ARTE
BIZANTINA
Reperti di transenne e di vetro da finestra in aree di influsso Bizantino
Francesca Dell’Acqua, novembre 2002
Nei territori strappati all’ex-Impero romano dall’Islam, tra Siria e
Giordania, lussuose residenze della fase omayyade (VII-VIII secolo), hanno
offerto esempi di transenne in stucco, dal telaio in legno, rettangolari o
circolari chiamate rispettivamente chamsiyas e kamaryas (v.:
Transenne) in cui erano inseriti piccoli pannelli intensamente colorati, in
alcuni casi dipinti. Meno si conosce invece a proposito della porzione rimasta
in mano bizantina, tra la fine del IV e il XII secolo Ne consegue che in giusta
considerazione debbano essere tenute le evenienze di vetro da finestra
rinvenute, ad esempio, a Sardis (non lontano da Smirne, Turchia), ad Amorium
(presso Afyon, nel cuore della Turchia), a Filippi (Grecia).
A Sardis migliaia di frammenti di vetro da finestra e di vasellame occupavano
due delle numerose botteghe che fiancheggiavano la sinagoga e il foro di questo
importante emporio della tarda Antichità . Appannaggio di commercianti
ebrei, la vendita del vetro sembra avesse una portata consistente nell’economia
del luogo tra gli inizi del V-inizi del VII secolo. La totalità del vetro piano
è stato soffiato ‘a cilindro’ e di esso buona parte è di colore acqua
marina, o comunque in varie sfumature di verde, mentre pochissimi sono
pressoché incolori. Vetro ‘a corona’ dai colori più intensi è stato
rinvenuto nei pressi della chiesa bizantina nella trincea ‘E’ in un contesto
databile al XIII secolo. Le lastre ‘a cilindro’erano piuttosto ampie,
misurando fino a 30 x 40 cm, di forma rettangolare quindi, e in alcuni casi con
un lato stondato per adattarsi alla centina della finestra. È di grande
interesse il fatto che siano stati rivenuti anche piombi dal profilo a ‘Z’,
con i quali tenere insieme i pannelli: insieme a quelli di Filippi (VI secolo),
riaprono il dibattito sul momento e l’area in cui vennero introdotti al fine
di intessere schermi di vetro. Da troppo tempo infatti vengono ripetute a
proposito delle armature, dei piombi e del vetro dipinto nel mondo bizantino
delle generalizzazioni, smentite man mano che la ricerca si avvantaggia di
approfondimenti.
Nel frattempo a Costantinopoli, qualche anno prima della morte, Anicia Giuliana
(+528 ca.) fondava una basilica dedicata a san Polieucto su una proprietà posta
al centro della città, a sottolineare il grande potere economico e l’antico
prestigio sociale di cui godeva. Nel fastosissimo tempio - in versi coevi
si dice che la saggezza di Anicia ha superato quella di Salomone nell’erezione
di questo edificio- la scultura, i rivestimenti in marmo e madreperla, le
colonne incrostate di vetro, i mosaici, le grate delle finestre in marmo chiuse
da grandi pannelli vitrei, e ogni altro dettaglio, sembravano tesi ad ostentare
i suoi potenti mezzi. I suoi resti dovevano essere appetibili ancora a distanza
di secoli, se durante l’assedio di Costantinopoli del 1204 l’edificio
venne spogliato di elaborati pilastri che furono portati a Venezia per essere
impiegati nella decorazione del San Marco; mentre parte delle sculture vennero
impiegate nel Pantocrator o Zeyrek Camii, dove i ‘Latini’
stabilirono la sede del nuovo governo costantinopolitano (v.
Frammenti da Zeyrek Camii). Le prospezioni archeologiche che hanno
portato alla luce le transenne e il vetro hanno tratto spunto dall'occasionale
rinvenimento del fregio commemorativo della fondazione. Esso ricordava che i
mosaici dell'atrio erano dedicati alla figura di Costantino, e inoltre esprimeva
il proposito di Giuliana di emulare la fede sia di questo che dell'avo Teodosio,
i primi imperatori cristiani, tramite l'impegno devoto della costruzione di un
tempio. L'impronta di splendore imperiale che lo distingueva doveva risultare
una sorta di provocazione nei confronti dei due ultimi imperatori, suoi
contemporanei, di estrazione non nobile, tra i quali Giustiniano (+565), che
pare avesse intenzione di offuscare il San Polieucto con qualcosa di ancora più
grandioso, ossia la Santa Sofia. Tali meccanismi di rivalità tra aristocratici
e regnanti, o comunque tra persone appartenenti a ceti sociali differenti, sono
stati spesso un incentivo nella committenza artistica, anche per quanto riguarda
le vetrate, come si avrà occasione di riscontrare ad esempio in epoca
carolingia oppure per uno dei cicli di vetrate più importanti del basso
Medioevo, quello della cattedrale di Chartres. Per avere un’idea della grandeur
degli interni, si pensi che le finestrature avevano, come detto, transenne
marmoree larghe quasi un metro e alte circa 2,50 m., dalla struttura a griglia
con terminazione semicircolare, nelle quali erano allogati, su nove file
sovrapposte, pannelli rettangolari e circolari. Il vetro piano, soffiato sia ‘a
cilindro’ che ‘a corona’, ha rivelato sfumature dal marrone scuro, al blu,
al verde oliva, verde acqua, all’incolore. La compresenza delle due tipologie
di vetro sarebbe fuorviante ai fini della ricostruzione ideale delle originarie
vetrate se non si chiarisse che nella gran parte dei casi i dischi provengono da
livelli di epoca bizantina o ottomana dalla giacitura disturbata, donde se ne
deduce che essi debbano essere stati allogati in un secondo momento. Una
transenna simile, ma dalle dimensioni ben più limitate, è stata scoperta
presso il monastero di Costantino Lips, anche detto Fenari Isa Camii (ora
al Museo Archeologico di Istanbul), ed è stato supposto che potesse essere più
antica della dell’edifico, datato ai primordi del X secolo.
La ricostruzione giustinianea della chiesa di
Santa Sofia, avvenuta nel decennio seguente, non può essere stata
condotta senza un confronto diretto con il San Polieucto. Fondata da Costantino,
era stata distrutta da un incendio. Procopio ne ricorda i due architetti,
Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, e il gran numero di artisti fatti venire
da ogni dove per volontà di Giustiniano, affinché fosse conseguito un
risultato "esimio e singolare", nella monumentalità delle proporzioni
e nella ricercatezza dell'arredo, che si avvale anche di spolia
pregiatissimi. La porzione centrale al di sotto della cupola maggiore, focale da
un punto di vista strutturale e spirituale, era, ed è tuttora, quella più
rischiarata. Il poeta di età giustinianea Paolo Silenziario in un panegirico
si sofferma sulla consistenza dei preziosi materiali della decorazione
interna, adottando fantasiose metafore come quella delle molteplici colonne che
paiono intrecciare una danza, o quella dell’oro della calotta a mosaico che,
esaltato dalla luce, inumidisce lo sguardo e per un effetto ottico sembra quasi
colare verso il basso. Oppure quando sottolinea la grande luminosità
dell'interno, paragonando alla volta celeste la cupola maggiore, in cui le
numerose polifore chiuse da vetro lasciano penetrare la luce dorata dell'Aurora.
Anche la più tarda, anonima, Narratio de S. Sophia parla degli stoai,
da interpretare quali gallerie di finestre chiuse da vetrate, andate perdute
certamente nelle opere di manutenzione all'edificio nel corso dei secoli, per
non dire dei disastrosi crolli subiti dalla cupola. Il viaggiatore russo Ignazio
di Smolensk, un alto prelato giunto a Costantinopoli nel 1389, è il primo
visitatore della città ad aver lasciato ricordo di un’ispezione effettuata
alla cupola con il preciso scopo di contarne e misurarne le finestre,
evidentemente interessato a percepire il segreto della straordinaria luminosità
che si sprigionava all’interno dell’edificio.
Un’immagine di come quelle finestre dovessero apparire ci è offerta dal
mosaico nel vestibolo del braccio sud-occidentale del nartece che rappresenta ai
lati della Vergine in trono Costantino che offre il modellino della città da
lui fondata sul Bosforo e Giustiniano che offre quello della Santa Sofia: in
questo sono rappresentate chiaramente delle grandi transenne a griglia
quadrangolare aventi terminazione semicircolare. Ovviamente si tiene ben
presente che una rappresentazione musiva, perdipiù posteriore (tardo X secolo),
possa essere ‘viziata’ da un grado non stimabile di idealizzazione. In ogni
caso questa raffigurazione illustra delle finestre di proporzioni affini da
quelle che si erano diffuse nell’edilizia pubblica tardo imperiale . Martin
Harrison si era espresso a favore di una affinità tra la grandiosa orditura
delle finestre del San Polieucto, si cui è stato lo scopritore, e quelle della
Santa Sofia, entrambi verosimilmente "highly fenestrated" .
Giustiniano si era impegnato anche nella costruzione del monastero
di Santa Caterina sul Sinai, fondato dopo la morte della consorte Teodora
(+548). La chiesa, salvo alcune addizioni e restauri, si è perlopiù conservata
nella forma originaria, progettata dall'architetto palestinese Stefano di Aila.
Nell'abside compare un complesso programma iconografico eseguito in
mosaico, al quale Giustiniano prende parte prestando le proprie fattezze al
Profeta David, in corrispondenza della mandorla in cui Cristo appare sul Monte
Tabor. Si esplicita in tal modo da parte del committente una precisa volontà di
autoesaltazione, sino a concorrere a un’evocazione simbolica della divinità,
in cui la luce filtrata aveva il ruolo dominante. Le aperture hanno infatti
collocazione e forme suscettibili di un'interpretazione simbolistica: ad Est due
monofore separate da una colonnetta coronata da un oculo, enfatizzato
all'esterno da un disco in pietra con una croce a bassorilievo, a formare una
simbolica Trinità; nel muro di facciata una finestra cruciforme. E’ stato
supposto che nelle transenne in stucco visibili oggi, con aperture circolari e
quadrangolari, il vetro ‘a corona’, di datazione non certa, potrebbe essere
originale in altre parole legato al cantiere giustinianeo, presso il quale
lavorarono squadre inviate da Costantinopoli.
Intorno al 597 venne completato il restauro di un altro monumento legato alla
memoria di Mosé, il Monastero sul Monte Nebo, nel luogo dove si
credeva egli fosse morto. La basilica interna alle mura di cinta venne
ricostruita con un’abside affiancata da due camere quadrangolari, abbellita
con mosaici sia sulle pareti che nel pavimento, dotata di schermi protettivi
alle finestre in vetro colorato. Le transenne erano costruite con mattoni
intonacati, e avevano fori circolari nei quali erano saldati, pure con la malta,
dischi o frammenti di dischi soffiati ‘a corona’ di colori diversi, dal blu,
al verde, giallo, marrone, rosso e anche nero.
Sempre risalenti al VI secolo, ma destinati a una diversa apparecchiatura, sono
i frammenti di lastre rettangolari e triangolari soffiate ‘a cilindro’ e i
piombi scoperti nella zona absidale della basilica paleocristiana nei pressi del
moderno museo di Filippi. Probabilmente facevano parte di finestre messe in
opera in occasione dei restauri effettuati in età giustinianea. Lo stato di
conservazione del vetro e dei piombi non è sempre ottimale, e inoltre la
morfologia di questi ultimi non è quella più consueta per legare insieme dei
pannelli di vetro, essendo una sorta di listelli ottenuti colando il metallo tra
i vetri . I pannelli hanno colori delicati e naturali ottenuti senza l’addizione
di ossidi, e comprendono dal verde azzurro, al verde bottiglia, al verde oliva,
dal giallo chiaro al dorato, dal celeste chiaro sino all'incolore. Nella stessa
città, presso la basilica extra muros sono stati pure trovati altri
frammenti databili allo stesso periodo. Può forse essere di qualche interesse
ricordare alcune tra le prime evidenze di schermi da finestra di vetro colorato
dell’alto Medioevo occidentale, quelle di Jarrow e Monkwearmouth in
Northumbria (VII-VIII secolo), siano stati avvicinati alla tecnica del mosaici,
per il modo simile di affiancare elementi geometrici variamente colorati.
In sostanza, le finestre appartenenti ad edifici datati al VI secolo, dovevano
essere diverse da quelle di forma allungata nella quale dal IX secolo in poi
vennero inserite transenne in stucco lunghe e strette nelle quali erano allogati
dischi di vetro. Infatti non prima del IX secolo si registra nell’architettura
bizantina una riduzione del numero delle finestre nonché della loro ampiezza, a
favore di proporzioni più slanciate .
Un altro caso di particolare interesse è offerto dagli edifici ravennati messi
in opera durante la reggenza di Giustiniano. Nel volgere di pochi anni vennero
eretti e consacrati San Vitale e Sant'Apollinare in Classe, che hanno entrambi
restituito elementi degli antichi schermi di finestra con vetro. Un'iscrizione
ricordava che il mandante dell'edificio era stato il vescovo Ecclesio,
l'esecutore Giuliano Argentario ("aedificavit ornavit atque dedicavit"),
e che fu consacrato dal vescovo Massimiano nel 547. Tali imprese a carattere
devozionale perseguivano naturalmente un ritorno di immagine mediante
l'accrescersi del prestigio sociale, e pertinevano alla tendenza ampiamente
diffusa nella società tardoantica di votarsi alla Chiesa, abbracciandone le
leggi e devolvendo denaro per scopi pii.
Il ricchissimo apparato decorativo comprendeva anche transenne con dischi di
vetro, come hanno dimostrato i resti rinvenuti nel Diaconicon e nei
pressi dell'abside v.
Ravenna Museo 1, purtroppo privi di caratteristiche che con assoluta
certezza li possano fare legare alla prima fase della struttura Le aperture, in
gran parte originali, sono numerose e di notevoli proporzioni. Nel suo testo
sull’incidenza della luce, naturale ed artificiale, nella percezione della
pittura e quindi anche del mosaico, Wolfang Schöne affermava ormai quasi
cinquant’anni fa che, a differenza della tipica architettura paleocristiana in
cui le grandi finestre schermate con transenne a griglia e materiali vari
dovevano immettere una luce non lontana da quella diurna, nel San Vitale l’effetto
doveva essere molto diverso per via della presenza di dischi colorati in
transenne con fori circolari di cui proponeva un disegno
ricostruttivo.
Similmente a quanto fatto per altre chiese bizantine, Triantafyllide ha misurato
la quantità di luce che poteva passare attraverso i vetri colorati delle
finestre del San Vitale, attraverso l’analisi dei frammenti rinvenuti nel
corso di scavi; ha però dovuto ammettere l’impossibilità ricostruire
l'effetto finale delle vetrate colorate nell’illuminazione dell'edificio, in
quanto non si sa dove e come esse fossero allogate.
Attualmente nelle finestre vi sono vetri chiari, grazie ai quali si osserva in
ogni caso un’accentuazione del chiarore procedendo dal nartece verso il
santuario, dovuto, secondo Deichmann, non solo grazie alla distribuzione delle
aperture ma anche all’assenza di ostacoli come pilastri e archi. In merito
egli proponeva un confronto con le modalità di diffusione della luce nella
contemporanea chiesa costantinopolitana dei Santi Sergio e Bacco, consacrata nel
527 da Giustiniano e Tedodora, evidenziando a Ravenna il netto contrasto tra la
porzione occidentale dell’edificio, illuminata in modo indiretto soltanto
attraverso il portale dell'ardica, e la zona del santuario verso cui si incede.
È necessario sottolineare che la datazione dell'invetriatura non è univoca, in
quanto potrebbe oscillare tra il VI e il tardo IX-X secolo, quando si insediò
nel complesso una comunità benedettina. E’ pur vero che una consistente
diffusione dei dischi a corona si registra già nel VI secolo, tuttavia il loro
impiego connota tutta la storia dell’architettura bizantina sino al momento
del definito tracollo dell’Impero, per cui non è consigliabile ipotizzare
datazioni esclusivamente sulla base di analisi formali. Inoltre, un riesame del
famoso ‘disco’ dipinto con la figura di Cristo benedicente due figure di
santi, ora scomparse a causa della lacunosità del pezzo, fa propendere per una
cronologia posteriore. Questo perché, tra le altre cose, la pittura è stata
temprata a fuoco e di tale procedimento non si conoscono sul vetro da finestra
applicazioni anteriori all’epoca carolingia (per esempio i pannelli di
Paderborn, Rouen, Farfa); inoltre lo stile pittorico non si può certo definire
paleo-bizantino, quanto piuttosto di un bizantinismo maturo e comunque mediato
da artisti occidentali; da ultimo, l’oggetto non è nemmeno un disco soffiato
‘a corona’, bensì una lastra di vetro piano perfettamente piatta tagliata
in forma circolare e raffilata col grisatoio. La commistione con gli altri
dischi non assicura la loro sincronia né fornisce appigli cronologici, poiché
i frammenti giacevano rimescolati con altri di vetro piano tardo medievale,
legato con piombi, in strati di terra molto disturbati.
Sant’Apollinare in Classe venne consacrata due anni dopo, sempre dal vescovo
Massimiano, e le massicce alterazioni subite nei secoli, mostra la
primitiva ossatura architettonica. Le fonti, forse leggendarie, tramandano che
Giustiniano, sfuggendo gravi insidie a Costantinopoli, giungesse a Ravenna, dove
venne accolto benignamente dal Praefectus Giuliano; quest'ultimo,
attingendo alle casse dello Stato, avrebbe dedicato un tempio ad Apollinare,
dopo aver raccolto dalle diverse province dell'Impero pietre e materiali
preziosi, e artigiani specializzati in diverse arti. L’unica notizia certa è
l'affidamento della costruzione al banchiere da parte del vescovo Ursicino.
La forma originaria delle finestre di Sant’Apollinare è stata recuperata
durante i restauri compiuti alla fine del secolo scorso, essendo esse state in
passato murate o alterate in forma di bifora nel cleristorio e rimpicciolite
nelle navatelle. Nell'abside ve ne sono cinque; nel resto della chiesa una
cinquantina, per cui lo spazio appare uniformemente illuminato con un’accentuazione
verso il presbiterio. Esse erano chiuse da transenne in legno a griglia, con
listelli scanalati per accogliere lastre di vetro, come quella visibile nel
portico antistante la basilica . Un’omogenea distribuzione delle aperture
nella nave e nelle ali laterali garantisce un passaggio graduale dall'ombra alla
luce. Similmente accade in altre chiese più antiche aventi navatelle
finestrate, come il San Giovanni in Laterano costantiniano oppure il San
Giovanni Evangelista e il Sant’Apollinare Nuovo eretti a Ravenna
rispettivamente in epoca teodosiana e teodoriciana, tra V-VI secolo
La chiesa venne ristrutturata sotto Leone III nell'814, per cui gli schermi, con
griglie di legno e pannelli vitrei, potrebbero essere stati rinnovati in questa
occasione; tuttavia rimane la convinzione che nel primitivo edificio vi fossero
simili elementi. In effetti l’invetriatura delle finestre non era sconosciuta
precedentemente al VI secolo nella regione, come testimonia sempre il San
Giovanni Evangelista di Galla Placidia e la recente scoperta di vetro piano nel
sito di San Martino prope litus maris, presso Cervia. Eretta intorno alla metà
VI secolo come fanno pensare sia i ritrovamenti ceramici, sia la tipologia dei
mosaici, sia la concomitanza con la data di istituzione della diocesi di
Ficocle/Cervia, la chiesa di San Martino rimase in uso nel corso dell’altomedioevo,
almeno sino al IX secolo, quando venne rifatta la recinzione presbiteriale.
Attualmente non se ne conserva alcun tratto in elevato. Gli archeologi ritengono
che sia stata fondata dal primo vescovo titolare della sunnominata diocesi,
Gerontius, ricordato al sinodo romano del 501 indetto da papa Simmaco, grazie al
quale venne introdotto in Italia il culto di san Martino, donde l’intitolazione
dell’edificio cervese.
La decorazione interna di questa chiesa a pianta cruciforme comprendeva
incrostazioni parietali, mosaici e vetro colorato alle finestre. I colori dei
numerosi frammenti variano tra il verde, l’azzurro, il giallo e una tonalità
quasi trasparente, cioè sono stati ottenuti con naturali ingredienti del vetro,
senza aggiungere ossidi metallici o tessere musive che servivano ad accentuare
le sfumature. Lo spessore dei pannelli è alquanto sottile, il taglio
geometrico, quindi dovevano comporre schermi simili a quelli più o meno coevi
di Sant’Apollinare in Classe. Sebbene lo spettro cronologico di San Martino
abbracci il VI-VIII secolo, i vetri sono ritenuti pertinenti all’erezione dell’edificio,
nella prima metà del VI secolo.
Forse le Terme meridionali di Bosra, situata nei territori orientali dell’Impero,
possono offrire delle interessanti chiavi di lettura sulla transizione tra
transenna lignea quadrangolare e vetro soffiato ‘a cilindro’ o colato e
transenna in materiale plastico con vetro soffiato ‘a corona’. Le diverse
fasi dell’edificio abbracciano un lungo spettro temporale, tra l’età
adrianea, quella bizantina e quindi omayyade (prima metà del II al VII-VIII
secolo), e infatti le ampie finestre mostrano resti dei diversi sistemi di
schermatura Nelle finestre più antiche delle terme sono state scoperte tracce
di doppi infissi in legno chiusi con lastre di vetro piano, mentre in quelle
ripristinate in epoca posteriore si vede la base di transenne costruite con una
griglia di mattoni in cui furono sigillati sia dischi soffiati ‘a corona’
sia pannelli di vetro soffiato ‘a cilindro’ mediante un’applicazione di
stucco che lasciava un apertura circolare. Rimane difficile al momento dire a
che momento risalga con esattezza questo passaggio intermedio che poi evolverà
nella transenna a fori circolari diffusa in ambito medio e tardobizantino.
Uno dei primi esempi di questo tipo ‘classico’ di transenna è stato
scoperto, come accennato, ad Amorium. Nell’838 la furia araba colpiva questa
città situata sulla rotta verso la Siria e la Palestina, importante già in
epoca romana e ancora di più dopo l’istituzione della sede imperiale a
Costantinopoli, divenendo nel VII secolo capitale della provincia bizantina dell’Anatolikon.
Tra l’820-67 diede a Bisanzio una dinastia di imperatori, ma questo non la
preservò dalla distruzione . Verso la fine del V o gli inizi del VI secolo vi
era stata fondata una basilica con synthronon, colonnati di spartimento
tra le navate e un ricco opus sectile parietale e pavimentale. Essa fu
gravemente danneggiata dall’incendio dell’838 e dai crolli da esso causati,
e fu perciò ricostruita interamente tra l’850-950 circa per volontà di un
vescovo, come ricorda un’iscrizione mutila proprio in corrispondenza del
nome di costui, negando così l’opportunità di una cronologia certa . Vennero
mantenute le mura perimetrali, ma si privilegiò una nuova articolazione dello
spazio, optando per una cupola centrale retta da quattro pilastri, che
sostituirono la colonne tardoantiche in gran parte frantumatesi. L’interno fu
allestito con nuovi arredi scolpiti, dipinti murali, mosaici a fondo oro,
transenne in stucco schermate con vetro. Il pavimento di marmo fu sostituito con
uno a riquadri di opus sectile incorniciati da piastrelle di terracotta.
Le finestre, ristrette, furono dotate di transenne di stucco nelle quali la luce
filtrava attraverso dischi di vetro di colore verde tenue. Il tutto è stato
scoperto al di sotto di un livello di detriti accumulatisi a partire dal XIII
secolo, durante la fase selgiuchide della storia della città. La chiesa aveva
perso la sua funzione originaria per servire da ricovero di uomini e animali.
Dalla sua area provengono anche frammenti di lastre ‘a cilindro’, scure e
spesse, che si devono interpretare come inclusi accidentali in questo contesto
architettonico, dal momento che sono mescolati ad altri materiali -come
vasellame di uso comune e bracciali in vetro dipinti con una pittura all’argento,
quindi oggetti da contesti abitativi civili di età tardoantica- che fanno
pensare al riporto di terreno da altre aree della città, al fine di livellare
la superficie della ex-chiesa durante la fase selgiuchide-ottomana. Una chiara
pertinenza alla ricostruzione mediobizantina hanno invece i dischi lavorati ‘a
corona’, dal diametro di circa 18-20 cm, sottilissimi, di colore chiaro, dei
quali alcuni ancora inseriti in transenne di stucco rinvenute nella navata nord
della chiesa . Le transenne benché estremamente frammentarie- si presentano di
straordinaria importanza, in quanto costituiscono il primo esempio noto di
transenne in stucco con aperture circolari, che poi diventeranno la norma nell’architettura
bizantina dall’XI secolo in avanti. La superficie era decorata da fiori con
petali lanceolati e figure geometriche, tracciati con compassi e lame nello
stucco ormai secco ed enfatizzati da tratti di pittura rossastra e da fori
piuttosto profondi eseguiti a trapano -nei quali forse vi erano inserti di vetro
o altro materiale colorato- e che contribuivano ad accrescere l’effetto
chiaroscurale degli schermi delle finestre. Le aperture circolari destinate ad
accogliere il vetro erano polilobate. Un parallelo stringente per le
caratteristiche descritte si rintraccia nelle più antiche transenne da finestra
di Hosios Lukas nella Focide, la cui
datazione risale al primo quarto dell’XI secolo. Altri paralleli si
rintracciano in un monastero dipendente da Hosios Lukas, quello di Hagios
Nikolaos a Skribou (Boetia); nella chiesa della Dormizione della Vergine a
Gracanica (Kosovo), costruita dal re Milutin (+ 1321) .
Tra le più controverse vetrate istoriate della storia dell’arte medievale,
quelle delle chiese costantinopoliane del Pantocrator e del San Salvatore
in Chora occupano una posizione di primo piano. La storia del
rinvenimento è cosa nota, mentre invece interessa riprendere le mosse dal
dibattito intecorso tra lo scopritore, Arthur H. S. Megaw, e l’illustre
medievista Jean Lafond. Nel corso degli anni esso è divenuto quasi uno scontro,
a volte solo verbale, quindi non registrato dalla stampa, tra i sostenitori
della superiorità bizantina nelle arti e tra coloro che invece facevano notare
la mancata appartenenza a questo ambito artistico di tale tipologia di
manufatti. Rimasta per qualche tempo sopita, la questione è stata riportata in
auge dai risultati degli studi sul sito del San Polieucto a Costantinopoli,
che hanno svelato che spolia per lo più scultura architettonica-
proveniente dal tempio di Anicia Giuliana vennero reimpiegati nel Pantocrator
durante l’occupazione latina seguita alla quarta Crociata (post 1204). Questo
ha stimolato una recente ricontestualizzazione dei menzionati resti di vetrate
nella storia della industria vetraria bizantina, accompagnata da analisi
comparative del vetro. Sia quello del Pantocrator che dal San Salvatore in
Chora rivelano una composizione chimica di ottima qualità, a base sodica,
distinta da quella tendenzialmente in uso dopo il Mille in Europa, dove
prevalevano composizioni a base potassica che davano come risultato lastre più
scadenti e più soggette al deterioramento. Quindi è stato concluso che il
vetro sia stato verosimilmente prodotto in loco. A proposito della qualità del
vetro che lo fa più simile a prodotti romani o tardoantichi che non a quelli
coevi occidentali, si può pensare che la natura sodica del vetro derivi forse
dalla rifusione di vetro tardoantico, in linea con la tendenza ad un esteso
reimpiego di materiali di costruzione rivelata dalla fase comnena del Pantocrator.
E’ pur vero che la chiesa insiste su un livello di occupazione tardoantica,
che avrebbe potuto offrire vetro da rifondere per le finestre della chiesa. Ma,
tenendo presente il reimpiego nel Pantocrator di diversi spolia
dal San Polieucto, si vuole qui formulare l’ipotesi dell’eventuale
riciclaggio del vetro da finestra dal tempio di Anicia Giuliana nel preparare la
miscela per le lastre del Pantocrator. Soltanto le analisi scientifiche
potranno convalidare questa boutade , ma si vuole ricordare che Harrison
aveva pensato che i frammenti di vetro del San Polieucto fossero stati raccolti
e riciclati altrove quando l’edificio andò in rovina, perché il vetro piano
rinvenuto era parso scarsissimo a confronto con le ampissime dimensioni delle
transenne marmoree nelle quali era in origine allogato.
Dai suoi studi di Brill aveva dedotto che le lastre da finestra del Pantocrator
e del San Salvatore in Chora fossero state prodotte in loco e non in
Occidente. In effetti la considerazione della fragilità del materiale vitreo
invita a pensare che gli artigiani locali od occidentali che fossero- si siano
serviti di vetro piano reperibile a Costantinopoli. Stessa cosa avvenne ad
esempio nel XIII secolo presso la fortezza crociata di Montfort in Terra Santa,
dove, per comporre vetrate dipinte con piombi, i maestri vetrai presenti tra gli
occupanti si servirono di lastre di vetro sodico, ovviamente di manifattura
levantina, la quale si manteneva per molti versi fedele a processi tecnologici
ed ingredienti risalenti all’Antichità .
I pannelli delle due chiese costantinopolitane, descritti a volte come lavorati
per colatura in stampi, hanno invece rivelato ad un’attenta osservazione
diverse caratteristiche, non solo l’assenza di bolle che li rivela appunto
colati a stampo. Alcuni frammenti mostrano in trasparenza delle bollicine
oblunghe, che sono un chiaro marchio della soffiatura a cilindro, in altri una
spessa patina di corrosione non ha lasciato intravedere tracce della tecnica di
fabbricazione. Altri pannelli apparentemente soffiati a cilindro, con il curioso
dettaglio un bordo ripiegato a caldo e con tracce di stucco per il fissaggio
nelle transenne, sono venuti di recente alla luce nel Pantocrator in un
contesto di detriti di difficile datazione: se essi risalissero alla fase
comnena o crociata, si potrebbe pensare che trovassero impiego nelle transenne
delle porzioni meno significative della chiesa, dove un posto privilegiato
spettava certamente alle vetrate istoriate.
Non si hanno sufficienti dati per affermare che Costantinopoli avesse nutrito
competenze specializzate nell’esecuzione di vetrate, che erano manufatti privi
di precedente alcuno nella pur ricchissima tradizione artistica bizantina:
perciò pare utile meditare su alcuni dettagli della manifattura occidentale
delle vetrate per osservare eventuali legami. Per esempio l’uso dei piombi per
fermare lastre di vetro è attestato già a Sardis in contesti di VI-VII secolo.
È di grande interesse il fatto che siano stati rivenuti anche piombi dal
profilo a ‘Z’, con i quali tenere insieme i pannelli: insieme a quelli di
Filippi, più o meno coevi, riaprono il dibattito sul momento e l’area in cui
vennero introdotti al fine di intessere schermi di vetro , non avendo echi
posteriori in ambito bizantino prima di quelli costantinopolitani qui discussi.
L’altro elemento che compare sui frammenti del Pantocrator e della Chora
a non avere precedenti diretti nello stesso ambito culturale è la grisaille.
Megaw ha osservato che essa è stata stesa in modo particolarmente pregevole sui
pannelli del Pantocrator, dove ha uno spessore variabile e in alcuni casi
è stata ripassata anche sul verso dei pannelli per ottenere un modellato
dagli effetti tridimensionali. Queste raffinatezze, descritte da Teofilo nel suo
trattato risalente tra la fine dell’XI e il XII secolo, non si rintracciano in
Occidente prima dell’XI secolo e comunque mai nel Mediterraneo orientale. I
motivi decorativi del Pantocrator e della Chora sono alquanto
generici e comunque limitati a pannelli dipinti di piccole dimensioni per
costituire un elemento di confronto del tutto attendibile. Alcuni pannelli
mostrano tracce di panneggi, altri hanno una serie di arcatelle su colonnine
stilizzate, altri dei bordi perlinati, altri hanno motivi geometrici o fitomorfi
circoscritti in un modulo quadrato, che li fa apparire simili a piastrelle.
Rimane da fare una attenta verifica sulle parti marginali delle vetrate
occidentali romaniche ma anche con le vetrate prodotte in ambito crociato nel
Vicino Oriente, al fine di proporre nuovi confronti e di dimostrare che i pezzi
costantinopolitani rappresentino una tradizione decorativa maturata in ambito
vetrario, oppure il tentativo di applicare a delle vetrate oggetti ‘fuori
contesto’ in ambito bizantino- delle formule decorative originate in altri media
artistici.
Megaw si era prodigato nella ricerca di confronti tra ciascun motivo decorativo
dipinto sul vetro del Pantocrator e nella Chora e quanto rimaneva
di quelle comunemente considerate sino a qualche anno fa le ‘più antiche’
vetrate occidentali , risalenti tra XI-XII secolo, che riteneva affini
anche per la limitata gamma cromatica. Il suo lavoro si concludeva con la
notazione che: "the features common to our Byzantine glass and to early
Western glass have been cited in support of an early twelfth-century dating for
the former. If this dating is accepted, these common features are valid also as
confirmation of the Byzantine origins of Western stained glass".
Ma se da un lato i dati tecnici della pittura rendono testimonianza a favore di
una ‘mano’ occidentale, dall’altro bisognerebbe forse dedicare uno studio
più attento alle vetrate mediorientali di produzione crociata, come quelle dei
siti fortificati di Atlit e di Montfort . E proprio una chiesa
costantinopolitana in parte riallestita internamente dai crociati, la Kyriotissa
poi detta Kalenderhane Camii, avrebbe potuto offrire un interessante
termine di paragone per le vetrate del Pantocrator e della Chora.
Numerosi dettagli hanno infatti rivelato l’aderenza dell’apparato decorativo
della Kyriotissa, come dei culti in essa praticati, alla cultura
occidentale. Coloro che hanno indagato archeologicamente il sito della Kyriotissa
hanno osservato con meraviglia l’assenza di vetro da finestra, nonché di
qualsiasi elemento per la schermatura delle finestre, tra i reperti. Ci si
associa ad essi nel considerare quasi scontata in quel contesto la presenza di
vetrate figurate, rammaricandosi al tempo stesso della mancata possibilità di
confronto con i reperti dal Pantocrator e dalla Chora.
Nella Kyriotissa infatti sono stati scoperti degli affreschi dedicati
alle storie di san Francesco, con brani tratti dai Salmi dipinti in caratteri
gotici, per forza di cose tutti eseguiti entro il 1261, quando terminò l’occupazione
crociata. Essi riecheggiavano con un tempismo eccezionale e il precoce
diffondersi del culto del santo, canonizzato appena nel 1228. Forse non è
inappropriato ricordare che ad Assisi, principale sede del culto francescano, i
famosi affreschi con le storie di san Francesco eseguiti negli ultimi decenni
del XIII secolo erano illuminati da magnifiche vetrate istoriate eseguite negli
stessi decenni da maestranze d’Oltralpe e da seguaci locali di talento .
Queste vetrate assisiati, ancora in situ, sono spesso ricordate perché tra le
poche vette dell’arte vetraria medievale in Italia, paese che aveva sviluppato
maggiormente altre tecniche decorative monumentali, privilegiando negli ultimi
secoli del Medioevo soprattutto l’affresco.
Nella Kyriotissa, accanto agli affreschi francescani, prendeva posto
anche una serie di patriarchi greci, di formulazione decisamente bizantina,
accompagnati da tituli in greco. La presenza di tituli in greco
non può certo fungere in questo caso da prova a sfavore della compartecipazione
di maestranze latine al programma decorativo. Né i tituli in greco
possono essere prova dell’origine greca dei maestri vetrai attivi presso il
San Salvatore in Chora e il Pantocrator, dove appunto sono stati
rinvenuti alcuni frammenti dipinti con lettere greche -sia tracciate con la grisaille
scura, sia ottenuti ‘a risparmio’ su un fondo nero- tra cui il monogramma di
Cristo, ‘XC’.
In sostanza, i frammenti dipinti del Pantocrator e della Chora,
con quei lacerti di tituli in greco, paiono tradire, più che una
manifattura greca, l’avvicinamento tra due culture artistiche, tra le esigenze
della committenza comnena o crociata?- e le abilità artistiche disponibili, per
le quali si può pensare ad una collaborazione tra artigiani locali ed
occidentali.
Un milieu culturale favorevole a tale tipo di interazione si creò anche
prima dell’occupazione crociata, ossia durante la reggenza di Giovanni II
Comneno (1118-36) o dei suoi diretti discendenti . A favore di un legame tra il Sebastocrator
Isacco Comneno, il principale protettore della Chora, istituita da sua
nonna, almeno sino al 1120 quando venne esiliato, e la presenza delle vetrate si
era già espresso Megaw . Di recente sul Pantocrator ha ribadito una
datazione comnena Ousterhout, che sottolinea gli stretti legami che dinastia
aveva con l’Occidente. La politica di alleanza con le potenze occidentali
venne proseguita da Manuele I Comneno (+1180), che sposò due donne occidentali,
la tedesca Berta di Sulzbach e poi Maria di Poitiers dei principi di Antiochia,
per poi essere sepolto nella chiesa dedicata a san Michele nel Pantocrator.
È possibile che l’interesse per l’Occidente avesse spinto i Comneni non
solo all’apprezzamento dell’arte occidentale, ma anche a commissionare
vetrate eseguite in stile occidentale per la chiesa destinata ad essere il
mausoleo della dinastia .
E’ possibile che medesime maestranze abbiano lavorato nel Pantocrator a
nella Chora, entrambe chiese legate alla famiglia, e in ogni caso va
sottolineato il carattere sperimentalistico dell’inserzione di quelle vetrate
figurate nelle due architetture costantinopolitane, carattere che nel caso del Pantocrator
si sposa all’ ‘eccentricità’ della planimetria, cresciuta al di fuori di
schemi. Come pure il pavimento ad intarsi, che trascende le formule dell’opus
sectile bizantino, per avvicinarsi all’elaborazione che di esso ne fu
fatta in Italia ad opera dei Cosmati . Sulla novità dei due edifici rispetto
alla tradizione locale, è utile riportare anche l’osservazione che Kazhdan e
Cutler avevano espresso sulla cornice spaziale delle pitture del San Salvatore in
Chora, universalmente definite di gusto ‘ellenistico’ quindi all’antica:
infatti per essi l’interno della Chora nulla ha a che fare con i templi
antichi o con le basiliche paleocristiane, e pare più affine all’architettura
religiosa islamica, sia da un punto di vista strutturale, sia per l’apparato
ornamentale, dove domina un accentuato cromatismo. Tra i rivestimenti in marmo
levigato e le pitture riccamente colorate, dovevano giocare un ruolo non
irrilevante anche gli schermi da finestra invetriati. Sebbene in questo caso, si
ripete, le vetrate furono figurate e assemblate con sottili canaletti di piombo,
si deve pur ricordare, per arricchire l’interessante notazione di Kazhdan e
Cutler, che la generalmente le chiese mediobizantine erano schermate alle
finestre da transenne in stucco con fori circolari e dischi di vetro chiaro,
ossia esse erano si andavano ad aggiungere ai tratti di similitudine e ‘continuità’
tra i contesti architettonici bizantino e islamico . Infatti, nelle finestre del
San Salvatore in Chora, oltre alle vetrate istoriate, vennero impiegate
al contempo anche transenne in stucco chiuse da dischi di vetro (alcune in situ
sino in epoca moderna), di cui è stata osservata una riproduzione pittorica in
un corridoio di passaggio. Quelle transenne a fori circolari chiusi con
dischi soffiati ‘a corona’ divennero la norma dal X secolo in poi. Una prova
di ciò, se mai ce ne fosse bisogno, viene ad esempio dalle ‘declinazioni’
di questo schema decorativo-architettonico in materiali reperibili localmente,
come il legno nell’appendice bizantina del dominio di Kiev. Le varianti
mediterranee in pietra della transenna a fori circolari spesso senza vetro a
chiusura- sono innumerevoli, anche in quei territori non entro il dominio di
Bisanzio ma contigui ad esso geograficamente. Solo par dare un’idea della
diffusione di tale tipologia di transenna, si pensi ad esempio alla monofora
absidale chiusa da una lastra di pietra con trafori circolari nella remota
chiesa di San Pietro ad Oratorium nell’Italia adriatica (XII secolo),
molto affine a quella della chiesa greca di Haghios Nikolaos a Kasnitzi,
dove la transenna a tre fori è ‘raddoppiata’ per chiudere una piccola e
stretta bifora.
In sostanza, i frammenti dipinti delle due chiese costantinopolitane non possono
che risultare eccentrici, inusitati rispetto alla tradizione prettamente
bizantina, più o meno uniforme sia nel centro che nelle periferie o
ex-periferie dell’Impero.
Il monastero del Pantocrator era stato per qualche decade residenza dei
dominatori latini di Costantinopoli, la qual cosa era stata assunta da Lafond
tra gli argomenti per ricondurre quelle vetrate dipinte alla cultura
occidentale, sebbene sia stato obiettato che non altrettanto possa dirsi del San
Salvatore in Chora, che non fu occupata dai latini. Sebbene questa tesi
non possa dirsi decaduta, si può credere che la questione di quando le vetrate
per il Pantocrator e per la Chora siano stati prodotti -se durante
la reggenza comnena nella prima metà del XII secolo o durante l’occupazione
crociata nel secolo seguente- potrebbe trovare ulteriori motivi di riflessione
nella comparazione tra gli aspetti compositivi del vetro dei pannelli dipinti e
delle tessere musive per certo appartenenti ai mosaici comneni.
Sempre di eccezioni, o ‘variazioni’ sul tema degli schermi delle finestre di
area bizantina si tratta nel caso della chiesa della Vergine a Studenica
(Serbia), e di una chiesa a Lesnovo (Macedonia). A Studenica è tuttora in
situ una sorta di vetrata, risalente al XII secolo, allogata in una
slanciata monofora (circa 2,00 x 0,80 mt.). Sui pannelli di vetro colorato si
vedono applicate dieci placche sottili di piombo traforato con motivi vegetali e
zoomorfi, applicate in fila per due. L’esempio di Studenica pare non avere
alcun rapporto con l’arte vetraria e ma piuttosto con la scultura. Infatti è
stato ipotizzato che la vetrata sia stata messa in opera dai valenti scultori
attivi alla chiesa, che la introdussero al posto di transenne di stucco o di
marmo forate. Il piombo nel caso di Studenica è passato dall’essere un
elemento funzionale della vetrata, nella quale solitamente tiene insieme i
panelli di vetro, ad essere un elemento decorativo primario . Cosa simile accade
a Lesnovo, dove, presso una chiesa eretta intorno alla metà del XIV secolo,
sono state trovate diverse armature di finestra, in cui pannelli di vetro
colorato erano ulteriormente arricchiti con la sovrapposizione di lamine di
piombo traforato per accrescerne la valenza decorativa. Non avendo per i
motivi decorativi esibiti trovato alcun parallelo nel mondo bizantino, la
Ljubinkovic si è spinta in confronti con l’arte prodotta dall’Italia del
Sud sino alla regione renano-mosana. Questa tipologia di vetrata, davvero unica,
ha forse un antecedente -lontano nel tempo e nello spazio- a San Vincenzo al
Volturno (Molise, Italia), dove sono state scoperte lamine di piombo traforate
con motivi geometrici, il cui uso è stato appunto associato al vetro piano,
forse in piccole vetrate oppure in oggetti portatili per l’arredo liturgico.
Sempre in Italia, va detto che lamine di piombo traforate erano visibili fino
all’epoca moderna nella cattedrale di Palermo e in quella di Monreale (ma è
impossibile sapere se siano appartenute all’originario allestimento di epoca
normanna) e nel Sant’Antonio di Taormina (XIV secolo).
In Italia centro-meridionale merita una particolare attenzione l’ambiente
cassinese, che nella seconda metà dell’XI fu sede del più grande cantiere
attivo nell’Italia centro-meridionale, i cui sviluppi artistici sono stati di
grande importanza, anche per la storia delle vetrate. Il cronista Leone d’Ostia
ricorda che l’abate Desiderio (1058-87), aveva fatto venire a Montecassino
maestranze bizantine, lombarde, amalfitane, al fine di connotare la casa madre
benedettina di arredi ricercati, finalizzata alla rievocazione dell’età aurea
del Cristianesimo romano, quella coincidente con la reggenza di Costantino I, in
linea con la politica riformistica di Gregorio VII (+1085), di cui l’abate era
stretto collaboratore. È possibile che la tradizione artigiana del monastero e
quella locale non riuscisse a provvedere alle competenza artigianali necessarie,
ma poiché tracce di collaborazioni ‘esterne’ non si colgono nella miniatura
cassinese di quegli anni, si deduce che gli artigiani convocati si dedicarono
esclusivamente ad istruire i giovani monaci nelle altre specialità artistiche:
il mosaico, lo stucco, l’oreficeria, l'avorio e il vetro. Infatti Leone
ricorda che in diversi ambienti del monastero furono messe in opera delle
vetrate assemblate con piombi e delle transenne di stucco, forse secondo una
gerarchia di importanza degli spazi. Le due tipologie riflettono modalità ben
diverse di schermare le finestre. Putroppo, a causa di reiterata distruzioni
alle quali l’abbazia è andat incontro, non rimane nulla degli schermi delle
finestre, ma un’eco delle transenne gypseas si può cogliere nell’ultima
committenza monumentale dall’abate Desiderio, la chiesa abbaziale di San
Benedetto a Capua, cenobio istituito dai cassinesi all’indomani della
devastazione saracena di Montecassino nell’883. Qui, nella tamponatura tardo
barocca dei muri, sono state recuperate alcune transenne in stucco con tracce di
vetro da finestra colorato, completate con una decorazione pittorica, pure tardo
barocca, che ne riproduceva le caratteristiche nella parti mancanti . I motivi
dei trafori sono di ispirazione geometrica nastri intrecciati intorno a dischi-
e insieme al vetro piano di San Vincenzo vanno a completare il quadro delle
vetrate desideriane, tratteggiato da Leone d’Ostia. Si tratta di dischi ‘a
corona’, come si intuisce sia dal vetro ancora in situ, sia dalla
rappresentazione pittorica dell’ omphalos o umbilicus (la parte
centrale ingrossata tipica di tale tipo di lavorazione ‘a corona’),
realizzata in epoca barocca per sopperire al deterioramento di alcune porzioni
delle transenne. Lo schema e i materiali paiono affini agli sviluppi che gli
schermi da finestra ebbero nell’Impero bizantino tra la tarda Antichità e il
Medioevo, e forse grazie alla diretta filiazione artistica da parte di
Montecassino, dove, come detto, erano stati attivi artigiani costantinopolitani.
Un caso che di recente ha fatto discutere in merito alla sua pertinenza o
meno all’ambito artistico bizantino è quello della chiesa abbaziale della
Santissima Trinità a Mileto (Calabria), istituita intorno al 1080 da Robert de
Grantmesnil, un abate normanno. La pianta della chiesa della Santissima Trinità
aveva un’impronta marcatamente francese, con transetto sporgente e coro a tre
absidi ‘gradonate’, senza precedenti in Italia Meridionale ma con un
illustre prototipo in Cluny II. Di essa non rimane nulla in elevato. Grazie all’archeologia
sono state recuperate tracce delle originarie vetrate dipinte . Ottenuti dalla
soffiatura ‘a cilindro’, i pannelli si presentano rosa, violetti, verde
oliva, blu, con tonalità intense e dipinti a grisaille bruna. Tra i
pezzi più interessanti vi è un tassello rosa-violetto con un occhio e parte di
una capigliatura riccioluta che, fatte le dovute proporzioni, poteva appartenere
ad un figura alta circa 1 m. Coloro che hanno indagato il sito hanno giudicato
questa possibile vetrata istoriata una "espressione bizantina del XII
secolo", cercando appigli stilistici nella pittura murale della regione
(Fiorillo, in Peduto-Fiorillo, 2000). Ma la limitatezza della porzione dipinta
non consente agili confronti stilistici né con l’eventuale cultura figurativa
dell’abbazia, della quale non rimangono vestigia, né con quella del
territorio; inoltre non si conosce una produzione vetraria di marca ‘bizantina’
nel territorio meridionale.
Sulla storia del vetro in ambito bizantino grava una scarsità di studi
lamentata, ad esempio, da Marlia Mundell Mango, la quale ha scritto in proposito
che "in scholarly terms, Byzantine glass lacks an established
identity". La pubblicazione degli atti di un simposio sul tema del
vetro a Bisanzio tenutosi al Dumbarton Oaks Center for Byzantine
Studies-Harvard nel Novembre 2002 certamente aiuterà a chiarire i termini
della questione.
Bibliografia:
Uno status questionis sul vetro bizantino è stato pubblicato da: Henderson J. – Mundell mango M. 1995, Glass at Medieval Constantinople. Preliminary scientific evidence, in C. Mango – G. Dagron (eds.) 1995, Constantinople and its hinterland. Papers from the Twenty-seventh Spring Symposium of Byzantine Studies, Oxford, April 1993, Society for the Promotion of Byzantine Studies 3, Aldershot, Hampshire, Great Britain-Brookfield, Vt., U.S.A., Variorum, pp. 333-56. Sui vetrai nel mondo bizantino: Mundell Mango M. 2000, The commercial map of Costantinople, in "Dumbarton Oaks Papers", LIV, pp. 189-207, pp. 190-91, 195 e 202-03.
Si veda anche Davidson Weinberg G. 1975, A Medieval mistery: Byzantine glass production, in "Journal of Glass Studies", XVII, pp. 127-41.
Sui reperti vitrei di Sardis: Saldern von A. 1980, Ancient and Byzantine glass from Sardis. Archaeological exploration of Sardis, Cambridge-Massachussets, 6.
Sui quelli di Filippi: Kourkoutidou-Nikolaïdou E. 1984, Vitraux paléochrétiens à Philippes, in XXXI Corso di cultura sull'arte ravennate e bizantina (Ravenna, 7-14 Aprile 1984), Ravenna, pp. 277-96.
Sul San Polieucto a Costantinopoli: Harrison R.M. 1989, A temple for Byzantium: discovery and excavations at Anicia Giuliana's Palace Church in Istanbul, London.
Sui resti di vetrate dal Pantocrator e dalla Chora: Megaw A.H.S. 1963, Notes on recent work of the Byzantine Institute in Istanbul, in Dumbarton Oaks Papers, XVII, pp. 333-71; Lafond J. 1968, Découverte de vitraux historiés du Moyen Age à Costantinople, in Cahiers Archéologiques, XVIII, pp. 231-38. Il vetro di San Salvatore in Chora è stato analizzato da Henderson, cfr. in Henderson- Mundell Mango, 1995, cit., pp. 346-48 e 350-56. Ulteriori analisi, estese anche al vetro del Pantocrator e alla grisaille, sono state fatte da Brill R.H. 1999, Chemical analyses of early glasses, Corning, NewYork, 1999, vol. I, p. 117 and vol. II, pp. 211-21 and 457.
Sui siti crociati: Dean, B. 1927, A Crusaders’ Fortress in Palestine. A report of explorations made by the Museum 1926. Part II of the Bulletin of the Metropolitan Museum of Art, New York, pp. 5-46, sulle vetrate in particolare p. 40 e ss.; Johns C. N. 1935, Excavations at Pilgrims’ Castle, ‘Atlit (1931-32). An Unfinished Church in the Suburb, in "The Quarterly Department of Antiquities in Palestine", IV, pp. 122-37, in part. sulle vetrate p. 133.
Sulla Kalenderhane Camii: Striker C. L.– Dogan Kuban Y. (eds.) 1997, Kalenderhane in Istanbul. The buildings, their history. architecture, and decoration. Final reports on the archaeological exploration and restoration at Kalenderhane Camii 1966-78, Mainz-am-Rhein, pp. 128-42. Gli affreschi, staccati, sono attualmente in esposizione nella sezione bizantina del Museo Archeologico di Istanbul.
Su Studenica e Lesnovo: Ljubinkovic R. 1959, Sur un exemplaire de vitraux du monastère de Studenica, in Archaeologia Iugoslavica, III, pp. 137-41.
Sulle piastrelle invetriate, si veda il lavoro collettivo coordinato da Gerstel S.E.J. – Lauffenburger J.A. (a cura di) 2001, A lost art rediscovered: the architectural ceramics of Byzantium, Baltimore.
Su Montecassino: Leone d’Ostia, Chronica Monasterii Casinensis, lib. III, capp. 10, 27, 28 e 33, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, t. XXXIV, ed. H. Hoffmann 1980, Hannoverae, Impensis Bibliopoli Hahniani, pp. 372, 396, 405-06, 408, 726-27. Si veda il commento al testo di Leone d’Ostia, a cura di F. Aceto – V. Lucherini, Leone Marsicano. Cronaca di Montecassino (III 26-33). Biblioteca di Cultura Medievale, Milano, Jaca Books, 2001, p. 31.
Su Mileto: Peduto P. – Fiorillo R. 2000, Saggi di scavo nella Mileto Vecchia in Calabria (1995 e 1999), in G. P. Brogiolo (a cura di) 2000, II Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, Musei Civici, Chiesa di Santa Giulia, Brescia, 28 Settembre-1 Ottobre 2000, Società degli Archeologi Medievisti Italiani, Firenze, All’Insegna del Giglio, pp. 223-33.