SCAVI E REPERTI

L'Inghilterra sassone tra il VII e il IX secolo

Missioni archeologiche e scavi nell'area della Mezzaluna fertile

L'INGHILTERRA SASSONE TRA IL VII E IL IX SECOLO

Francesca Dell’Acqua, gennaio 2003

L'introduzione di schermi vitrei nelle Isole britanniche, si è accompagnata quasi puntualmente alla rievocazione -in base ai mezzi e alle esigenze del momento- dell'architettura basilicale romana, assurta al ruolo di modello, di referente immancabile per ogni impresa di prestigio, in quanto scrigno di autentica Cristianità. Tale intento rievocativo, più che imitativo, è enunciato programmaticamente nella letteratura coeva che tramanda le vicende di personaggi di rango elevato. Del resto ne è stata trovata conferma dall’archeologia, grazie alla quale è stato svelato un dispiegamento di tecniche e materiali costruttivi insoliti nel contesto storico-geografico in esame, tra cui appunto il vetro da finestra, particolare decorativo raro e lussuoso, in diversi casi esplicitamente richiesto dai committenti.

L’accurato scavo di un significativo numero di monasteri inglesi risalenti al VII-VIII secolo perlopiù concentrati in Northumbria (nel Nord del paese) – v. mappa dei siti archeologici - ha offerto resti di un'importanza fondamentale per scrivere la storia della vetrata nel primo Medioevo. Lo studio pionieristico dei frammenti di Wearmouth e Jarrow, e vetrata iconica  iniziato alla fine degli anni '60, ha posto i fondamenti per un approccio scientifico al vetro da finestra altomedievale, la cui presenza tra i reperti di scavo era stata sino ad allora quasi sistematicamente ignorata o comunque scarsissimamente valorizzata.1

Le due fondazioni ‘gemelle’ di Wearmouth e Jarrow, dedicate programmaticamente ai principi degli Apostoli Pietro e Paolo, vennero istituite da un aristocratico locale, Benedict Biscop (+680). Beda, che era stato suo discepolo, ha scritto che nel costruire i due monasteri Benedict si ispirò a ciò che aveva ammirato nel corso dei suoi sette viaggi a Roma, e decise pertanto di erigerli e decorarli "iuxta Romanorum...morem".2 E' verosimile che la Roma vista dal prelato conservasse macroscopici frammenti degli splendidi apparati decorativi dei secoli passati, se ancora nel XII secolo i Mirabilia Urbis Romae parlavano di antiche strutture presso il Campidoglio in cui erano profusi marmi, bronzo, vetro e mosaici dorati.3 Salvatore Settis ha sottolineato in che misura l’Inghilterra medievale avesse sviluppato precocemente una devozione nei confronti della memoria di Roma, della quale testimonianze illustri sono le parole di Beda e di uno degli autori dei Mirabilia, Magister Gregorius, anch’egli inglese.4

Il confronto tra la descrizione di Beda e quanto emerso dall'indagine archeologica ha mostrato che le consuetudini ‘romane’ a cui aspirava allinearsi Benedict Biscop riguardavano l'impiego della pietra come principale materiale di costruzione, dell’intonaco dipinto sulle pareti, delle lastre in laterizio o dell’opus signinum 5 per rivestire i pavimenti, e del vetro piano per schermare le finestre.6 Ancora oggi si conservano alcune delle originarie transenne in pietra nelle finestre della chiesa, che lungi dall’essere paragonabili ai cleristori delle basiliche costantiniane, erano ridottissime.7

Sia attraverso la letteratura coeva che i rinvenimenti archeologici si ha la percezione che l’idea dell’architettura ‘romana’, dotata di quelle caratteristiche emerse a Jarrow, fosse diffusa nei secoli del primo Medioevo. Rosemary Cramp ha enfatizzato il pragmatismo del committente nell'adattare la propria idea di Romanitas alla reperibilità dei materiali e degli artigiani e alla topografia dei siti.8 Infatti per reclutare manodopera specializzata, in particolare lapicidi e vetrai, l'aristocratico sassone non si rivolse alla lontana Italia, bensì ad un abate nella Gallia merovingia, in virtù di una prossimità geografica che garantiva una limitazione nelle spese. Egli aveva richiesto specificatamente "vitri factores, artifices videlicet Britannis eatenus incognitos, ad cancellandas Ecclesiae porticuumque et coenaculorum ejus fenestras adducerent",9 in altre parole vetrai in possesso di competenze sino a quel momento sconosciute in Britannia, in grado di allogare transenne alle finestre della chiesa, del portico e del refettorio. Il loro intervento sopperiva alla mancanza di una manifattura locale, e la specificata provenienza dalla Gallia -"de transmarinis regionibus"- apporta ulteriori indizi sulla continuità tecnologica e d'uso del vetro da finestra in quell'ambito, avvalorando quanto già si percepiva dagli scritti di Gregorio di Tours, Sidonio Apollinare e Venanzio Fortunato. Non è dato di discernere se questi artigiani fabbricassero il vetro dalle materie prime o se si limitassero a forgiarlo, perché vengono detti "vitri factores". Il predicato verbale potrebbe alludere ad un coinvolgimento nella produzione del vetro a partire dalle materie prime, sebbene alla luce delle nuove analisi comparative si debba ormai credere che questo vetro venne importato dal Medioriente e perciò ivi semplicemente rifuso.10

Secondo il racconto di Beda11 essi lasciarono un insegnamento i cui frutti si rintracciano nella diffusione del vetro piano in altri monasteri sorti in Northumbria nei decenni tra la fine del VII e l'VIII secolo, come attestano sia una collazione di lacerti testuali coevi, sia i rinvenimenti presso Jarrow,12 Whitby, Escomb, Whithorn. Wearmouth e Jarrow sono da vedersi quindi a buon diritto quali capofila nella diffusione delle vetrate nelle isole britanniche, responsabili dell'irradiazione di questo manufatto e delle competenze connesse alla sua produzione .

Il cenobio femminile di Whitby venne fondato nel tardo VII secolo da Hild (+680), esponente dell'aristocrazia locale come Benedict Biscop,13 legata da relazioni di amicizia a personaggi che avevano percorso più e più volte le vie che univano Roma alle Isole britanniche e ai missionari che da qui erano partiti verso la Germania. Un recente saggio della Cramp ne enfatizza il ruolo di ‘Saint-Denis della Northumbria’, in quanto Whitby era stato prescelto come luogo di sepoltura dalla famiglia reale e scuola di formazione da coloro che divennero i più noti vescovi anglosassoni tra VII-VIII secolo.14 Nel 664 la badessa presiedette un sinodo in cui fu stabilito che la chiesa britannica si dovesse votare all’esempio apostolico romano,15 optando per una liturgia e consuetudini di vita che richiedevano una cornice architettonica e di arredi appropriata, appunto "iuxta Romanorum...morem". Non a caso anche a Whitby, nel corso di scavi, sono venuti alla luce frammenti di pannelli da finestra,16 databili appena dopo quelli di Wearmouth e Jarrow. Tuttavia in questo caso le strutture avevano solo lo zoccolo in pietra, mentre per il resto erano sviluppate in legno. Tale esempio si discosta perciò dall'associazione generalmente riscontrata tra vetro piano e architettura in pietra, forse a causa della naturale penuria di cave nelle Isole Britanniche, e di conseguenza di scalpellini, o dell'impossibilità di ripetere i consistenti sforzi economici che avevano permesso a Benedict Biscop di avvicinarsi ai modelli romani, a Whitby rievocati tramite dettagli essenziali, come appunto le finestre invetriate.

Questo tipo di situazione si riscontra anche nel caso della sede vescovile di Whithorn (Northumbria occidentale, ora Dumfries and Galloway), e per il monastero di Brandon (Suffolk, nel Sud-Est del paese), dove il vetro da finestra schermava edifici di culto in legno e pietra. Il materiale di Whithorn è forse il più interessante per via della strettissima somiglianza della composizione con quello di Wearmouth, al punto da far credere che provenisse proprio dai due principali centri monastici della regione.17

Sempre grazie a Beda si viene invece a sapere che l'ambizione di costruire in pietra, sicuramente sostenuta da un certo potere economico, animava il re dei Pitti (abitanti delle regioni più settentrionali dell'isola), Naiton, al punto da scrivere all’abate di Jarrow, Ceolfrid (+716), di inviargli architetti che "iuxta morem Romanorum ecclesia de lapide in gente ipsius fecerent....". Inoltre il sovrano specifica che l’avrebbe dedicata a Pietro e Paolo, per proclamare fedeltà al Cristianesimo romano.18

Verso la fine del VII secolo sulle rive del fiume Wear, ancora in Northumbria, sorse il piccolo insediamento monastico di Escomb. Malgrado sulla sua esistenza gravassero una scarsa rilevanza e poveri mezzi economici, esso si avvantaggiò della vicinanza, protezione e anche del sapere artigianale custodito a Wearmouth, come ha messo in luce l'indagine del sito, che ha restituito spolia romani, intonaco dipinto e frammenti di vetrate.19 Anche qui le aperture avevano dimensioni ridottissime, confrontabili direttamente con quelle di Jarrow.20

Nel 669 a York, importante città della medesima regione, di origine romana, il vescovo Wilfrid (+709) decise di restaurare la cattedrale. I lavori furono decisamente consistenti, con il rifacimento del tetto e una serie di arredi preziosi, tra i quali Eddio Stefano menziona schermi di vetro per le finestre, affinché si impedisse l’accesso ai volatili e si permettesse al contempo l’immissione di luce naturale.21 Questa notizia è stata confermata dal rinvenimento di vetro da finestra altomedievale nel corso di indagini archeologiche.22 Non è noto di quali vetrai Wilfrid si sia avvalso, però si propende per credere che essi fossero discepoli più o meno diretti di quelli venuti dalla Gallia. E’ ovvio che la scelta di schermi vitrei non venne dettata solo dalla loro praticità, ma anche da una sensibilità estetica per la luce, forse nutrita, anche in questo caso, dai prolungati soggiorni del prelato in Gallia e a Roma. Wilfrid, che coltivava l'orgoglio di aver introdotto per primo in Northumbria la Regola di san Benedetto da Norcia, era stato uno dei campioni del partito ‘romanista’ che aveva vinto nel fondamentale dibattito che ebbe luogo durante il ricordato sinodo di Whitby:23 non a caso era stato elevato alla cattedra vescovile in quello stesso anno. E' interessante aggiungere anche la notizia del lascito di un quarto dei suoi beni "Romanae ecclesiae sancti Petri apostoli, ubi vitam finiret optaverat; necnon basilicis sanctae Mariae et sancti Pauli in eadem urbe distribui iussit", a conferma che la tradizione spirituale di Roma, custodita in questi ‘scrigni’ preziosi, fosse un modello imprescindibile per costui.24

Nel Centro e nel Sud del paese resti di vetro da finestra databili tra VII-IX secolo sono stati scoperti a Repton (Derbyshire)25, Brixworth (Northamptonshire; come Repton, non lontano da Leicester, nell’Inghilterra centrale)26, Winchester (Hampshire).27 A Brixworth, identificato seppur con dubbi come Clofesho, sede di importanti concili tenutisi nel regno di Mercia di cui parla anche Bonifacio in una lettera all'arcivescovo di Canterbury, la chiesa ha rivelato tratti singolari rispetto alle consuetudini locali. Infatti erano ragguardevoli sia le dimensioni, sia i materiali di costruzione, tra cui conci di pietra sottratti a monumenti romani grazie al patronato regio del cantiere, dal momento che il prelevamento di spolia, qui come altrove, era regolato da leggi precise.28

Il più importante poeta sassone, Aldelmo (c. 639-709), abate di Malmesbury nel Sud, ha celebrato l'erezione di una chiesa da parte di una certa Bugga, dicendo che l’edificio aveva finestre chiuse da vetro. In questo caso si tratterebbe di vetrate di pochissimo posteriori a quelle di Wearmouth e Jarrow.29 L'ubicazione dell'edificio è ignota, e del resto controversa rimane l'identità della committente: tra le varie ipotesi, si affaccia quella della Bugga figlia del re del Wessex, amica e corrispondente di san Bonifacio (+754).30 In ogni caso l'attestazione dell'invetriatura è significativa perché rientra anch'essa in un giro di anni prossimo alle già citate vetrate del Nord della Britannia e perché sarebbe con grande probabilità frutto di un patronato artistico colto, alimentata da contatti con il Continente cristianizzato.

La lavorazione e la messa in opera di vetro da finestra, sostenuta dalla domanda locale per diversi decenni come è stato rapidamente esposto, dovette diventare sempre più diradata. Non si spiegherebbe altrimenti perché nel 764 l'abate Cuthbert di Wearmouth, bisognoso di un maestro vetraio, si appellasse al vescovo di Magonza, Lullo (+787). Di origine sassone, questi era stato educato in gioventù da Beda proprio nei monasteri ove pioneristicamente erano stati introdotti gli schermi vitrei per volontà di Benedict Biscop; in seguito aveva proseguito il suo perfezionamento spirituale a Malmesbury, il cui abate Aldelmo, come sopra ricordato, era stato cantore della luce serena irradiata dalle vetrate. Successivamente egli si trasferì sul Continente per partecipare alla missione di evangelizzazione dei territori germanici al seguito del conterraneo Bonifacio, di cui divenne uomo di fiducia sino a succedergli sulla cattedra vescovile di Magonza, a capo di una vastissima diocesi. Così Lullo viene incitato da Cuthbert a prodigarsi in tutti i modi per trovare un vetraio e rivolgersi, nel bisogno, anche ad un ambito territoriale esterno alla propria giurisdizione. Chiaramente Cuthbert confidava nella conoscenza capillare da parte del suo conterraneo del tipo di attività economiche e produttive che si svolgevano nella diocesi di Magonza, che Lullo amministrava con grande scrupolo e percorreva per "omnes...aecclesias ac monasteria".31 Infatti egli aveva stimolato le comunità religiose da poco istituite tra Reno e Weser a procurarsi il vitto con il lavoro delle proprie mani,32 promuovendo in tal modo l'impegno pratico, forse anche nell'accezione artigianale.

La lettera, sempre annoverata tra le fonti sulle origini della vetrata occidentale, suscita perplessità per il fatto che un abate di una remota regione nel Nord dell'Inghilterra si sia rivolto al vescovo di una città nel cuore del regno franco. Approfondendo la questione viene fuori che l'episodio si incastra nel complesso sistema di rapporti sviluppati dalla fine del VII secolo tra questi ambiti politico-geografici.33 In ogni caso la convinzione di poter rintracciare vetrai nel dominio franco era sostenuta dall'idea che il Continente, più a lungo romanizzato, fosse depositario di una cultura tecnologica di cui non vi era più traccia in Britannia, dove Romani avevano importato la lavorazione del vetro, attestata sino al IV secolo. Probabilmente la tecnologia legata alla produzione del vetro non aveva attecchito al punto da perpetuarsi nelle Dark Ages, oppure si era estinta per riflesso del crollo economico coincidente con la fine della dominazione romana che coinvolse la domanda e quindi l’offerta per manufatti ricercati.34 Si può credere allora non solo che in Germania l'arte vetraria fosse in quel momento attiva, ma che fosse probabilmente rinomata anche al fuori dei suoi confini.

Poco dopo l’appello di Cuthbert, agli inizi del IX secolo, Aethewulf, nel poema De Abbatibus, celebrava il chiarore diffuso dal vetro all’interno di una chiesa dipendente dal monastero di Lindisfarne, secondo un topos letterario ricorrente nella produzione aulica altomedievale, da Venanzio Fortunato a Sedulio, per citare alcuni nomi.35 Ciononostante i versi di Aethwulf non possono essere assunti quale contraltare alla lettera di Cuthbert per sostenere una continuità dell’arte vetraria nei territori anglosassoni tra l’VIII e il IX secolo, in quanto è possibile che l’invetriatura in questione risalisse a tempi anteriori, verosimilmente tra la fine del VII-inizi dell’VIII secolo.

v. Bibl. Reperti archeologici


NOTE

1 L'archeologa Rosemary Cramp (Durham University) ha affrontato tra i primi tali problematici reperti, istituendo dei principi di analisi e catalogazione tuttora validissimi; se ne vedano i contributi del 1969, 1970, 1994 e il recentissimo status quaestionis del 2001, che accenna alle ultime scoperte di vetro da finestra. In genere sul vetro in Gran Bretagna si veda Harden, 1980. Per le notizie sull’istituzione e sull'architettura di numerosi monasteri sassoni si veda Fernie, 1991, pp. 744-52.

2 Beda,Vita Sanctorum Abbatum monasterii in Wiramuth et Girum, in PL, t. XCIV, 1850, coll. 716-17, cfr. Cramp, 1969, p. 22. La figura di Benedict Biscop spicca nel consistente novero di visitatori che giunse a Roma già nell’alto Medioevo. Egli fu tra coloro che inaugurarono il flusso di pellegrini anglosassoni, il più consistente in quei secoli. Vale la pena di ricordare che ben otto re vennero in pellegrinaggio dalle isole britanniche, e di questi tre vi trovarono sepoltura (Pesci, 1935, pp. 43-44). Nella visita delle memorie cristiane e pagane di Roma erano di aiuto alcune guide redatte già nella tarda Antichità e nei primissimi secoli del Medioevo, tra cui la Notitia del 354, il Curiosum del 357 (cfr. Paoli, 1942, p. 2, n. 1) e la Notitiarum Urbis Romae, scritta intorno al 650 a Roma ad uso dei pellegrini. Portate all'estero e copiate, esse possono essere utili per intendere quali edifici erano più raccomandati e di conseguenza più visitati e perciò di maggiore influenza, sia spirituale, sia culturale che estetica (una collazione è in Valentini - Zucchetti, 1940-53).

3 Nei Mirabilia (in Valentini - Zucchetti, 1946, vol. III) si legge di tali ornamenti ancora visibili sul Campidoglio e in monumenti non distanti, nei quali i rivestimenti in vetro, a distanza di secoli dalla messa in opera e quindi sicuramente non in buono stato, suscitavano ancora ammirazione: "Capitolium...cuius facies cooperta erat muris altis et firmis..vitro et auro undique coopertis coopertis et miris operibus laqueatis. Infra arcem palatium fuit miris operibus, auro et argento et aere et lapidibus pretiosis perornatum, ut esset speculum omnibus gentibus...." (cap. 23, p. 51); indi il "Circus Prisci Tarquinii fuit mirae pulchritudinis, qui ita erat gradatus nemo Romanus offendebat alterum in visu ludi. In summitate erant arcus per circuitum vitro et fulvo auro laqueati.…" (cap. 26, p. 58); "Ad Sanctum Stephanum in Piscina palatium Cromatii praefecti, et templum quod dicebatur Olovitreum, totum factum ex cristallo et auro per artem mathematicam, ubi erat astronomia cum omnibus signis caeli…." (cap. 30, p. 63). Sul Palatino tra tarda Antichità e alto Medioevo, ha scritto a seguito di una disamina di dati archeologici vecchi e nuovi e di attestazioni letterarie Augenti (1994, pp. 671-74, in part. le figg. 8 e 11, che ne ricostruiscono la topografia nell’VIII secolo). Qui infatti ancora nel VI-VII secolo sussisteva la residenza palaziale bizantina (nella Domus Augustana?) e qui nel 705 circa papa Giovanni VII, figlio dell’ultimo curator Palatii, decise di trasferire la residenza papale (Domus Tiberiana?), riportata in Laterano da Zaccaria (741-52).

4 Settis, 2001, pp. 1002–06.

5 I pavimenti in opus signinum erano ottenuti rivestendo le superfici con terracotta frantumata. Il nome deriva da Signa nel Lazio. Ne parla anche Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, lib. XXXVI, 61, 1981, p. 113; cfr. Promis, 1845, p. 156).

6 Per una discussione sull'aspetto ‘romano’ dei due monasteri si veda Cramp, 1994, p. 285. Sulle testimonianze altomedievali circa la volontà di costruire more Romanorum, Greenhalgh, 1989, pp. 124- 6.

7 Rosemary Cramp ha gentilmente fornito la misura di una di esse, a terminazione semicircolare: 0,38 x 0,75 m (corrispondente in piedi, ad 1 x 2,2 ft.).

8 Cramp, 1994, pp. 281 e 291.

9 Beda, Vita Sanctorum Abbatum, in PL, t. XCIV, 1850, col. 717.

10 Hunter, 1981, ha offerto una panoramica sull’industria vetraria nel Medioevo. I ricercatori impegnati su questo fronte paiono perlopiù orientati a credere che nell’Occidente altomedievale il vetro non venisse prodotto dagli ingredienti grezzi (sulla cui diffusione ha scritto Henderson, 1985), ma importato sotto forma di blocchi semilavorati o rottami da rifondere da centri di antica tradizione vetraria, ancora attivi lungo le coste mediorientali (Freestone - Gorin-Rosen - Hughes, 2000; Freestone - Hughes, in c.s.; Dell’Acqua – Freestone, in c.s.). Blocchi e rottami di vetro da rifondere sono stati scoperti ad esempio nell’officina vetraria, detta Glass Court, annessa alla cattedrale di Gerasa e risalente tra il IV-VI secolo (cfr. Kraeling, 1938, p. 217 e 546); nei siti di Jalame, presso il fiume Belus (ricordato per la qualità della sabbia da Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, lib. XXXVI, 65, 1981, p. 115; cfr. Engle, 1974 e Weinberg, 1988, p. 24), e di Hadera (Gorin-Rosen, 1993), dove vi sono tracce evidenti di una enorme produzione stagionale di vetro. A proposito del caso specifico di Wearmouth, la Cramp (1994, p. 329) ha ipotizzato che il vetro fosse stato importato direttamente in Northumbria; invece forse più ragionevolmente si potrebbe pensare che in questa transazione abbiano agito da mediatori gli artigiani gallici, originari di una regione meno isolata della Britannia, forse ancora coinvolta in una circolazione di beni a vasto raggio.

11 Beda, Vita Sanctorum Abbatum, in PL, t. XCIV, 1850, col. 717: "et Anglorum ex eo gentem hujusmodi artificium nosse ac discere fecerunt....".

12 Cramp, 1970, p. 327.

13 Su Hild, congiunta del santificato re Eadwin, si veda il repertorio di Moroni Romano, 1845, vol. XXXIII, pp. 297-98.

14 Cramp, 2001, pp. 64-73.

15 Cfr. negli Annales Ordinis Sancti Benedicti ne parla Mabillon (1739, t. I, lib. XV, capp. XXXV-VI, 1739, pp. 436-37). Cfr. Settis (2001, p. 1006) che accenna al precoce interesse maturato in Northumbria nei confronti della Roma antica e cristiana.

16 Webster - Backhouse, 1991, pp. 141 e 143.

17 Sul sito hanno scritto Hill, 1997 e Higgit 2000; sul vetro Cramp, 1997 e Idem, 2001.

18 Beda, Historia ecclesiastica gentis Anglorum, lib. V, cap. 21, in PL, t. XCV, 1851, col. 271.

19 Pocock - Wheeler, 1971, p. 11, sul vetro l'appendice di Cramp nello stesso articolo

20 Rosemary Cramp ha comunicato le seguenti misure: 0,38 x 0,75 o 0,82 m per finestrelle a terminazione semicircolare o quadrata.

21 Eddio Stefano,Vita Wilfridi episcopi Eboracensis, cap. XVI, in MGH, SRM, t. VI, pp. 210-11 e cfr. Mabillon, 1739, t. I, lib. XV, cap. LXVI, p. 456. A York è stato rinvenuto vetro da finestra altomedievale nel corso di indagini archeologiche: Bayley, 1983 e Marks 1993, pp. 105-08.

22 Bayley, 1983 e Marks 1993, pp. 105-08.

23 Cfr. Mabillon, 1739, t. I, lib. XV, capp. XXXII-XXXIII, pp. 434-35 e cap. LXIV, p. 455.

24 Cfr. Mabillon, 1739, t. II, lib. XIX, cap. XLVI, p. 22.<

25 Fernie (1991, pp. 744-52) accenna alla storia dell’insediamento, mentre del vetro, non ancora pubblicato, ne dà un’anticipazione la Cramp, 2001, p. 69 e ss.

26 Cramp, 1977.

27 Biddle - Hunter, 1990, pp. 350-86.

28 Sull'identificazione del sito del concilio di Clofesho con Brixworth, e sui legami con Bonifacio, Parsons 1988, p. 376 e ss. e Keynes, 1993. La lettera di Bonifacio: Ep. 78, in MGH, ES, t. I, 1955, p. 161 e ss. Del vetro se ne è occupata la Cramp, in Everson, 1977, pp. 55-122; più di recente, Idem, 2001, p. 69 e ss.
La spoliazione di monumenti più antichi, praticata già in epoca classica, divenne talmente sistematica che si decise di regolarla con una specifica legislazione, più volte ribadita e perfezionata nel corso del IV-V secolo (si veda un riepilogo ragionato di queste fonti, tratte perlopiù dal Codex Theodosianus, in Cantino Wataghin, 1999, tab. 2, schede 5, 8, 16, 17, 20, 26 p. 742 e ss.). Anche le basiliche costantiniane di San Pietro e San Giovanni in Laterano erano state erette smantellando interi complessi monumentali per trarne serie di colonne omogenee (cfr. Melucco Vaccaro, 2000, p. 62-64 e 77-80).

29 Aldelmo, In Ecclesiae Mariae a Bugge exstructa, vv. 66-68, in MGH, AA, t. XV, 1919, pp. 17-18. Sulla figura del poeta nella letteratura mediolatina cfr. Curtius, 1948, pp. 454-55. In merito alla committenza artistica dei dignitari anglosassoni ha scritto Lapidge, 1992.

30 Sulla corrispondenza epistolare tra Bonifacio e Bugga, cfr. Parsons (1988, p. 373); le lettere sono state edite di recente in MGH, ES, t. I, 1955. Bonifacio si era recato nel 716 in Frisia per iniziare a cristianizzare le popolazioni locali, seguendo a sua volta l'esempio di un altro inglese, Willibrord, giuntovi nel 690. La loro attività missionaria, alimentata da un continuo accrescersi della presenza anglosassone in ambito germanico nel corso dell'VIII secolo, è ripercorsa da Levison (1946, p. 6 e ss., 59 e ss., 71 e ss.).

31 Lamberto di Hersfeld, Vita Lulli Archiepiscopi Moguntini, cap. 7, in MGH, SS, t. XV, pars II, 1888, p. 140.

32 Lamberto di Hersfeld, Vita Lulli Archiepiscopi Moguntini, cap. 6, in MGH, SS, t. XV, pars II, 1888, p. 139: "...Fratres ibi propter penuriam rerum communium vitam adhuc apostolicis institutis transigunt, opere manuum victum queritantes".

33 Le relazioni politiche tra le due regioni sono state affrontate in uno studio di Bullough (1984), dove di ricostruisce la rete di scambi epistolari e di competenze artigianali tra Inghilterra sassone e il Continente franco-germanico tra VII-IX secolo il contributo di dell'acqua (2001 c).

34 Fondamentali in proposito sono stati gli studi di Harden (tra i quali, 1959 b e 1977-80), mentre una panoramica aggiornata è stata presentata da Hilary E. M. Cool al convegno Echanges et commerce du verre dans le monde antique du VIe siècle av. J.-C. au VIIIe siècle apr. J.-C. tenutosi in Provenza nel Giugno 2001, del quale si attendono gli atti. La Haevernick (1954, p. 465) aveva osservato che nei paesi del Nord dell’Impero, tra cui appunto la Britannia, la rigidità del clima aveva certamente spinto ad un uso ampio del vetro nelle finestre. Ad esempio lastre di vetro piano soffiato dalla villa romana di Shakenoak (Oxfordshire) sono visibili nell’Ashmolean Museum di Oxford (segnalazione di Beat Brenk).

35 Aethewulf, Carmen, De donis patrum et monachorum votis, cap. XX, vv. 24-26, in MGH, PLAC, t. I, pars prior, 1880, p. 599. Per Venanzio Fortunato e gli altri autori nominati, si vedano le schede relative nella raccolta delle fonti. Sull’originaria funzione dei topoi nella retorica antica quali argumetorum sedes secondo Quintiliano e la loro evoluzione e moltiplicazione in clichès applicabili generalmente in campo letterario nella tarda Antichità, cfr. Curtius, 1948, p. 77; uno studio sul recupero di immagini letterarie nella poesia aulica tardoantica e altomedievale è stato presentato da Dronke (1999).