LOMBARDIA Pavia 
SCHEDA : Certosa Chiesa  1
TITOLO : Assunzione della Vergine

UBICAZIONE: Pavia Certosa, finestrone absidale, fin. I

DIMENSIONI; monofora composta da 4 pannelli rettangolari ed uno arcuato - cm. 480 x 165

PROVENIENZA: collocazione originale

CRONOLOGIA: 1475 post

COMMITTENZA: Capitolo dei Monaci

AUTORE: Antonio da Pandino (documentato)

SOGGETTO: dedicata alla Assunzione della Vergine, episodio centrale e punto focale del programma iconografico dedicato al trionfo sul demonio e sulla morte ad opera della Vergine e rappresentativo del valore cristologico del dogma mariano.

NOTE CRITICHE: "La finestra dietro l'altar contiene la Vergine Assunta col sepolcro di sotto e gli Apostoli con atti di ammirazione opera eseguita con mirabile effetto con vetri colorati e di incognito autore e sopra l'abside il Padre Eterno che scende dal Cielo portato dagli Angeli" .La lunga, accurata descrizione contenuta nel fascicolo "Indicazione delle pitture più stimabili..." (1845) mostra che, pur essendo avvertita l'alta qualità pittorica della vetrata, il nome del suo autore era caduto nell'oblio: l’a"La finestra dietro l’altare contiene la Vergine assunta col sepolcro di sotto e gli Apostoli con atti di ammirazione opera eseguita con mirabile effetto con vetri colorati e di incognito autore e sopra l’abside il Padre Eterno che scende dal cielo portato dagli Angioli". Il Beltrami (1895), riconoscendo evidentemente tale qualità, propone il nome dell'artista la cui attività quasi si identifica con la Certosa: il Bergognone. Attribuzione ripresa dal Marchini (1955), il quale non riconoscendo l'avanzato stato di degrado ed il relativo pesante intervento di restauro, attribuisce all'autore della vetrata opacità e durezze disegnative: "Al Bergognone in persona sembra si debba l'Assunzione della vetrata absidale e l'artista,per trasferire nel vetro il suo pesante chiaroscuro delle tavole,vi si induce a disegnare barbe e capelli e rughe con insistenza beghina,mentre fiammimghescamente precisa anche le più remote lontananze del paesaggio". La attribuzione proposta dal Marchini non è accolta dal Pesenti per il quale l'opera non rivela spiccati caratteri bergognoneschi ed è più proponibile il nome di Cristoforo de' Mottis. Si tratta comunque di brevi cenni che non superano la genericità attributiva.

La scarsa risonanza dipende dal fatto che la lettura è resa problematica dall'esteso ripasso del Bertini che spesso mortifica la qualità stilistica dell'opera dando l'impressione di cadute stilistiche; in realtà lo stile della vetrata è omogeneo e coerente. Esso è definibile attraverso una concatenazione di rimandi che permettono l'attribuzione della vetrata ad Antonio da Pandino la cui attività alla Certosa è documentata.

La modellazione martellata e franta s'apparenta a quella che costituisce la nota precipua delle sculture dei Mantegazza attivi alla Certosa. Se il linguaggio della vetrata è meno pungente di quello delle sculture, ciò è dovuto agli 'ammorbidimenti' disegnativi apportati dal Bertini, che, nonostante la perizia interpretativa dello stile protorinascimentale accumulata nel decennale lavoro di restauro delle vetrate del duomo milanese, talora non è esente da predilezioni per i dolci accenti frutto del suo alunnato romantico. Al Mantegazza ed all'Amadeo va ricondotto il gioco di pieghe affilate delle vesti stazzonate dei due angeli che sorreggono la Vergine librata in aria: entro il groviglio di pieghe cincischiate è compressa la gamba arretrata in un passo falcato; una 'cifra' ricorrente nello stile dei tre scultori lombardi e nel linguaggio di Antonio da Pandino; basti la citazione degli Angeli nella Fuga in Egitto della vetrata del Nuovo Testamento del duomo milanese (v Milano Duomo 4). Assonanze tipologiche si riscontrano in maniera avvertibile fra gli angioli delle due vetrate, o i cherubini dell'una ed il Gesù bambinello nel Presepio dell'altra. Più difficoltose quelle individuabili tra il volto della Assunta e quello della Vergine annunciata nel relativo antello milanese, per l'improvvido intervento bertiniano che ha trasformato la severa espressione della Vergine pavese nel civettuolo ed ammiccante sorriso degno di una Iolanda nella giacosana Partita a scacchi. Ma la lettura a luce radente restituisce al volto, tipicamente lombardo nella larga e piena rotondità delle guance, la sua assorta pensosità.

I rimandi stilistici permettono di ancorare la vetrata dell'Assunta al maestro vetraio autore dei pannelli della Vita di Gesù nella vetrata del Nuovo Testamento, per cui è stato proposto (Brivio – Pirina) il nome di Antonio da Pandino. L'attività di Antonio alla Certosa è attestata in sede documentaria. Appena conclusa la vicenda edilizia solariana tra il luglio 1475 ed il febbraio 1476 Antonio da Pandino ed Antonio Raimondi, suo aiuto e collaboratore anche alla chiesa di S. Satiro ritirano dai magazzinieri del duomo di Milano, a nome e per conto della Certosa di Pavia, 562 libbre di vetro. cui va aggiunta una partita di 70 libbre acquistata da Niccolò da Varallo il 3 giugno 1477, un mese dopo l'aver fondato una società con Antonio da Pandino con lo scopo precisato nel contratto, di eseguire insieme "omnes invidriatas......". Una partita di 632 libbre di vetro antico permette approssimativamente l'esecuzione di 7 vetrate di media grandezza. Cristoforo de' Mottis, a sua volta, nello stesso giro di anni ritira dalla Fabbrica del Duomo di Milano a nome e per conto dei frati della Certosa 304 libbre di vetro. E' evidente l'intenzione dei monaci della Certosa di giungere in tempi brevi alla completa chiusura delle finestre degli edifici del complesso monastico con vetrate e 'redondini' [tondelli], come traspare dalla convenzione fatta nel 1476 con il maestro vetraio Cristoforo de' Argentis: benché " de presenti dictum monasterum non habet pecunias ex quibus satisfacere eidem magistro Christoforo per omnibus dictis vitris", il monastero compera a rate ben dieci casse di vetri di diversi colori, versando un anticipo di 20 fiorini. E calcolando il peso di vetro contenuto in ogni cassa pari a circa 1218 libbre, l'acquisto di 12180 libbre di vetro a diversi colori risulta non indifferente. Dunque i tre maestri sono impegnati in termini concorrenziali ad eseguire nel giro di pochi anni l'intera invetriatura. Ma l'attività di Niccolò da Varallo non appare nelle poche vetrate ancora esistenti alla Certosa. Ed è probabile che i due soci abbiano suddiviso il lavoro comune dedicandosi Niccolò prevalentemente al cantiere del duomo milanese ove nel periodo 1470-85 è impegnato sia nel restauro di varie imprecisate vetrate che nella esecuzione di quelle di S. Caterina, di S.Giovanni Damasceno, di S.Eligio e della sacrestia degli Ordinari. Il socio Antonio compare nei documenti del duomo milanese nel 1475 per il pagamento di un solo antino di prova; ed affidandosi alla documentazione d'archivio non lavorerebbe alle vetrate della cattedrale; ma i pagamenti a Niccolò corrispondono ad un numero di pannelli esorbitante quello delle vetrate a lui commissionate; e l'autore del ciclo della Vita di Gesù è personalità artistica autonoma dallo stile sia di Niccolò da Varallo sia di Cristoforo de' Mottis, i due maestri vetrai rappresentativi del protorinascimento lombardo nell'arte vetraria.

Lo stile del "Maestro della Vita di Gesù" è riconoscibile anche in una altra suggestiva vetrata della Certosa, la Vergine Annunziata (v. Pavia Certosa Chiesa 13).

STATO DI FATTO: Processi di carbonatazione e di affioramento del manganese sono evidenti su numerose tessere; in particolare i vetri bianchi presentano la superficie fittamente butterata, ed i vetri rossi plaquès un notevole assottigliamento. Molte le fratture.

Nella relazione del Genio Civile datata 15 luglio 1885 circa il progetto di restauro proposto da Pompeo Bertini, viene configurato un piano generale di restauro di tutte le vetrate della Certosa; un restauro che avrebbe dovuto esser limitato al consolidamento delle strutture portanti (telai, trama dei piombi, regoli di ferro). Ma l’esame ravvicinato dei pannelli mostra chiaramente ridipinture, ritocchi e completamenti della grisaglia sfiorita eseguiti sia sul recto che sul verso; la qualità stilistica di tali interventi mostra stringenti analogie con quelli operati dal Bertini nello stesso giro di anni alle vetrate di S.Giovanni Damasceno e di S.Eligio nel duomo di Milano. (v. Milano Duomo 5, e 6)). La bordura è ricomposta con numerosi stop-gaps alcuni provenienti dalla vetrata della Vergine Annunciata (v. Pavia Certosa Chiesa 13).

Il recente restauro operato dalla Sovrintendenza, è consistito in una leggera pulitura, nella eliminazione di alcuni piombi di sutura fortemente deturpanti, nell'incollaggio delle tessere

BIBLIOGRAFIA: v. Bibl Certosa di Pavia

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio Certosa di Pavia

ESTENSORE: Caterina Pirina gennaio 2002