La basilica di San’Ambrogio

7.1_1Per la prima basilica, costruita tra il 379 e il 386 sotto l’impulso del vescovo Ambrogio, è stata ipotizzata una pianta rettangolare a tre navate e due file di colonne, con una lunghezza doppia rispetto alla larghezza: non rimane che un plinto della fila sinistra realizzato con blocchi di Ceppo. L’edificio attuale è frutto di una ricostruzione medievale, di rimaneggiamenti successivi e di interventi di restauro ottocenteschi.
La ricostruzione del secolo XI comportò la realizzazione di un edificio con volte a crociera e pilastri, dotato di un grande atrio, completato poi nel secolo XII, e di due campanili ai due lati della facciata, mentre le cappelle laterali furono aggiunte tra il XIV ed il XVI secolo. Gli interventi tardo-ottocenteschi, ad opera del Landriani, se da un lato salvarono la basilica da uno stato di degrado preoccupante, dall’altro portarono significative alterazioni all’impianto medievale (trasformazioni nell’area presbiteriale ricca di sepolture di vescovi del VII-IX secolo, sostituzione di pavimenti ecc.). Altri restauri furono realizzati dal Reggiori per porre riparo ai gravi danni recati al complesso basilicale dai bombardamenti aerei del Secondo conflitto mondiale.
Il sepolcro di Sant’Ambrogio, posto nella cripta sotto il presbiterio, subì anch’esso notevoli trasformazioni: i due loculi che originariamente contenevano le spoglie di Sant’Ambrogio e dei Santi Gervaso e Protaso furono sostituiti nel IX secolo (vescovo Angilberto II) da un sarcofago in porfido rosso antico. Solo nell’Ottocento fu costruita l’arca argentea ora visibile e per la sua collocazione furono completamente obliterati tutti i reperti antichi ivi presenti.
L’area del coro, ora del tutto trasformata, era in origine rivestita da tarsie parietali che costituivano una fascia continua: le tre tarsie superstiti, conservate nel Museo, comprendono marmi colorati (Giallo antico, Pavonazzetto, Cipollino, Porfido serpentino verde ecc.) e paste vitree. Dell’impianto originario resta anche una transenna in marmo bianco con cristogramma.

7.1_2L’atrio presenta una spessa muratura di laterizio, mentre nella parte basale sono presenti grandi conci di Ceppo, di Ghiandone e di Serizzo; si osserva persino un sarcofago semi-capovolto disposto nella muratura dell’angolo esterno sinistro. Questa grande varietà di litotipi contraddistingue anche il portale principale e quello laterale con architravi di Ghiandone.
Al suo interno, l’atrio è caratterizzato da un grande portico quadrilatero con pilastri realizzati per lo più da grandi conci di Ceppo (basi, fusti lobati), al quale si associano, soprattutto nella parte rivolta verso l’esterno, lunghi blocchi a sezione rettangolare di Ghiandone, Serizzo, marmo Proconnesio, Breccia corallina, Trachite euganea, Arenaria; i capitelli e gli elementi degli archi sono in pietra di Angera. La grande loggia della facciata, con tre arcate, conferma il medesimo accostamento di materiali eterogenei. I portali laterali di accesso alla chiesa presentano architravi di pietra d’Angera, quello centrale, con la grande porta lignea, si pregia di colonnine nello strombo realizzate anche con marmi antichi di riuso: Cipollino e Breccia corallina. Nell’atrio sono infine conservati elementi architettonici in Ceppo ed alcuni sepolcri per la cui fabbricazione sono stati utilizzati Ghiandone e Serizzo.

7.1_3All’interno della basilica spiccano i grandi pilastri a fascio costituti per lo più da conci di Ceppo, accompagnato da Ghiandone e Serizzo e guarnito da pietra d’Angera, presente anche nei grandi capitelli ricchi di sculture. Tra il materiale di riuso si segnala il Porfido rosso antico impiegato per i quattro grandi fusti (lunghezza cm 340, diametro cm 46) che reggono il ciborio sopra l’altare maggiore, forse riutilizzati da un tempio romano dedicato a Giove che sorgeva nell’area del palazzo imperiale (Latuada “Basilica di Santo Ambrosio”, tomo IV). Di fusti in Porfido rosso antico, oltre a quelli di S. Ambrogio, se ne conoscono solo altri quattro di misura inferiore (lunghezza cm 302, diametro cm 39) e di provenienza ignota, un tempo conservati presso l’Accademia di Brera ed ora nei depositi delle Civiche Raccolte d’Arte del Castello; tali fusti sono citati dal Latuada a proposito della chiesa di San Carpoforo (vedi paragrafo 8.3).
Le due colonne, isolate ai margini delle navata centrale, sono costituite da Granito violetto della Troade (colonna del Serpente, a sinistra), citata anche dal Latuada (“Basilica di Santo Ambrosio”, tomo IV), e da Sienite della Balma (colonna moderna con croce, a destra), una pietra biellese con grana e colori molto vicini a quelli del Granito violetto.

7.1_4Un importante sarcofago, detto di Stilicone, è situato sotto l’ambone: si tratta di un elemento marmoreo riferito al 385-390 (lunghezza metri 2,3 – larghezza 1,5 – altezza 1,7) sulle cui facce sono scolpite scene della Maiestas Domini. Nell’ambone si notano le ghiere degli archi scolpite in conci di pietra di Angera, i pilastrini di Cipollino, le transenne di marmo, le colonne di marmi assortiti tra cui alcuni fusti di marmo Proconnesio.
La cripta sotto al presbiterio consta di un ambiente a cinque navate e le colonnine che lo sostengono hanno fusto di Rosso di Arzo e capitelli di Calcare nero venato; il pavimento contiene piastrelle quadrate di Marmo di Candoglia, Calcare nero e cotto. L’aspetto attuale della cripta è frutto di una ricostruzione della prima metà del Settecento, che portò alla perdita dell’ambiente originale, come testimoniato dalle parole del dal Latuada: “Levate le antiche colonne, (l’Arcivescovo Odescalchi) ve ne ha fatte sottoporre altre ventisei di liscio marmo rosso e bianco.” (“Basilica di Santo Ambrosio”, tomo IV). Dalla cripta si accede ad un ambiente più raccolto che contiene l’arca dei Santi Patroni, realizzata alla fine dell’Ottocento in argento e cristallo.

7.1_5I due campanili che affiancano la basilica mostrano entrambi una muratura laterizia anche se con diversa tessitura, come evidenziato dall’incisione di Dal Re (n°30): il campanile dei Canonici, più alto, costruito nel XII secolo e accresciuto della cella campanaria dal Landriani (1889), infine rinforzato da una struttura interna in travi di cemento armato (1929-31 – A. Danusso)[foto a sinistra]; il campanile dei Monaci, più basso, costruito intorno alla metà del IX secolo, originariamente con terminazione piramidale e quattro torricelle e trasformato poi nel XVIII secolo [foto al centro e a detra]. Entrambi poggiano su uno zoccolo costituito da grandi conci di Ghiandone, Serizzo, Ceppo provenienti da edifici romani. Altri conci lapidei, soprattutto arenaria e pietra di Angera, formano gli spigoli del campanile dei Canonici.