LOMBARDIA Pavia 
SCHEDA : Certosa Chiesa 13
TITOLO : Vergine Annunciata

UBICAZIONE: Pavia Certosa Chiesa, capp. Dell’Annunciata, fin. sIX

DIMENSIONI: monofora composta da due pannelli rettangolari ed uno arcuato - cm 337 x 140 c.

PROVENIENZA: Le misure della vetrata corrispondono alla luce della finestra arcuata;ma la collocazione non è quella originaria. Nel manoscritto "Indicazione delle pitture...."è annotato,a proposito del Cortile detto della Fontana [il Chiostro piccolo]:"Nel vicino refettorio dei laici osservasi un lavoro nella finestra della Vergine in piedi,opera bellissima e sotto di essa nella base lo stemma de' Visconti" .Che alle finestre del refettorio sin dall’inizio fossero state apposte vetrate è ben precisato nel manoscritto"Extimatio Hedifficiorum" che rendiconta lo stato di fatto al 1451 dell’edificazione del complesso monastico ; a proposito del refettorio è annotato scrupolosamente: Item lo Refetorio ghe e longo braza 38 et largo braza 12 de neto croxere 3 simille a le croxere de libraria fenestre cinque alte braza 5 et large braza 1 mezzo con le ferate et invedriate...".

Resta ancora da appurare quali lavori di ristrutturazione siano stati apportati alla finestratura allo scorcio del ‘400, quando verosimilmente le due vetrate che componevano l’Annunciazione eseguite dal da Pandino sono state collocate in situ. Sarà necessario ancorché giovevole il rilievo delle tracce in rottura delle finestre

SOGGETTO: La Vergine Annunciata entro un edicola costituisce la parte destra di un dittico il cui pannello sinistro è andato distrutto.

CRONOLOGIA: 1475 post

COMMITTENZA: Capitolo dei Monaci

AUTORE: Antonio da Pandino (documentato)

NOTE CRITICHE: L'attività di Antonio alla Certosa è attestata in sede documentaria: appena conclusa la vicenda edilizia solariana, tra il luglio 1475 ed il febbraio 1476, Antonio da Pandino ed Antonio Raimondi, suo aiuto e collaboratore anche alla chiesa di S. Satiro ritirano dai magazzinieri del duomo di Milano, a nome e per conto della Certosa di Pavia, 562 libbre di vetro. cui va aggiunta una partita di 70 libbre acquistata da Niccolò da Varallo il 3 giugno 1477, un mese dopo l'aver fondato una società con Antonio da Pandino con lo scopo precisato nel contratto, di eseguire insieme "omnes invidriatas......". Una partita di 632 libbre di vetro antico permette approssimativamente l'esecuzione di 7 vetrate di media grandezza.

Il nome di Antonio da Pandino è stato ripetutamente proposto, seppur in modo dubbioso, dalla critica a partire dal Monneret:"Forse allo stesso artista (Cristoforo de' Mottis), devesi attribuire la figura della Annunciata che si trova nella VIIa cappella a destra:il disegno delle architetture ce lo fa pensare, pur osservando che la figura della Vergine più che all'arte del De Mottis si avvicina a quella di Antonio da Pandino. Forse è l'opera di uno dei figli del De Mottis, Jacopo od Agostino, più probabilmente del primo se teniamo presente il confronto di alcuni medaglioni dipinti da lui sulle volte di una cappella della Certosa". Le aporie attributive del Monneret che lo studioso manifesta irrisolte anche nel testo La corte di Ludovico il Moro, sono dovute anzitutto al fatto che l'unica opera firmata "Antonius de Pandino me fecit " è la vetrata del S. Michele arcangelo (v Pavia Certosa Chiesa 12) situata nella capp. di S. Siro. La vetrata ha sempre creato nei critici perplessità per le apparenti "cadute stilistiche"; cadute rese spiegabili solo dalla lettura ravvicinata dell'opera che rivela lo stesso procedimento di restauro impiegato dal Bertini nella vetrata della Assunzione della Vergine (v. Pavia Certosa Chiesa 1): una laboriosa opera di sostituzioni, ripassi disegnativi, velature, inserzioni di stop-gaps, che senza negare lo stile dell'autore, inevitabilmente mortificano l'alta qualità dei pochi frammenti superstiti. Reso dunque difficile ogni confronto con l'opera tradizionalmente attribuita ad Antonio, è necessario il recupero al suo catalogo del ciclo Vita di Gesù, parte centrale della vetrata absidale del duomo di Milano. Giustamente il Pesenti, a proposito di questa vetrata, annotava: "Nell'Annunciata il presupposto foppesco come è stato notato è di palmare evidenza; un foppismo se possibile fatto come illimpidito con modi risentiti e insieme di vivace eleganza. Quest'opera andrà vista in rapporto al problema della presenza di Antonio da Pandino e del Foppa nella vetrata del Nuovo Testamento del Duomo di Milano". La trentina di antelli più volte da chi scrive assegnati al da Pandino costituisce un corpus di vetrate sufficiente per la definizione dell'alta qualità di questo maestro vetraio, una delle personalità più rappresentative dell'arte vetraria lombarda, sensibile anche al linguaggio foppesco. Acutamente il Monneret rilevava la somiglianza tra la struttura architettonica di questa vetrata e quella del S. Andrea nella cappella Pazzi a Firenze,eseguita verso il 1473,non molto prima della vetrata pavese ( v. Firenze S. Croce capp. Pazzi 1, 2). Ricercando dunque al di là delle diversità di impianto compositivo quelle analogie formali che legando una vetrata all'altra permettono di confermarle al catalogo di Antonio da Pandino, si possono anzitutto invocare le scelte di materiale vitreo più sopra individuate: l'uso di blu intensi e viola fondi e pacati per le vesti delle due Annunciate, lo stesso rabescare con damaschinature a fior di cardo, l'uso di una grisaille nera data con segno netto, senza a modellare i volti l’impiego di rosee velature con fior di pesco o di grisaille rossiccia, sì che le tessere vitree non perdono il loro freddo, gemmeo lucore. Vi si ritrova poi la stessa morbida ampiezza dei volumi, la stessa rotondità piena e salda dei volti dalle pesanti palpebre calate a celar lo sguardo assorto, ed incorniciate dalle lunghe bande ondulate di biondi capelli che sul profilo della spalla stagliano il blu del manto da quello,poco più chiaro del cielo. E in ambedue le vetrate ricorre un elemento particolare rivelatore di una identica interpretazione poetica del tema: la Vergine, il volto pensoso lievemente reclinato, lo sguardo assorto sulla traccia di dolci pensieri, stringe nella mano sinistra un libbricino,dimentica di un altro rimasto sulla balaustra aperto, quasi tralasciato a metà lettura.

STATO DI FATTO: In buone condizioni; poche le fratture, pesantemente rimpiombate. Caduta in più punti la grisaille, il cui segno è stato a tratti ripassato dal Bertini. Alcuni stop-gaps segnalano l’utilizzazione di frammenti provenienti dal perduto pannello dell’Angelo annunziante: parte del frammento di raggi luminosi, la colomba dello Spirito Santo faticosamente incastrata nell’arcata dell’edicola.

Le numerose barre traverse sono state con ogni probabilità aggiunte nei lavori del 1885-90, come lascia supporre anche il preventivo di kg.17,64 da porre in opera "per assicurare i vetri".

BIBLIOGRAFIA: V. Bibl. Certosa di Pavia

REF. FOTOGRAFICHE: Archivio CVMA Italia

ESTENSORE: Caterina Pirina gennaio 2002