EMILIA ROMAGNA - Bologna
SCHEDA : Chiesa di S. Giovanni in Monte 2
TITOLO : S. Giovanni in Patmos

UBICAZIONE: Bologna c. di S. Giovanni in Monte - facciata, finestra centrale

DIMENSIONI: Vetrata circolare diam. cm. 389 composta da 9 pannelli: uno centrale rettangolare e otto arcuati

PROVENIENZA:. Collocazione originaria

CRONOLOGIA : 1482 c.

AUTORE/I: Maestri vetrai Cabrini – esecuzione attestata dalla segnatura CAF [ Cabrini Fecerunt]- Francesco del Cossa (cartone preparatorio - attribuzione)

COMMITTENZA: Gabione Gozzadini, per lascito testamentario in data 31 ott.1481
Iscrizione nel cartiglio alla base del tondo con la seguente scritta:" HANNIBALDI GABIONIS HOC RELIGIONIS ET POSTERITATIS C A . In basso nel medaglione a destra è la sigla (CA)brini F(ecit); nel medaglione a sinistra G( ) P(olloni ) restaurò anno 1941

SOGGETTO/I: S. Giovanni nell’isola di Patmos ha la visione apocalittica dei sette candelabri

NOTE CRITICHE: L’attribuzione della vetrata al Cossa venne proposta dal Venturi nel saggio Les Arts à la cour de Ferrare. Francesco del Cossa; saggio in cui lo studioso, precorrendo quella imponente ricognizione biografica degli artisti che è la sua Storia dell’arte , avviò il recupero della fisionomia artistica del Cossa fino allora confusa con quella del Costa a causa dell’equivoco vasariano. La paternità al Cossa del S. Giovanni in Patmos venne confermata dal Morelli che con il suo fine senso di "conoscitore" vi riconobbe lo stile del pittore ferrarese: " qualunque amico dell’arte cui sia famigliare la scuola ferrarese non esiterà un momento a riconoscervi lo spirito severo e le forme larghe, così differenti da quelle di Lorenzo Costa, come pure il piegare caratteristico e fortemente mosso proprio del ferrarese Francesco del Cossa". Lo studioso per primo rilevò il monogramma CAF dipinto sul vetro a corona sotteso al cartiglio; monogramma che egli, evidentemente guidato dal suo convincimento attribuzionistico, decifrò come Cossa fecit .
Al Cossa vennero dunque assegnate non solo la vetrata circolare del S. Giovanni in Patmos , ma anche le altre due vetrate rettangolari poste nella stessa facciata di S. Giovanni in Monte (v. Bologna C. di S. Giovanni in Monte 1 e Bologna C. di S. Giovanni in Monte 3). Prese così consistenza il catalogo delle opere eseguite dall’artista dopo il suo abbandono della corte ferrarese.
Come noto infatti, il Cossa con piena consapevolezza delle proprie capacità artistiche scrisse il 25 marzo 1470 al duca Borso d’Este ( lettera rinvenuta da A. Venturi nell’Archivio pocho di nome fusse trattao et judicato et apparagonato al più tristo garzone de ferata: Et che lo mio avere studiato e continuamente studio non dovesse avere aa questa volta qualche più premio et maxime dala Ill.maV.ra Sig.ia cghe quelli che e abesenti da tale studio." E chiedeva quel riconoscimento economico dovutogli in considerazione degli affreschi in palazzo Schifanoia; ma, al netto rifiuto del duca, l’artista, lasciato l’ingrato protettore, riparò a Bologna ove già aveva soggiornato almeno una volta nel 1462 come padrino di un figlio di Bartolomeo Garganelli. L’allontanamento di Francesco del Cossa dalla corte ferrarese segnò un apporto nuovo nella Bologna dei Bentivoglio. E vennero rinsaldati in quegli anni i rapporti amicali con gli esponenti delle famiglie più in vista quali i Gozzadini ed i Garganelli. Rapporti che comprendevano anche la corte di Giovanni Bentivoglio II: il duca infatti nel 1472 affidò al Cossa l’impegnativo "restauro" della Madonna con il Bambino, un’immagine particolarmente venerata che l’artista completò aggiungendo due angeli reggicandelabro. Nello stesso periodo gli venne commissionata dal giudice Alberto de’ Cattanei e dal notaio Domenico degli Amorini un’altra opera prestigiosa: la Pala dei Mercanti, opera che l’artista concluse nel 1474. Oltreché queste due opere documentate, al catalogo del periodo bolognese del Cossa sono state ascritte alcune Madonne tra cui la vetrata Madonna con il Bambino del Museo Jacquemart André (v. Parigi museo Jacquemart André 1) e l’altra vetratina già nel Kunstgewerber Museum di Berlino ,ora perduta.
Ma la paternità del S. Giovanni in Patmos è strettamente correlata alla sua datazione. Poiché essa venne rimessa in discussione dalla ricerca documentaria dello Zucchini che pubblicò la disposizione testamentaria di Gabione Gozzadini redatta il 31 agosto 1481. In essa è fissato un lascito per l’esecuzione di " unum oculum vitreum seu fenestram vitream de vitro cocto et picto ad fenestram seu oculum existentem et qui est in pariete supra porta principalis introitus dicte ecclesie S. Johannis in monte ornatum et pulcrum in quo et in quasit depicta figura et imago S. Jhannis evangeliste et arma etiam ipsius testatoris videlicet familie deb gozadinis ad pedes ipsius sancti ……." Lo Zucchini riconoscendo nella sigla CAF la firma della bottega dei Cabrini, affermati maestri vetrai attivi in Bologna, impostò la distinzione critica tra le due fasi, ideativa ed esecutiva, del grande tondo, assegnando ai Cabrini la realizzazione della vetrata; ma, tenendo presente che il Cossa alla data del testamento risultava già morto essendo deceduto durante la peste che nel 1478 infierì in Bologna, attribuì il cartone ad Ercole de’ Roberti, che, aiuto del Cossa, allo scorcio degli anni 80 era ancora influenzato dai modi cosseschi. Il Supino, tralasciando l’indagine stilistica, propone l’attribuzione a Lorenzo Costa, e posticipa di vari anni l’esecuzione della vetrata invocando l’abitudine di Annibale Gozzadini, figlio di Gabione, a rendere esecutive le disposizioni paterne. L’attribuzione al Costa avanzata dal Supino e la datazione tarda avanzate dal Supino nel 1938 venti anni più tardi vengon riprese dal Volpe che sottolinea l’ampia scansione volumetrica del S. Giovanni in Patmos, " vasta come un pensiero architettonico, tra bramantesco e michelozziano".
Di diverso parere gli studiosi che perseguono l’indagine squisitamente stilistica: il Longhi (1934), ponendo in forse l’esattezza della data di morte del Cossa, e privilegiando invece l’opera d’arte come "documento parlante", recuperò il tondo al catalogo del Cossa, pur senza particolari indulgenze alla qualità della vetrata . L’attribuzione del Longhi venne accolta dall’Ortolani che riprendendo l’accostamento longhiano del tondo alla Madonna Kress, ravvisò in questa i presupposti di "una esperienza più schiettamente plastica, che nella vetrata di S. Giovanni in Monte è palmare".
Il recente restauro del grandioso rosone, liberando i pannelli dalla coltre di sudiciume ha riportato all’evidenza la sua alta qualità pittorica, ed ha permesso di confermare (Varegnana) la vicinanza stilistica tra la vetrate e la Pala dei Mercanti (1474) : molte e puntuali sono le assonanze tra le impositive figure dei due S. Giovanni: dallo spigoloso squadro dei volti, all’intensità delle loro espressioni gravi e corrucciate, al duro turgore delle vene affioranti nelle loro mani.
Se il ricondurre la vetrata verso il 1474 è giustificato sul piano stilistico, resta pur tuttavia irrisolta la vexata quaestio della discrepanza tra le annotazioni stilistiche e la datazione post 1482 emersa in sede documentaria.
Presentata alla mostra "Francesco del Cossa Le vetrate di S. Giovanni in Monte", Centro culturale S. Giorgio Cassa di Risparmio in Bologna, 1985.

STATO DI FATTO: La vetrata già ammalorata nel 1783, ha subito ripetuti restauri. Dopo un primo intervento nel 1824 di cui non esiste una dettagliata relazione, nel 1904 la vetrata venne restaurata in situ , senza smontaggio, da A. Rubbiani; dalla sua relazione risulta che venne riattata la piombatura alterata da pericolosi rigonfiamenti , e venne rattoppata la bordura con l’inserzione di vetri bianchi dipinti a freddo a sostituzione delle tessere perdute, e la ridipintura, sempre a freddo, di vetri originali ove era avvenuto il distacco della grisaille ( tra cui alcune tessere del manto rosso del santo e parte della pergamena).
Nel 1916, la vetrata venne smontata e riposta nei sotterranei della canonica per salvarla da eventuali danni bellici, e rimontata solo nel 1921.
Un radicale restauro è stato condotto nel 1941 ad opera di G. Polloni: venne sostituita la tessitura dei piombi sfioriti con nuovi profilati a sezione più larga di quella usuale (c. mm.8) atti a contenere le tessere vitree originali accoppiate con protettive tessere di doppiaggio trattate a getto di sabbia e ripassate uniformemente con velature giallo ocra.
L’ultimo restauro è stato condotto nel 1983 dallo Studio Fenice di Bologna. Preliminari al restauro le analisi difrattometriche e spettometriche di assorbimento atomico, nonché il rilievo fotografico dello stato di fatto di ogni antello. Fissaggio della parte dipinta con una soluzione leggera di Paraloid B72 con Silicone Dry Film 104 in clorotene. Di molte tessere dipinte, divenute pressoché illeggibili per l’assottigliamento della grisaille, la traccia disegnativa è stata recuperata con l’inserimento dentro il cuore dei piombi, dalla parte esterna, di vetri filtro che hanno ridotto l’effetto di sforatura prodotto dalla luce. Eliminati vari piombi di sutura lesivi della leggibilità , le tessere plurifratturate sono state incollate con resina siliconica. La posizione delle barre di sostegno è stata in parte modificata per seguire il ductus disegnativo dei piombi. E’ stata montata una controvetrata esterna di protezione isotermica .

BIBLIOGRAFIA: V. Bibl. L. Costa

REF.FOTOGRAFICHE: Archivio Studio Fenice di Bologna

ESTENSORE: Caterina Pirina (ottobre 2000)