori (vedi Arezzo, SS. Annunziata 10) e la vetrata Spadari (vedi Arezzo, SS. Annunziata 9) con monogramma di Cristo nella parte superiore e stemma araldico della famiglia in quella inferiore.

A queste opere vanno aggiunte, per ricostruire l’originario corpus, quelle disperse ma note dalle fonti: la vetrata con arme di Guaspari Spadari nella Cappella del Crocifisso ricordata dai documenti in data 11/7/1518, e quella col blasone di Giorgio di Paolo Palliani, forse nella tribuna destra, la cui esecuzione fu autorizzata dalla Compagnia della SS. Annunziata il 23/1/1582.

La ricerca araldica e l’individuazione della famiglia committente sono state condotte da G. Virde nel suo studio (1990) sulle vetrate della SS. Annunziata, unico testo che si occupi di quest’opera e delle altre citate di analogo tenore. La studiosa ha ricostruito, attraverso l’analisi dei documenti d’archivio, i rapporti dei Centeni con la Compagnia della SS. Annunziata, risultanti emergenti a partire dalla fine del XVI secolo: l’attenzione si è focalizzata soprattutto su Guaspare di Donato Centeni, Priore della Compagnia nel 1608 e nel 1611.

E proprio al periodo tra la fine del XVI secolo ed i primi decenni del successivo la Virde attribuisce l’esecuzione della vetrata, anche in considerazione della forma dello stemma a scudo, indicante il superamento della metà del XVI secolo, dell’esecuzione sciatta a poco accurata nei dettagli e dell’impoverimento intrinseco dei materiali impiegati, tutti elementi che hanno indotto a collocare l’opera in un momento piuttosto attardato e in quella fase di declino incipiente ma rapido del genere "vetrata" verificatosi a a partire dalla seconda metà del secolo e poi definitivamente confermatosi durante quello successivo.

La difficoltà nel cercare di circoscrivere ulteriormente è insita nella natura stessa di tale tipologia di vetrata a fondo chiaro, molto diffusa in Italia, con parti figurative ridotte e non sempre a carattere esclusivamente araldico, come nel caso della già citata vetrata Spadari con monogramma di Cristo e pannello con stemma sorretto da putti alla base.

In effetti il secolo d’oro in Italia di questa tipologia, spesso fusa in forme ibride con elementi figurativi, narrativi o motivi a grottesche, è il ‘500 e il grande rilancio del genere e la sua diffusione vengono spesso ricollegati al nome di Guillaume de Marcillat, sommo artista del vetro operante a Roma (1508-1515), a Cortona (1515-15119) ed Arezzo (1519-1529), e che ha lasciato in ciascuna di queste città degli esempi di vetrate araldiche pure o "miste" di esempio per i maestri vetrai italiani.

Come noto dalle fonti e dalle informazioni contenute nei libri di bottega del Marcillat, afferenti al periodo 1515-1529, l’Artista compose tra il Novembre 1515 ed il Marzo 1516 quarantaquattro vetrate per il palazzo cortonese del cardinale Silvio Passerini, suo mecenate: di queste alcune erano prive di decorazione, altre a tema araldico, altre ancora a soggetto allegorico; di tutto il complesso, oggi non più esistente, pare sopravvivessero anteriormente al 1850 soltanto alcuni brani raffiguranti le personificazioni della Prudenza, della Temperanza, della Forza e della Giustizia (Marchese).

Per il periodo immediatamente successivo, i libri mastri del Marcillat ricordano, assieme alle altre commesse, anche altre due opere a carattere araldico: in data 31/12/1516 vengono infatti registrate le due vetrate con stemmi dei Venuti e dei Ridolfini destinate alla Sagrestia della chiesa del Calcinaio a Cortona; la famiglia Ridolfini risulta essere committente per il Marcillat anche dell’occhio di facciata e della vetrata con S. Paolo sempre per la medesima chiesa (vedi Cortona(Arezzo), S. Maria del Calcinaio 1 e 2).

A tali vetrate va aggiunto anche l’occhio con stemma del pontefice Leone X eseguito dal Marcillat per il Duomo di Cortona e ricordato dai libri mastri in data 1/12/1517.

E proprio al nome di Leone X rimanda il complesso di vetrate araldiche più noto eseguito dal Marcillat; realizzate tra il 15/7/1519 ed il 25/2/1520 – durante i frequenti soggiorni nella Capitale che si inframmezzavano alla permanenza ad Arezzo – tali opere erano destinate al Guardaroba e alla Libreria segreta dei Palazzi Vaticani e vengono ricordate dalle fonti come distrutte dopo pochi anni, in concomitanza con il Sacco di Roma del 1527.

Infine, per Arezzo, sono da ricordare le tre vetrate con insegne gentilizie eseguite per la dimora di Salvatore Gamurrini e saldate al Maestro l’8/7/1525.

Oltre alle vetrate araldiche in senso stretto, si può notare come il Marcillat abbia creato anche vetrate figurate in cui largo spazio è stato però riservato all’inserto gentilizio come nel caso della monofora con S. Silvestro e S. Lucia per il Duomo di Arezzo del !1516 (vedi Arezzo, Cattedrale 1), laddove tutta la parte inferiore dell’opera è campita dallo stemma Albergotti sorretto da putti, oppure abbia creato una "contaminazione" tra lo schema a fondo neutro proprio della vetrata araldica e quello della vetrata iconica, così come si può riscontrare proprio nella chiesa della SS. Annunziata nelle due vetrate con S. Antonio abate (1521) e S. Maria Maddalena (1525) (vedi Arezzo, SS. Annunziata 4 e 5), ove notevole spazio è comunque riservato all’esaltazione del blasone della famiglia committente.

E sempre a tale tipologia mista e forse inoltre da riferire la vetrata con S. Paolo del Calcinaio del 1517 (vedi Cortona (Arezzo), S. Maria del Calcinaio 2), in origine anch’essa dotata del riferimento araldico al donatore.

E proprio la chiesa aretina della SS. Annunziata pareva configurarsi come centro di accoglimento di tale voga della vetrata araldica pura o nelle sue forma rielaborate: al precoce e citato esempio – oggi perduto – della vetrata con l’arme di Guaspari Spadari del 1518 nella Cappella del Crocifisso, va aggiunto quello dell’altra finestra Spadari, del 1520, con monogramma raggiato del Cristo e stemma sorretto da putti (vedi Arezzo, SS. Annunziata 9):una vetrata dunque a schema misto che pare accogliere il suggerimento introdotto dal Marcillat nella citata monofora con S. Silvestro e S. Lucia e stemma Albergotti (1516), e la cui esecuzione e stata riferita – in base ad altre opere consimili di ambito fiorentino – all’attività dei frati Gesuati (Virde ), presenti ad Arezzo dal 1504.

La fortuna del tipo sarebbe poi proseguita alla SS. Annunziata lungo tutto il secolo attraverso il ricordo della vetrata con l’arme di Giorgio di Paolo Palliani autorizzata dalla Compagnia il 23/1/1582 e l’esempio della vetrata Pecori, datata tra la fine del XVI secolo e gli inizi del successivo (vedi Arezzo, SS. Annunziata 10), fino a giungere alla fase finale, già intaccata dalla decadenza, della presente vetrata Centeni.

STATO DI FATTO: Per la storia degli interventi di restauro subiti dalle vetrate della chiesa si ha notizia nel 1593 di un’opera generale di riassetto di tutte le finestre della SS. Annunziata per mano di Leonardo Bruschi, con rintelaiatura e ripiombatura delle vetrate. Nuovi interventi vennero messi in opera nell’ ‘800, ma è difficile poterne stabilire natura ed estensione a causa della genericità delle fonti documentarie.

L’ultimo intervento risale al 1958-59 e fu effettuato dalla ditta Tolleri di Firenze, ma non ne esiste la documentazione, se non alcune fotografie, in quanto, a causa del fallimento della ditta, non vennero eseguiti tutti i dovuti rilievi. Tuttavia, poiché nel caso di questa vetrata e di quella analoga della famiglia Pecori non esiste alcuna documentazione fotografica presso l’Archivio Fotografico della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Firenze, il fatto potrebbe indicare una esclusione delle due opere dal piano di restauro eseguito (Virde); l’ipotesi sembra poi confermata anche dalla totale assenza di misurazioni delle due vetrate.

E sempre in tal senso parrebbe andare anche l’eloquente stato di pessima conservazione dell’opera, deturpata e resa quasi illeggibile nel blasone dalla caduta e dal deterioramento delle grisaglie.

Accanto a tali rilievi bisogna inoltre considerare che, come dimostrato dai restauri eseguiti negli ultimi anni su diverse vetrate italiane ,si è notato come le superfici esterne dei vetri mostrino spesso un processo in atto di corrosione dovuto ad un’azione combinata dei depositi di sporco e dell’umidità: sarebbe pertanto auspicabile che anche questa vetrata fosse sottoposta ad accurate indagini e cure volte all’arresto del degrado, attraverso il risanamento delle superfici e la protezione delle stesse con una controvetrata atta a creare un sistema di areazione isotermico per la vetrata, unite poi ad un intervento di restituzione dell’immagine.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo - Stemmi .

REF. FOTOGRAFICHE:

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (gennaio 2001).