TOSCANA - Arezzo
SCHEDA :Chiesa della SS. Annunziata 10
TITOLO : Stemma dei Pecori.

UBICAZIONE: Arezzo, chiesa della SS. Annunziata (già S. Maria delle Lacrime). Finestra s VI sup. (monofora).

PROVENIENZA: collocazione originaria.

DIMENSIONI:

CRONOLOGIA: ultimo quarto del XVI secolo – inizi XVII secolo.

AUTORE:

COMMITTENZA: famiglia Pecori di Arezzo.

SOGGETTO: vetrata a "rulli" bianchi con stemma araldico dei Pecori, raffigurante una pecora (?) su fondo rosso e verde.

NOTE CRITICHE: Lo stato di pessima conservazione della vetrata ha reso più difficoltosa la ricerca araldica, il riconoscimento dell’animale raffigurato e la relativa identificazione della famiglia di appartenenza, ottenuta anche in base ai colori rosso e verde del blasone: tale riconoscimento è stato effettuato da G. Virde nel suo studio (1990) sulle vetrate della SS. Annunziata, unico testo che si occupi di quest’opera e dell’analoga appartenente alla famiglia Centeni (vedi Arezzo, SS. Annunziata 11).

La studiosa ha ricostruito attraverso i documenti i rapporti dei membri della famiglia Pecori con la Compagnia della SS. Annunziata, a partire dalla metà del ‘500 e per tutto il secolo successivo.

Di grande spicco appaiono le figure di Vincenzo di Antonio Pecori, Camarlingo nel 1573 e Vicario della Compagnia nel 1574, e quelle dei suoi figli Annibale, Priore nel 1625, Francesco, Rocco, Antonio, e del nipote Giuseppe, Priore della Compagnia nel 1657.

Dunque l’apice della potenza della famiglia pare collocarsi a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, e proprio a questo lasso di tempo la studiosa riferisce la realizzazione della nostra vetrata.

In realtà la difficoltà nell’ulteriore specificazione stilistica e cronologica nasce dalla natura stessa della vetrata a rulli, tipologia molto comune e con parti figurative assai ridotte, a volte anche a carattere non esclusivamente araldico, come nel caso della parte superiore della vetrata Spadari con monogramma di Cristo (1520) (vedi Arezzo, SS. Annunziata 9).

In genere, il grande rilancio italiano della vetrata araldica e la sua diffusione in forme anche complesse nell’Italia Centrale, vengono ricollegati al nome di Guillaume de Marcillat, attivo a Roma (1508-1515), a Cortona (1515-1519) e ad Arezzo (1519-1529), cui non a caso la presente vetrata è stata attribuita (Falciai, Coradini, Tafi).

Come riportato dalle fonti e come contenuto nei libri mastri di bottega tenuti dal Marcillat a partire dal periodo cortonese, il Maestro eseguì tra il Novembre 1515 ed il Marzo 1516 circa 44 vetrate per la dimora del cardinale Silvio Passerini, suo protettore, alcune delle quali a soggetto araldico, altre prive di decorazione, ed altre ancora con raffigurazioni allegoriche: di tale complesso, oggi non più esistente, pare sopravvivessero prima del 1850 soltanto alcun frammenti con le figure della Forza, della Temperanza, della Prudenza e della Giustizia (Marchese).

Immediatamente dopo, i libri contabili del Marcillat ricordano in data 31/12/1516 altre due opere a carattere araldico, le vetrate con stemma delle famiglie Venuti e Ridolfini per la Sagrestia della chiesa di S. Maria delle Grazie al Calcinaio a Cortona: per l’interno dell’edificio sacro la famiglia Ridolfini commissionò al Marcillat anche l’occhio di facciata con la Vergine della Misericordia (1516) e la vetrata con S. Paolo (1517) (vedi Cortona (Arezzo), S. Maria del Calcinaio 1 e 2).

Sempre per la tipologia araldica deve poi essere ricordato anche l’oculo con stemma di Leone X eseguito dal Marcillat per il Duomo di Cortona, ricordato dai libri contabili del Maestro in data 1/12/1517.

E proprio al nome del pontefice Leone X è legato il nucleo di vetrate araldiche più noto tra quelle create dal Marcillat: eseguite tra il 19/7/1519 ed il 25/2/1520 durante i frequenti soggiorni romani che si intervallavano alla permanenza ad Arezzo, anche tali opere – destinate al Guardaroba e alla Libreria segreta dei Palazzi Vaticani – non sussistono più, distrutte durante il Sacco di Roma del 1527.

Infine, sempre per il periodo aretino, sono da ricordare le tre vetrate con arme gentilizia eseguite per la dimora di Salvatore Gamurrini, saldate al Marcillat in data 8/7/1525.

Si può inoltre notare come nell’opera del Marcillat il riferimento araldico assuma spesso un grande rilievo, anche all’interno di vetrate figurate, come ad esempio nel caso della vetrata con S. Silvestro e S. Lucia nel Duomo di Arezzo del 1516 (vedi Arezzo, Cattedrale 1), laddove tutta la parte inferiore dell’opera è occupata dallo stemma Albergotti sorretto da putti.

Altrove poi, il Marcillat sembra operare una "contaminazione" tra lo schema a fondo neutro proprio della vetrata araldica e le esigenze della vetrata figurata, come è possibile vedere nelle due luci con S. Antonio abate (15219 e S. Maria Maddalena (1525) della SS. Annunziata di Arezzo (vedi Arezzo, SS. Annunziata 4 e 5), ove notevole spazio è dedicato alla parte "celebrativa" dei committenti, e fors’anche era possibile vedere nel S. Paolo del Calcinaio del 1517 (vedi Cortona (Arezzo), S. Maria del Calcinaio 2), in origine probabilmente corredato dal riferimento alla famiglia o al personaggio donatore dell’opera.

E tale voga araldica pare aver immediatamente attecchito nelle zone di influenza del Marcillat, tanto che le fonti ricordano una vetrata sempre nella chiesa della SS. Annunziata con le armi di Guaspare Spadari in data 11/7/1518, all’atto della concessione del patronato della Cappella del Crocifisso (Virde), alla quale poi si aggiunse il S. Girolamo del Marcillat del 1520 (vedi Arezzo, SS. Annunziata 1).

Una testimonianza del diffondersi di questo filone, e del suo contaminarsi con altre tipologie iconiche o narrative, può essere considerata, sempre nell’ambito della chiesa della SS. Annunziata, la vetrata con monogramma raggiato di Cristo e stemma Spadari sorretto da putti del 1520 (vedi Arezzo, SS. Annunziata 9): ritenuta opera di maestranze locali ed accostata a realizzazioni analoghe (come le vetrate Jacopi e Riccialbani in S. Maria de’Pazzi a Firenze) eseguite dalla bottega dei frati Gesuati (Virde) - molto attivi anche ad Arezzo - la vetrata mostra un’impostazione della parte araldica che possiamo far risalire come schema all’ esempio introdotto dal Marcillat nella citata vetrata con S. Silvestro e S. Lucia del Duomo e poi ripreso nel S. Antonio abate nella stessa SS. Annunziata.

L’impiego di schemi ormai canonizzati pare proseguire per tutto il secolo ed addirittura travalicarlo, come dimostrerebbero – stando sempre al caso della SS. Annunziata – non solo la presente vetrata Pecori, ma anche quei documenti che ricordano l’esistenza, forse nella tribuna destra, di una vetrata con le armi di Giorgio di Paolo Palliani, la cui esecuzione fu autorizzata dalla Compagnia in data 23/1/1582, ed infine l’altro esempio sopravvissuto insieme a quello Pecori, cioè la vetrata consimile, con fondo bianco a losanghe, dei Centeni (vedi Arezzo, SS. Annunziata 11), stimata come appartenente ad un lasso di tempo tra la fine del XVI secolo ed i primi decenni del successivo (Virde).

STATO DI FATTO: Per la storia degli interventi di restauro subiti dalle vetrate della chiesa si ha notizia nel 1593 di un’opera generale di riassetto di tutte le finestre della SS. Annunziata per mano di Leonardo Bruschi, con rintelaiatura e ripiombatura delle vetrate.

Nuovi interventi vennero messi in opera nell’ ‘800, ma è difficile poterne stabilire natura ed estensione a causa della genericità delle fonti documentarie.

L’ultimo intervento risale al 1958-59 e fu effettuato dalla ditta Tolleri di Firenze, ma non ne esiste la documentazione, se non alcune fotografie, in quanto, a causa del fallimento della ditta, non vennero eseguiti tutti i dovuti rilievi.

Tuttavia, poiché nel caso di questa vetrata e di quella analoga della famiglia Centeni non esiste alcuna documentazione fotografica presso l’Archivio Fotografico della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Firenze, il fatto potrebbe indicare una esclusione delle due opere dal piano di restauro eseguito (Virde); l’ipotesi sembra poi confermata anche dalla totale assenza di misurazioni delle due vetrate.

E sempre in tal senso parrebbe andare anche l’eloquente stato di pessima conservazione dell’opera, deturpata e resa quasi illeggibile nel blasone dalla caduta e dal deterioramento delle grisaglie.

Accanto a tali rilievi bisogna inoltre considerare che, come dimostrato dai restauri eseguiti negli ultimi anni su diverse vetrate italiane ,si è notato come le superfici esterne dei vetri mostrino spesso un processo in atto di corrosione dovuto ad un’azione combinata dei depositi di sporco e dell’umidità: sarebbe pertanto auspicabile che anche questa vetrata fosse sottoposta ad accurate indagini e cure volte all’arresto del degrado, attraverso il risanamento delle superfici e la protezione delle stesse con una controvetrata atta a creare un sistema di areazione isotermico per la vetrata, unite poi ad un intervento di restituzione dell’immagine.

BIBLIOGRAFIA: vedi Bibl. Arezzo - Stemmi .

REF. FOTOGRAFICHE:

ESTENSORE: Marina Del Nunzio (gennaio 2001).