Il Duomo

3.4_1La lunga storia della costruzione, iniziata nel 1386, ha avuto termine solo all’inizio dell’Ottocento con il completamento della facciata. Tuttavia, la manutenzione è proseguita, e prosegue ancora adesso, con la messa in opera di elementi lapidei appositamente lavorati nei laboratori della Veneranda Fabbrica alla Bovisa in sostituzione di quelli ammalorati, utilizzando sempre il marmo di Candoglia.
La cattedrale è infatti nota per l’utilizzo di un solo materiale lapideo per tutte le diverse parti della costruzione. Ad esclusione dello zoccolo, tutti gli elementi architettonici, decorativi e scultorei sono stati realizzati con il marmo proveniente dalle cave di Candoglia e, talvolta, anche da quelle limitrofe di Ornavasso, nella bassa Val d’Ossola. Il marmo fu trasportato mediante una lunga via d’acqua che, partendo dal fiume Toce, scendeva nel lago Maggiore, proseguiva nel fiume Ticino fino a raggiungere, attraverso il Naviglio Grande, il centro della città di Milano. La via d’acqua ebbe il suo capolinea a poche decine di metri dal cantiere della cattedrale; capolinea di cui è rimasta memoria nella toponomastica cittadina (via Laghetto). Il permesso di cavare e di trasportare le pietre cavate senza esborso di denaro nell’area circostante il lago Maggiore (cave di marmo e di serizzo) fu concesso alla Fabbrica del Duomo da una “Lettera patente” di Gian Galeazzo Visconti (24 ottobre 1387). Tale concessione fu continuamente rinnovata dai diversi governi succedutisi nel corso del tempo, fino alla Legge regionale del Piemonte n°69 del 22 novembre 1978. Sono pochi infatti gli edifici che annoverano il marmo di Candoglia come materiale da costruzione: la Certosa di Pavia, Santa Maria Maggiore di Bergamo, San Petronio di Bologna.

3.4_2Per le decine di piloni che sorreggono le volte sono stati utilizzati conci cuneiformi che racchiudono un “nucleo” composto di materiali diversi (Serizzo, marmo, ciottoli) legati con malta. Per le murature, costituite da conci massicci, sono stati impiegati marmi più o meno venati anche provenienti da Ornavasso.

3.4_3Le varietà più compatte e meno venate del marmo sono state impiegate per elementi scultorei (statue a tutto tondo e bassorilievi) e per elementi decorativi (colonnette, falconature, parapetti, piedistalli).

3.4_4Gli altri materiali lapidei della cattedrale sono il Serizzo della Val d’Ossola, il Ghiandone, il granito del lago Maggiore, il Ceppo, impiegati per lo zoccolo in conci di varie dimensioni.

3.4_5Due grandi colonne di granito di Baveno (altezza 10,7 m) affiancano il portale centrale nella controfacciata (1820). Il granito di Baveno era previsto anche nel progetto della facciata predisposto dal Pellegrini e mai realizzato. Nel 1628 fu preparata in cava la prima delle dieci colonne previste, di oltre 18 metri di altezza, ma il trasporto fallì prima dell’imbarco e il progetto fu abbandonato.

3.4_6Il pavimento è costituito da grandi lastre di marmo di Candoglia in cui sono inseriti elementi rettilinei e curvilinei di Rosso di Arzo e di Nero di Varenna, quest’ultimo sostituito nei rifacimenti con Nero del Belgio.

3.4_7Procedendo nell’interno, si incontrano  numerosi altri manufatti degni di attenzione per quanto riguarda i materiali lapidei impiegati. Nella seconda campata, sulla sinistra, si trova il Battistero del Pellegrini (1580), ivi trasportato dopo essere stato costruito al centro della chiesa. Oltre al fonte battesimale in Porfido rosso antico (vedi paragrafo 8.9), spiccano i quattro fusti di Macchiavecchia che sorreggono la trabeazione a piattabanda rivestita da lastre di Macchiavecchia.

3.4_8L’altare maggiore, proveniente da Santa Maria maggiore e risistemato dopo il restauro statico dei piloni del tiburio (1986), comprende la grande mensa monolitica e le lastre di marmo di Candoglia provenienti da un sarcofago romano.

3.4_9La Cripta, sviluppata al di sotto del Presbiterio, fu costruita alla fine del XVI utilizzando otto colonne con fusti di Macchiavecchia e basi di Candoglia; una balaustra in marmo bianco di Carrara e con base di Candoglia; un pavimento a motivi geometrici con Macchiavecchia, Rosso di Arzo e Nero di Varenna; le rampe di scale di granito rosa di Baveno e il soffitto decorato con stucco monocromo.

3.4_10Il contiguo Scurolo, costruito nel 1620 per accogliere le spoglie di San Carlo Borromeo, comprende quattro fusti di Rosso di Verona nell’andito; il pavimento di Broccatello e Rosso di Arzo, Nero di Varenna, Giallo di Verona; gli scalini del sarcofago e dello zoccolo di Rosso di Arzo; i riquadri di Bardiglio e di breccia di Seravezza; le basi delle cariatidi di Alabastro e le decorazioni in metallo a rilievo. Il Vestibolo che unisce Cripta e Scurolo fu costruito nel 1810-20, utilizzando la Macchiavecchia per le lesene, lo stucco lucido per gli sfondati e litotipi diversi per il pavimento: marmo di Candoglia, Rosso di Verona e Nero di Varenna.

3.4_11Il Retrocoro a due ordini (inizio del XVII secolo) si affaccia sul deambulatorio e mostra una struttura architettonica in marmo di Candoglia, con riquadri di Africano e Macchiavecchia; comprende poi Erme ed Angeli in marmo di Candoglia e bassorilievi con le Storie di Maria in marmo apuano; elementi di Verde di Levanto fanno da cornice ai bassorilievi.

3.4_12Gli altari, che interessano quasi tutte le campate delle navate e del transetto, furono in gran parte costruiti in seguito alle riforme approvate dal Concilio di Trento, svoltosi in diverse sessioni tra il 1545 ed il 1563, e codificate da San Carlo Borromeo nel suo testo pubblicato nel 1557 “Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae”. I più significativi sono quelli che, a coppie, occupano la sesta, la settima e l’ottava campata delle navate laterali; essi furono progettati dal Pellegrini e realizzati dai suoi successori tra il 1571 e la fine del secolo stesso. La prima coppia (ottava campata) presenta una struttura di marmo di Candoglia (due erme con piedistallo, trabeazione e timpani curvi) con elementi di Macchiavecchia (due fusti e due paraste per ogni lato ed il fregio della trabeazione)[altare della Vergine, foto a sinistra]. La seconda coppia (settima campata) presenta una più complicata struttura, realizzata in marmo di Candoglia (zoccolo, stilobate, due erme, trabeazione e timpano spezzato) con elementi di Calcare nero venato (lastre rettangolari sullo stilobate, quattro fusti e quattro paraste, fregio)[altare di San Giuseppe, foto al centro]. La terza coppia (sesta campata) mostra una composita struttura di marmo di Candoglia (zoccolo, stilobate, trabeazione e timpano spezzato) con elementi di Calcare nero assoluto (lastre rettangolari sullo stilobate, sei fusti e sei paraste, fregio)[altare di Sant’Agata, foto a destra].

3.4_13Si possono ancora citare due significativi altari che si trovano l’uno vicino all’altro nel transetto destro. Il primo [foto a sinistra] realizzato nel 1565 in un punto dove pregò San Carlo Borromeo contiene marmi inviati direttamente da Roma da parte del Papa Pio IV, Giovanni Angelo de’ Medici. Si tratta di alcuni dei già citati marmi colorati prediletti in epoca romana: Portasanta (paliotto), Africano (rivestimento), Verde antico (rivestimento e piccoli fusti) e Giallo antico (piccoli fusti). Il secondo [foto a destra] è il mausoleo di Gian Giacomo de’ Medici detto il Meneghino fratello di Pio IV, realizzato da Leone Leoni negli anni 1560-63 in cui furono impiegati due fusti di Macchiavecchia ed altri quattro di Bianco e nero antico o Grand Antique, proveniente dai Pirenei orientali. Il Vasari (1568) cita questo mausoleo ed i marmi in esso impiegati a proposito della “Vita di Lione Leoni aretino”.